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PRESENTAZIONE DEL TAVOLO DI DISCUSSIONE NON MISTA DURANTE LA 3 GIORNI CONTRO GUERRA E FRONTIERE

Questo pomeriggio alle 17.30 all’ ASTANTERIA OCCUPATA  si terrà un tavolo di disucssione non misto.
Nella costruzione della tre giorni è emerso tra di noi una forte necessità di affrontare il tema dell’oppressione di genere e della violenza patriarcale. La questione è diventata per noi centrale e abbiamo deciso di assumere un posizionamento netto:
vogliamo costruire spazi liberati dalle violenze di genere.
Per farlo, ci è sembrato fondamentale includere un momento di discussione e scambio non misto, ovvero tra donne, lesbiche, persone trans e non binarie. 
Non vogliamo però che, come purtroppo succede molto spesso, la scelta del separatismo sia funzionale solo alla gestione delle violenze eteropatriarcali che si verificano nei contesti misti. Siamo stanchx di dover essere noi a gestire questi processi, 
siamo stanchx del carico mentale che questo lavoro di cura genera perché troppo spesso ricade solo o per la maggior parte sulle spalle di persone FLINTA (Femmine Lesbiche Intersex Non binarie Trans Asessualx e persone di qualsiasi genere e orientamento che non siano maschi etero cis) e per cui ci aspettiamo che questo venga assunto dall’intera collettività. 
Vogliamo che lo spazio non misto sia uno spazio di scambio, di confronto e di liberazione.
 
La frontiera e le lotte che creiamo sono contesti misti, attraversati da persone che godono di diversi livelli di privilegio e che vivono oppressioni differenti: persone razzializzate, persone bianche, persone con e senza documenti, donne, persone trans e queer, maschi cis…
I privilegi e le oppressioni si intersecano, si sommano e convivono, generano dinamiche di potere e violenza. 
Razza, genere e classe sono sistemi di oppressione intersezionali e trasversali nella società in cui viviamo così come nei cerchi più ristretti in cui ci organizziamo .
Ci siamo quindi chiestx come affrontare la questione, come costruire spazi fisici (e non) il più possibile attraversabili, confortevoli, liberati dalle oppressioni. 
Scegliamo di adottare un approcio transfemminista che tenga conto di queste intersezioni come punto di partenza per la liberazione di tuttx.
Partiamo da noi stessx, con il desiderio di essere consapevoli delle oppressioni che riproduciamo e dei nostri diversi livelli di privilegio. Per questo abbiamo la volontà di decostruirli e di aprire a scenari di liberazione, di complicità e solidarietà intersezionale.

L’ASTANTERIA OCCUPATA PER LA MOBILITAZIONE CONTRO GUERRE E FRONTIERE

Questa mattina abbiamo occupato l’Astