AGGIORNAMENTO DEL 19/10/2022 DAL CPR DI CORSO BRUNELLESCHI

Il mese scorso abbiamo avuto la notizia che all’interno del Cpr di Corso Brunelleschi è stato trasferito un gruppo di 29 ragazzi tunisini sbarcati pochi giorni prima a Lampedusa.
Dai contatti che avevamo in quel periodo, fin da subito abbiamo saputo che avevano iniziato uno sciopero della fame per protestare contro i trasferimenti di massa e le conseguenti deportazioni verso la Tunisia, che ricordiamo ha siglato diversi accordi con lo Stato italiano sulla questione dei rimpatri forzati.
Ci hanno raccontato da dentro di trovarsi in una situazione dove burocraticamente non possono intervenire. Utilizzando il ricatto del prolungamento del periodo detentivo, sbirri ed ente gestore agiscono continue pressioni sulle persone detenute per richiedere il rimpatrio volontario.

Dai loro racconti stanno assistendo a continui trasferimenti di gruppi di persone che arrivano settimanalmente al CPR.

Al momento all’interno della struttura ci sono circa una centinaio persone detenute.
In particolare sono agibili cinque aree su sei, poiché una è stata bruciata durante le rivolte del mese scorso.

Ieri abbiamo avuto notizia che nell’area viola i reclusi stanno protestando contro le condizioni di detenzione, in seguito a questo hanno deciso di bruciare alcuni materassi dell’area. A causa del sovraffollamento delle unità abitative, causa per cui i ragazzi dormono spesso ammassati nell’area mensa, diverse decine di detenuti hanno deciso, in segno di protesta, di iniziare collettivamente uno sciopero della fame durato quasi una settimana.

Un’ulteriore motivazione delle rivolte è la continua assenza di cure mediche.
Come ci ha testimoniato ieri un ragazzo tunisino detenuto nell’area verde, si trova all’interno del CPR nonostante abbia subito poco tempo fa un’operazione durante la quale gli è stata inserita una placca di ferro nella gamba. Per questo motivo non riesce a muoversi e ovviamente ad andare in bagno. Ha richiesto più volte un intervento sanitario ma è stato sempre ignorato dall’infermeria e dal medico assunti dall’ente gestore.
Un altro ragazzo, durante la recente protesta, è stato sedato più volte in maniera forzata attraverso delle iniezioni fino a che non è diventato incosciente.
Da quel momento è stato abbandonato in sedia a rotelle e fa fatica a muoversi e a comunicare.

Quotidianamente ci raccontano della totale impossibilità di comunicare con l’esterno a causa del divieto di possedere dei telefoni e aumentando perciò l’isolamento delle persone detenute all’interno delle mura.
Il cibo avariato continua ad essere fornito ad orari imposti dall’ente gestore con all’interno forti dosi di psicofarmaci. Ci dicono inoltre che non hanno acqua calda a disposizione e che i bagni non hanno finestre né areazione.

Lo sciopero è durato fino a lunedì scorso ma continuano le proteste. Ieri mattina ci hanno detto che le persone detenute in una delle aree hanno bruciato dei materassi, ribellandosi per le condizioni di detenzione a cui sono costretti.

Le deportazioni continuano a svolgersi in maniera totalmente arbitraria.
Un ragazzo marocchino, dopo essere stato deportato, ci ha contattato raccontandoci che era da solo in un volo di linea in partenza da Milano, scortato da due agenti di polizia per tutto il viaggio. Da lì a due giorni ci sarebbe stata la scadenza del suo periodo detentivo nel CPR di Torino.

Sempre al fianco di chi lotta per distruggere la propria gabbia.

Solidarietà ai detenuti in rivolta all’interno dei centri di detenzione.

Fuoco alle frontiere e ai CPR!

 

PRESIDIO SOTTO LE MURA DEL CPR

Sabato 24 Settembre alle 15, torniamo sotto le mura del CPR di Corso Brunelleschi a portare la nostra rabbia e a sostenere la lotta di chi, recluso lì dentro, sta portando avanti uno sciopero della fame.

 

La protesta è in corso da più di una settimana, intrapresa con forza e determinazione, dal momento in cui una trentina di tunisini, appena sbarcati a Lampedusa, sono stati trasferiti e rinchiusi dentro il CPR di Corso Brunelleschi dopo essere stati evidentemente ostacolati nei loro tentativi di fare richiesta di asilo. Il tutto mentre continuano le settimanali deportazioni verso la Tunisia, garantite dagli accordi internazionali tra lo Stato italiano e quello Tunisino. Si palesa ancora una volta il solito meccanismo a staffetta che rimbalza le persone da una parte all’altra dell’Italia e del Mediterraneo nel tentativo di marginalizzarle e isolarle. È la creazione di legami di solidarietà, che tendano verso l’autodeterminazione e la libertà, a fare paura.

A poche settimane dall’ennesimo suicidio nel CPR di Gradisca d’Isonzo e mentre in carcere si sta svolgendo uno sciopero della fame, iniziato in seguito all’ultimo di una purtroppo lunga serie di suicidi avvenuti anche in questa struttura detentiva, continuiamo a portare la nostra solidarietà ai reclusi in lotta dentro al CPR di Torino.

FUOCO AI CPR!

FREEDOM, HURRIYA, LIBERTA’!

AGGIORNAMENTO DAL CPR DI GRADISCI D’ISONZO

RICEVIAMO E DIFFINDIAMO

A Gradisca si muore: sappiamo chi è Stato

Due giorni fa, il 31 agosto 2022, un ventottenne pakistano del quale non sappiamo il nome si è ammazzato nel Cpr di Gradisca d’Isonzo. Era entrato un’ora prima.

Si è ammazzato in camera; l’hanno trovato i suoi compagni di reclusione.

Voci da dietro al muro

Da dietro le mura del CPR ci gridano che il ragazzo pakistano «ha fatto la corda» subito dopo l’incontro con il Giudice di pace di Gorizia che aveva confermato la sua permanenza nel centro per tre mesi. Ci chiedono di dire che si è ucciso dalla disperazione per quella scelta sulla sua vita. Ci dicono che era nella zona blu, dove tolgono i telefoni e dove vanno le persone appena entrate. I detenuti ci dicono che gli operatori del centro tengono loro nascosto il nome del ragazzo, nonostante le loro richieste.

Ci raccontano che molti, dopo le udienze con il Giudice di pace, si sentono male e altri hanno provato a impiccarsi, salvati poi dai compagni di stanza. Raccontano che in quei momenti si sta molto male e si perde la testa. Ci raccontano che è peggio di qualsiasi carcere e che nel cibo vengono messi psicofarmaci. Ci chiedono che parlamentari e giornalisti raccontino quello che succede realmente nei CPR ed entrino.

Chi ci parla ci dice di temere per la sua incolumità per quello che ci sta raccontando. Ci dice che si sta esponendo per tutti ma che i militari lo stanno guardando. Ci fornisce il suo nome e indirizzo perché teme per la sua vita, per il solo fatto di raccontare quello che succede. E noi lo sappiamo bene, ricordiamo come fosse ieri le deportazioni seriali e il sequestro immediato dei telefoni di tutti i detenuti che avevano testimoniato la notte della morte di Vakhtang.

Repressione della solidarietà (con pistola puntata)

La sera del primo settembre, alcuni solidali sono passati davanti al Cpr per mostrare solidarietà ai reclusi e ascoltare le loro voci sulla morte del ragazzo pakistano. Mentre stavano lì, è arrivata una volante dei carabinieri, chiamata dal personale del Cpr insospettito dalla presenza di alcune persone fuori da quelle mura.

Da una delle volanti, è uscito un carabiniere che ha cominciato a correre, non molto velocemente, puntando la pistola contro uno dei solidali. Le persone sono state perquisite e i cellulari sequestrati momentaneamente. Dopo un po’ di tempo, i solidali sono stati portati in caserma per essere identificati, dove hanno avuto la convalida del fermo di dodici ore. In caserma, uno dei solidali è stato costretto a una perquisizione integrale e a spogliarsi completamente.

L’esistenza del Cpr necessita del silenzio: la sola presenza di qualcuno nelle sue vicinanze origina sospetto e si tramuta in fermi, perquisizioni e, come successe ad altri solidali nel 2019, fogli di via dal territorio comunale. Il Cpr è istituzionalmente un luogo del quale bisogna ignorare l’esistenza, anche nei giorni in cui ammazza qualcuno.

La violenza dell’arma puntata non ha alcuna giustificazione: la reazione poliziesca spropositata di fronte a un ragazzo bianco che non stava commettendo nessun reato ci interroga su quale sia il livello di soprusi al quale sono costrette ogni giorno le persone che non hanno la tutela della cittadinanza. Gli abusi di potere e la violenza razzista istituzionale tengono in piedi i Cpr ogni giorno.

Il commento indegno della garante

La Garante per i diritti delle persone recluse del comune di Gradisca, Giovanna Corbatto, commenta sul Messaggero veneto: «Non sappiamo se e quali fantasmi si portasse dietro, se la sua drammatica decisione sia stata pianificata o improvvisata, se avesse patologie. Avendo trascorso solo un’ora al Cpr sarei prudente nel citare le condizioni di vita all’interno come causa o concausa di un gesto così estremo».

Il meccanismo messo in atto da Corbatto è quello della colpevolizzazione della vittima (victim blaming): di fronte a un ragazzo che si è ammazzato dentro una struttura sulla decenza della quale lei stessa dovrebbe sorvegliare, Corbatto si rifiuta di riconoscere le responsabilità istituzionali e dà letteralmente la colpa alla vittima.

Il Cpr è uno spazio letale: si tratta di un dato innegabile, confermato dal susseguirsi delle morti. Chi muore lì dentro, in qualunque modo muoia, è un morto istituzionale, cioè un morto di Stato.

Quasi tre anni di un luogo letale

Nel lager di Gradisca d’Isonzo, sono già morte troppe persone.

07/12/2021: Ezzeddine Anani, uomo marocchino di 41 anni, si toglie la vita nella cella in cui era recluso in isolamento per quarantena Covid.

14/07/2020: Orgest Turia muore in seguito a un’overdose e un suo compagno di stanza scampa alla stessa sorte. Mentre il prefetto di Gorizia Marchesiello dice che tutto va bene, dapprima la stampa locale diffonde la voce di una nuova morte per rissa, poi la sindaca Tomasinsig e rappresentanti della polizia ripropongono la narrazione infame dei detenuti tossici e dello spaccio di sostanze all’insaputa dei carcerieri. In realtà, Turia non è tossicodipendente, è un uomo di origini albanesi portato in Cpr perché trovato senza passaporto.

18/01/2020: Vakhtang Enukidze, cittadino georgiano trentottenne, viene ammazzato, secondo i testimoni, dalle botte ricevute dalle guardie armate della struttura. A seguito della sua morte tutti i testimoni vengono deportati, i loro cellulari sequestrati, la famiglia di Vakhtang Enukidze in Georgia subisce forti pressioni per non prendere parte a un processo penale e, ad oggi, non è stato comunicato alcun esito ufficiale dell’autopsia sul corpo.

30/04/2014: Majid el Khodra muore in ospedale a Trieste, dopo mesi di coma, dopo una caduta dal tetto dell’allora Cie di Gradisca, ad agosto dell’anno precedente. Ai suoi familiari viene negata per mesi la possibilità di vederlo. Dopo la sua morte, il Cie chiude, per riaprire qualche anno dopo con il nuovo nome di Cpr.

L’elenco dei nomi delle persone morte dentro il Cpr ci ricorda che ad ammazzare non sono mai «i fantasmi»: sono le leggi, le istituzioni, i rappresentati razzisti dello Stato. L’elenco dei nomi delle persone morte dentro il Cpr ci dice che quel posto, che è stato voluto da tutti i governi, non è riformabile. Ci richiama a mobilitarci perché, se il Cpr continuerà a esistere, la gente continuerà a morirci dentro.

AGGIORNAMENTO DAL CAMPO DI CALTANISSETTA

Riceviamo e diffondiamo:

In una mattina d’agosto, alcunx solidalx si sono ritrovatx di fronte al cancello di Pian del Lago, a Caltanissetta, dove la guerra del regime di frontiera si esprime al suo meglio.
Pian del Lago, ex base militare trasformata nel 1998 in CPT, è ora un centro logistico fondamentale dove le persone migranti vengono rese sfruttabili ed espellibili e da cui poi vengono deportate. Qui si trovano l’ufficio immigrazione, il centro per richiedenti asilo e la struttura più strettamente detentiva, ovvero il Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). L’assenza di cure mediche -ad eccezione degli psicofarmaci-, i continui voli di deportazione che si susseguono senza alcuna possibilità di sottrarvisi sul piano legale, il caldo devastante in stanze senza ventilazione, in un luogo al centro di una Sicilia ancora più in fuoco per la catastrofe ecologica, rendono ancora più disumana la reclusione.

Negli ultimi mesi nei blocchi del CPR si sono susseguite molte proteste, duramente represse dalla polizia e dai carabinieri che si trovano numerosi di base nel campo.

A fine giugno, in un ennesimo tentativo di rivolta una persona è caduta dal tetto e la polizia ha lasciato passare un tempo omicida prima che un’ambulanza potesse essere chiamata. A fine luglio, in uno dei blocchi del centro è stato appiccato un fuoco da chi ha preferito rischiare di morire bruciato, piuttosto che restare rinchiuso in un luogo peggiore del carcere -così infatti racconta chi è stato in entrambi- o venire deportato. Ogni settimana dei voli per la Tunisia e l’Egitto partono dalla Sicilia, riempiti dalle persone detenute nei CPR del sud d’Italia.

E’ anche per questo motivo che si è voluto tentare di inceppare concretamente la macchina della deportazione esprimendo solidarietà attiva a chi resiste nell’isolamento razzista di questo lager.
Se chi cercava di varcare il cancello per andare a lavorare dentro il centro per una volta si è sentito molto a disagio nel farlo, le donne e gli uomini razzializzatx in attesa dell’apertura dell’ufficio immigrazione si sono invece sentite rincuorate dalla presenza di chi stava denunciando le forme di crudele violenza, ricatto perenne e razzismo con cui lo stato rende invivibili le loro vite. Nelle chiacchiere con alcunx altrx migrantx che vivono nel centro per richiedenti asilo sono emerse le condizioni di abbandono e miseria in cui vengono lasciatx nell'”accoglienza”. Pur non essendo a conoscenza dell’esistenza di un carcere vicino alle loro camerate – il CPR-, hanno raccontato delle grida e delle battiture che si sentono provenire da là, dove l’alta recinzione isola i blocchi dove son reclusi coloro a cui vengono negati i documenti.

Grazie alla presenza dex compagnx, il bus con cui normalmente vengono portate all’aeroporto le persone deportate è stato bloccato per due ore all’interno del centro.
Rispetto all’imponenza militare del dispositivo di repressione e deportazione, questa mattinata di lotta è stata ben poca cosa. Seppur, ci mostra l’importanza di continuare a pensare che la guerra contro chi vuole muoversi da quei luoghi in cui la democratica europa si è costruita -e continua a farlo- torturando, stuprando e facendo massacri, può essere fermata.
Brick by brick, wall by wall, we will make the European Fortress fall!

AGGIORNAMENTO DAL CAMPO DI ELEONAS

English belowb, France desous

Riceviamo e diffondiamo:

La resistenza del campo di Eleonas contro la sua chiusura forzata continua.

Le/i residenti continuano a opporsi ai trasferimenti forzati organizzati dalla direzione nel tentativo di svuotare gradualmente il campo. Denunciano le politiche razziste dell’Unione Europe nella gestione dei confini e i risultato della loro applicazione nelle città e nei campi, veri e propri lager per persone senza documenti europei.

Il piano che l’amministrazione comunale ha in serbo da anni per Eleonas è quello di radere al suolo l’intero quartiere, che tra l’altro ospita il bazar della domenica, e allontanare chi lo attraversa per costruirvi un nuovo stadio. Un’opera di gentrificazione in linea con quanto sta avvenendo in altre zone della città, come la piazza centrale di Exarcheia, ora completamente chiusa e militarizzata dopo l’avvio del nuovo cantiere della metropolitana.

Per opporsi al piano di chiusura forzata, le/i residenti organizzano blocchi delle attività della direzione e rifiutano i trasferimenti coatti verso altri campi, situati in luoghi isolati, lontani dalle città, da cui è impossibile trovare un lavoro o mandare a scuola i figli.
I trasferimenti avvengono tramite ricatti e menzogne: le persone vengono convinte ad accettare con il pretesto che questo sia l’unico modo per proseguire le procedure per la richiesta di asilo, pratiche che poi nella maggior parte dei casi non porteranno da nessuna parte. A chi rifiuta, la direzione stacca gli allacci di luce e acqua.

L’ultimo pullman è partito da Eleonas portando via una trentina di persone in direzione di Schistos il 18 agosto scorso, dopo una lunga notte di resistenza. Le/i residenti del campo e le/i solidali sono stati attaccati violentemente della polizia in antisommossa che ha forzato il blocco della porta caricando e manganellando le persone sedute per terra, lanciando gas e spray al peperoncino. La polizia ha così invaso il campo e, in risposta, sono state lanciate delle pietre.

Proprio per impedire la pianificazione di ulteriori trasferimenti, le/i residenti del campo hanno organizzato nella mattinata di venerdì un nuovo blocco delle attività della direzione.
Al suo arrivo verso le 7 del mattino, la direttrice Maria Dimitra Nioutsikou, già conosciuta con questa veste nei campi di Samos e Skaramangas, è stata scortata dai reparti antisommossa in direzione del cancello del campo. Qui una decina di donne insieme con i propri figli ha creato uno scudo umano per impedire l’accesso.

A Eleonas sono le donne della comunità congolese che organizzano la resistenza, sempre in prima linea durante i blocchi e le proteste che durano ormai da mesi.
Dopo una iniziale ritirata, la polizia si é ridiretta verso il cancello. Qui ha forzato la barricata di cassonetti, ha caricato il gruppo di persone spingendole contro il cancello e ha picchiato violentemente alcuni solidali.
Sei di loro sono stati arrestati e dovranno presentarsi a giudizio il primo settembre con le accuse di resistenza, minacce e insulti, interruzione di pubblico servizio e disturbo della quiete pubblica.
L’attacco della polizia é proseguito con inseguimenti e cariche all’interno del campo dove le residenti bloccavano la porta dell’ufficio nel quale la direttrice era stata accompagnata dalla celere. A più riprese donne e bambini sono state spinte e aggredite dalla polizia
fino a quando la direttrice e gli altri dipendenti del ministero non hanno lasciato la scena, protetti dalla polizia e accompagnati dagli insulti delle/dei residenti.

La macchina repressiva é in moto e mira a creare divisioni e spaccature all’interno del campo: chi prende parte alla resistenza sta ricevendo in questi giorni ulteriori minacce e ricatti da parte della direzione a cui si aggiungono le diffamazioni pubblicate sui canali social del ministero dell’immigrazione greco ad alimentare la propaganda fascista del governo Mitsotakis.

Le/i residenti del campo di Eleonas non si lasciano ricattare o intimidire, continuano a resistere e per farlo chiedono il sostegno e la solidarietà internazionale.

 

Updates from Eleonas’ camp

The resistance on Eleonas camp against its forced closure continues.

Residents keep opposing the forced relocations organized by direction of the camp in an attempt to gradually empty the camp. They denounce the UE racist policies in border management and the results of their application in cities and camps, veritable lagers for people without European documents.

The plan that the city administration has had in store for years for Eleonas is to raze the entire neighborhood, which among other things houses the Sunday bazaar, and drive away those who pass through it to build a brand new stadium. This is a gentrification effort in line with what is happening in other parts of the city, such as the central square of Exarcheia, now completely closed and militarized after the start of the new subway construction site.

To oppose the forced closure plan, residents are organizing blockades of the direction’s activities and refusing forced transfers to other camps, located in isolated locations far from the cities, from which it is impossible to find a job or send the children to school.
The transfers take place through blackmail and lies: people are persuaded to accept under the pretext that this is the only way to continue the asylum application procedures, practices that then in most cases will lead nowhere. To those who refuse, the management disconnects the electricity and water connections.

The last bus left Eleonas taking some 30 people away in the direction of Schistos on August 18, after a long night of resistance. The camp residents and sympathizers were violently attacked by riot police who forced the door lock by charging and baton-charging people sitting on the ground, throwing gas and pepper spray. The police thus invaded the camp and stones were thrown in response.

To prevent the planning of further relocation, the camp residents organized a new blockade of the leadership’s activities on Friday morning.
Upon her arrival at around 7 a.m., director Maria Dimitra Nioutsikou, already known in Samos and Skaramangas camps, was escorted by riot units in the direction of the camp gate. Here a dozen women along with their children created a human shield to prevent access.
In Eleonas, it is the women of the Congolese community who are organizing the resistance, being always on the front lines during the blockades and protests that have lasted for months now.
After an initial retreat, the police moved back toward the gate. Here they forced through the dumpster barricade, charged the group of people pushing them against the gate and violently beat some of the solidarians.
Six of them were arrested and are to appear for trial on Sept. 1 on charges of resisting, threatening and insulting, disrupting a public service and disturbing the peace.
The police attack continued with chases and charges inside the camp where residents blocked the door to the office in which the director was accompanied by the riot units. On several occasions women and children were pushed and assaulted by the police
until the director and other ministry employees left the scene, protected by the police and accompanied by insults from the residents.

The repressive machine is in motion and aims to create divisions and rifts within the camp: those taking part in the resistance are receiving further threats and blackmail from the direction. Moreover the Greek immigration ministry posted on its social channels defamations to feed the fascist propaganda of the Mitsotakis government.

The residents of Eleonas camp are not allowing themselves to be blackmailed or intimidated, they are continuing to resist and are asking for international solidarity and support.

 

PRESENTAZIONE DEL TAVOLO DI DISCUSSIONE NON MISTA DURANTE LA 3 GIORNI CONTRO GUERRA E FRONTIERE

Questo pomeriggio alle 17.30 all’ ASTANTERIA OCCUPATA  si terrà un tavolo di disucssione non misto.
Nella costruzione della tre giorni è emerso tra di noi una forte necessità di affrontare il tema dell’oppressione di genere e della violenza patriarcale. La questione è diventata per noi centrale e abbiamo deciso di assumere un posizionamento netto:
vogliamo costruire spazi liberati dalle violenze di genere.
Per farlo, ci è sembrato fondamentale includere un momento di discussione e scambio non misto, ovvero tra donne, lesbiche, persone trans e non binarie. 
Non vogliamo però che, come purtroppo succede molto spesso, la scelta del separatismo sia funzionale solo alla gestione delle violenze eteropatriarcali che si verificano nei contesti misti. Siamo stanchx di dover essere noi a gestire questi processi, 
siamo stanchx del carico mentale che questo lavoro di cura genera perché troppo spesso ricade solo o per la maggior parte sulle spalle di persone FLINTA (Femmine Lesbiche Intersex Non binarie Trans Asessualx e persone di qualsiasi genere e orientamento che non siano maschi etero cis) e per cui ci aspettiamo che questo venga assunto dall’intera collettività. 
Vogliamo che lo spazio non misto sia uno spazio di scambio, di confronto e di liberazione.
 
La frontiera e le lotte che creiamo sono contesti misti, attraversati da persone che godono di diversi livelli di privilegio e che vivono oppressioni differenti: persone razzializzate, persone bianche, persone con e senza documenti, donne, persone trans e queer, maschi cis…
I privilegi e le oppressioni si intersecano, si sommano e convivono, generano dinamiche di potere e violenza. 
Razza, genere e classe sono sistemi di oppressione intersezionali e trasversali nella società in cui viviamo così come nei cerchi più ristretti in cui ci organizziamo .
Ci siamo quindi chiestx come affrontare la questione, come costruire spazi fisici (e non) il più possibile attraversabili, confortevoli, liberati dalle oppressioni. 
Scegliamo di adottare un approcio transfemminista che tenga conto di queste intersezioni come punto di partenza per la liberazione di tuttx.
Partiamo da noi stessx, con il desiderio di essere consapevoli delle oppressioni che riproduciamo e dei nostri diversi livelli di privilegio. Per questo abbiamo la volontà di decostruirli e di aprire a scenari di liberazione, di complicità e solidarietà intersezionale.

L’ASTANTERIA OCCUPATA PER LA MOBILITAZIONE CONTRO GUERRE E FRONTIERE

Questa mattina abbiamo occupato l’Astanteria in via Cuneo 32/a Torino per la mobilitazione di 3 giorni contro guerre e frontiere

Il quartiere, le vie intorno al luogo scelto per organizzare questa tre giorni, non sono casuali. La storia di questo territorio è una storia fatta anche di violenza, segnata da una guerra a bassa intensità ai poverx e agli sfruttatx di ogni risma; ma racconta anche una storia di lotte, di tentativi di resistenza e di organizzazione rispetto alla brutalità del presente.
La riqualificazione è arrivata come una grande operazione di pulizia sociale. Proviene dal centro città e affonda una buona parte delle sue radici nel tessuto urbano di Porta Palazzo, Aurora e Barriera di Milano. L’immagine e il marketing del paesaggio della città risultano fondamentali per la sua stessa messa a valore: così come risultano fondamentali la cacciata degli indesideratx e l’implementazione degli strumenti di controllo. La presenza di un CPR in città e la lotta contro questa struttura – e l’intero sistema di detenzione amministrativa – è stata connessa a quella che era, e che è ancora, la vita in queste strade che ci circondano. Una lotta, come quelle contro tutte le prigioni, che deve partire dalle relazioni di prossimità intorno a noi, nei quartieri in cui viviamo e ci organizziamo. Anche questo ci ha portato a voler occupare qui e a rilanciare la lotta attraverso questa tre giorni tanto in quartiere quanto in città.

Questo spazio che abbiamo deciso di occupare, vuoto da più di 30 anni, ci riporta i vari livelli di mistificazione dei progetti in atto in questo spaccato della città. Il luogo in questione è oggetto di interesse all’interno del PNRR, i fondi gestiti dalla Regione Piemonte saranno utilizzati per concentrare in questo spazio, entro il 2026, 2 Case della Comunità, 2 Ospedali di Comunità e 3 Centrali Operative. Esattamente contro il principio di decentralizzazione che oltre ad essere una prerogativa di questi fondi è anche quello di cui questo quartiere ha bisogno. Il resto di uno dei territori più grandi e densamente popolati di Torino rimane senza servizi di prevenzione e sanitari che siano territoriali e accessibili a chi realmente vive in queste zone. 

La determinazione che ci ha portato ad organizzare questi tre giorni, non si esaurisce con la voglia di contaminarsi e legare i piani contro guerra, frontiere e repressione. L’intenzione è quella di aprire una breccia nella quotidianità e nell‘immobilismo sociale intorno a noi, con uno sguardo alle presenti e future possibilità di azione, per provare ad affrontare più pront* e con più strumenti le complessità di un mondo così allo stesso tempo frammentanto e ingiusto davanti ai nostri occhi, e per scardinare un meccanismo di impotenza senza dubbio imponente ma forse, non così invincibile.

 

ENGLISH

This morning we occupied the Astanteria in Via Cuneo 32/a Torino for the mobilisation of three days against war and borders.

The neighbourhood, the streets around the place chosen to organise this three-day event, is not random. The history of this area is a history created by violence, marked by a low-intensity war on the poor and exploited of all stripes; but it also tells a story of struggles, of attempts at resistance and organisation against the brutality of the present situation.
The requalification of the area was carried out as a major social cleansing operation. It starts from the city centre and continues into the area around Porta Palazzo, Aurora and Barriera di Milano. The image and marketing of the city’s landscape turn out to be fundamental to its own enhancement: just as the ousting of undesirables and the implementation of control tools turn out to be fundamental. The presence of a Deportation Centre (CPR in Italian) in the city and the struggle against this facility, and in general, the entire system of administrative detention, was connected to what was, and still is, life in these streets that surround us. A struggle, like those against all prisons, that has to start from the neighbourly relationships around us, in the neighbourhoods where we live and organise. This also motivates us to squat here and to keep the struggle ongoing through this three-day event both in this specific neighbourhood as elsewhere in the city.
The space that we have decided to occupy, which has been empty for more than 30 years, highlights the various levels of mystification of the projects going on in this area of the city. The place in question is the subject of interest of the PNRR, funds managed by the Piedmont Region and will be used to host, by the year 2026, 2 Community Homes, 2 Community Hospitals and 3 Operations Centres. Exactly against the principle of decentralisation, which besides being a prerogative of these funds is also what this neighbourhood needs. The area is one of the largest and most densely populated areas of Turin and remains without preventive and health care services that are territorial and accessible to those who actually live in these areas. 

The determination that led us to organise these three days does not end with the desire to contaminate and connect struggles against war, borders and repression. The intention is to open a breach in the everyday life and against the social immobility around us, with a look at the present and future possibilities of action, to be able to face readily and with more tools the complexities of a world so fragmented and unjust before our eyes, and to unhinge a mechanism of impotence that is undoubtedly imposing but perhaps, not so invincible after all.

FRANÇAIS

Ce matin on a occupé l’Astanteria, dans Via Cuneo 32/a Turin, pour la mobilisation de trois jours contre guerres et frontières.

Le quartier, les rues autour du lieu choisi pour organiser cet événement de trois jours, ne sont pas le fruit du hasard. L’histoire de ce territoire est aussi une histoire de violence, marquée par une guerre de basse intensité contre les pauvres et les exploités de tous bords ; mais elle raconte aussi une histoire de luttes, de tentatives de résistance et d’organisation contre la brutalité du présent.
La requalification s’est déroulé comme une grande opération de nettoyage social. Il vient du centre ville et a une bonne partie de ses racines dans le tissu urbain de Porta Palazzo, Aurora et Barriera di Milano. L’image et la commercialisation du paysage de la ville sont fondamentales pour son propre développement, tout comme l’expulsion des indésirables et la mise en place d’instruments de contrôle. La présence d’un CRA dans la ville et la lutte contre cette installation – et tout le système de détention administrative – étaient liées à ce qui était, et est toujours, la vie dans ces rues autour de nous. Une lutte, comme celles contre toutes les prisons, qui doit partir des relations de voisinage autour de nous, dans les quartiers où nous vivons et nous organisons. Cela nous a aussi conduits à vouloir occuper ici et à relancer la lutte à travers cet événement de trois jours dans le quartier et dans la ville.
Cet espace que nous avons décidé d’occuper, vide depuis plus de 30 ans, nous montre les différents niveaux de mystification des projets qui se déroulent dans cette partie de la ville. Le lieu en question fait l’objet d’un intérêt au sein du PNRR, où les fonds gérés par la Région Piémont seront utilisés pour concentrer dans cet espace, d’ici 2026, 2 Maisons Communautaires, 2 Hôpitaux Communautaires et 3 Centres Opérationnels. Exactement à l’encontre du principe de décentralisation, qui, en plus d’être une prérogative de ces fonds, est aussi ce dont ce district a besoin. Le reste de l’une des zones les plus grandes et les plus densément peuplées de Turin reste sans Cet espace que nous avons décidé d’occuper, vide depuis plus de 30 ans, nous montre les différents niveaux de mystification des projets en cours dans cette partie de la ville. Le lieu en question fait l’objet d’un intérêt au sein du PNRR, les fonds gérés par la Région Piémont seront utilisés pour concentrer dans cet espace, d’ici 2026, 2 Maisons Communautaires, 2 Hôpitaux Communautaires et 3 Centres d’appel. Exactement à l’encontre du principe de décentralisation, qui, en plus d’être une prérogative de ces fonds, est aussi ce dont ce quartier a besoin. Une des zones les plus grandes et les plus densément peuplées de Turin reste sans services de prévention et de santé territoriaux  accessibles à ceux qui vivent réellement dans ces zones. 

La détermination qui nous a poussés à organiser ces trois jours ne s’arrête pas au désir de contaminer et se lier contre la guerre, les frontières et la répression. L’intention est d’ouvrir une brèche dans le quotidien et l’immobilisme social qui nous entourent, avec un regard sur les possibilités d’action présentes et futures, pour tenter d’affronter plus facilement et avec plus d’outils les complexités d’un monde si fragmenté et injuste sous nos yeux, et de désarticuler un mécanisme d’impuissance sans doute imposant mais peut-être pas si invincible.

TRA GUERRE IMPERIALISTE e ALLARGAMENTO DEGLI APPARATI REPRESSIVI: QUALI PROSPETTIVE DI SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALISTA OGGI?

Una breve presentazione del tavolo di discussione “TRA GUERRE IMPERIALISTE e ALLARGAMENTO DEGLI APPARATI REPRESSIVI: QUALI PROSPETTIVE DI SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALISTA OGGI?”, che si terrà durante la 3 giorni di mobilitazione contro guerre e frontiere a Torino dal 24 al 26 Giugno.

Le nuove direttrici geografiche di sviluppo e sfruttamento capitalista, e quindi anche di possibili conflitti, il continuo affinamento delle dinamiche di guerra interna ed esterna agli Stati e l’escalation in Ucraina, ripropongono urgentemente dei quesiti tuttora in parte evasi: che ruolo hanno le esperienze antiautoritarie e di autorganizzazione dal basso nel mettere i bastoni tra le ruote alle guerre imperialiste? Che prospettive teoriche e pratiche sono in grado di mettere in campo i movimenti anticapitalisti nella creazione di esperienze e reti effettive di solidarietà internazionalista? Possiamo immaginare una congiuntura di critica, azione e sabotaggio della guerra e delle sue relative conseguenze, dalle frontiere alla repressione fino alla propaganda mediatica, a tutte le sue latitudini?

In questo panorama, le maglie repressive degli stati neo-liberali, in particolare occidentali, si affinano non solo nei termini di tecnologie di sorveglianza e controllo, ma anche nella costruzione di teoremi giudiziari. Negli ultimi anni in Italia sono molti gli esempi di processi in cui la struttura repressiva dello stato crea capi di accusa raffiguranti strutture organizzate per poter giustificare l’utilizzo di schemi introdotti ad hoc per la repressione della guerra interna in periodi di ben altro conflitto sociale e la richiesta di svariati anni di carcere, indebolendo sempre più i percorsi singoli e collettivi di antagonismo, rottura con l’esistente, se non rivoluzionari. L’urgenza della guerra e la continua evoluzione dell’apparato repressivo degli stati sottolineano l’importanza di riprendere i fili di un discorso che abbia un respiro internazionalista effettivo e non di facciata, e che sappia andare oltre le frontiere istituite, tratti da sempre caratteristici anche della lotta no border.

L’evoluzione delle dinamiche di conflitto e di ristrutturazione del capitale lascia
pensare che sempre più spesso ci troveremo ad assistere da lontano ad eventi complessi
e di difficile interpretazione, per i quali i nostri strumenti di analisi e posizionamento
non possono essere meccanicamente riproposti, col rischio di ricadere in un
immobilismo non solo politico, ma anche di comprensione umana e manchevole di
pratiche solidali.

Gli stati e le loro guerre continueranno a creare morti, distruzione e sottoproletariato in movimento, produrranno e si baseranno sempre più su carcere e repressione in forme articolate e diluite nella quotidianità, saranno alimentate da armi prodotte in occidente, e magari avranno forze a noi affini che gli si muoveranno all’interno e contro. Realtà con cui spesso mancano relazioni e percorsi pregressi per intavolare, nel momento del bisogno, uno scambio complice volto alla costruzione di pratiche solidali.

Per non rimanere schiacciat* tra le retoriche nazionaliste e un immobilismo causato dall’assenza di strumenti collettivi e non lasciare il campo narrativo e organizzativo in mano alle forze reazionarie e fasciste, è necessario chiedersi se e come poter applicare percorsi e pratiche di solidarietà internazionalista per poter immaginare nel domani, attraverso tentativi, errori e confronti, un’ alternativa nostra concreta frutto di lotte transnazionali che sappiano arricchirsi, contagiarsi e alimentarsi vicendevolmente.

PROGRAMMA DELLA TRE GIORNI CONTRO GUERRE E FRONTIERE – 24/25/26 GIUGNO –Torino

Venerdì

Mattina: RIAPPROPRIAMOCI DEGLI SPAZI IN CITTÀ PER LA DURATA DELLA MOBILITAZIONE!
12:30 Pranzo
15:00-16:30 Accoglienza, presentazione della tre giorni e punto legale
17:00-19:30 Discussione non mista (senza maschi cis)
20:00 Cena

Sabato

9:00 Colazione
10:00-13:00 In contemporanea, Tecnologie di sorveglianza e apparato repressivo nella War on Migrants, Critical whiteness e Cambiamenti climatici e migrazione.
13:30 Pranzo
17:00-20:00 Quale solidarietà internazionalista oggi?
20:30 Cena

Domenica

Mattina: Plenaria e prospettive pratiche
Pranzo autogestito
18:30 Saluto al CPR
Dalle 20:00 festa
Sarà possibile dormire a Torino anche la domenica sera.
Porta la tenda e il materiale da campeggio. Non dimenticare piatto, bicchiere e posate
Lascia a casa l’amicx a 4 zampe.
Porta pure la distro!
Per info puoi scriverci a info@passamontagna.info e assembleanocpr@riseup.net

Tecnologie di sorveglianza e apparato repressivo nella War on Migrants

Una breve presentazione del tavolo di discussione “Tecnologie di sorveglianza e apparato repressivo nella War on Migrants”, che si terrà durante la 3 giorni di mobilitazione contro guerre e frontiere a Torino dal 24 al 26 Giugno.

C’è una guerra in corso da diversi anni in Europa. Una guerra fatta di alleanze strategiche, eserciti transnazionali, programmi per l’avanzamento delle tecnologie da dispiegare sul campo, industrie del settore pronte a fare cassa, costruzione narrativa del “nemico”, morti e prigionieri.

E’ la War On Migrants, un processo passato dalla criminalizzazione delle persone in movimento o in fuga alla strutturazione di un esercito europeo come Frontex, con le sue divise, le sue tecnologie, le sue armi, i suoi droni. E’ un conflitto che continua a riempire di morti il Mar Mediterraneo e di prigioniere/i i centri di detenzione per migranti, ma – come tutte le guerre – rappresenta una spinta che trasforma nel loro insieme le società che attraversa in termini etici, tecnologici, economici: si stanno normalizzando la letalità dei respingimenti e la repressione della solidarietà, si stanno realizzando apparati di sorveglianza biometrica della popolazione, si stanno strutturando frontiere ubique che estendono la loro funzione di controllo ed esclusione a tutto il territorio, mentre i colossi del settore bellico fanno incetta di fondi pubblici per schierare veicoli senza pilota, sensori di movimento, radar, centrali di comando e via dicendo.

Nel nome del contrasto ai flussi migratori, gli strumenti europei di finanziamento come FP7, Horizon 2020 e il più recente Horizon EU sono stati caratterizzati da una crescente allocazione di risorse verso programmi di ricerca e sviluppo che prevedono la stretta collaborazione tra università, agenzie repressive e imprese, irrorate di milioni per immaginare e realizzare un ambiente sorvegliante che parte dalle frontiere e finisce nei quartieri, che analizza i dati del corpo come quelli sullo smartphone.

Insieme a un redattore di Radio Blackout e a un attivista della campagna Reclaim Your Face cercheremo di analizzare le strutture tecnologiche in fase di implementazione e i gruppi di pressione che stanno sostenendo la proliferazione dell’ambiente sorvegliante partendo dalla War on Migrants.

Ma per giustificare una guerra serve un nemico… Quindi, per corroborare la percezione della “minaccia” rappresentata dallo spostamento volontario di persone da territori dilaniati da guerre, desertificati dalla devastazione ambientale o “desertificati economicamente” dalla predazione neo-coloniale, è stata imbastita una macchina della propaganda che ha trasformato un processo di scala intercontinentale in una questione di “trafficanti di esseri umani” in alcuni casi o di “potenziali terroristi” in altri. Politici, giornalisti di regime e Procure hanno capito che per disinnescare a livello narrativo un fenomeno come quello delle migrazioni, potenzialmente in grado di fare emergere le gigantesche contraddizioni e ipocrisie del capitalismo globale, bisognava costruire dei “nemici” a colpi di “rischi per la tenuta democratica del Paese”, di “scafisti” e di “taxi del mare”.

Grazie al contributo di un giornalista freelance che ha studiato le carte e i retroscena di alcuni processi sarà possibile addentrarci nelle dinamiche e nelle distorsioni che hanno caratterizzato le recenti inchieste contro “trafficanti di esseri umani” e ONG, osservando il ruolo specifico dell’antimafia e di Frontex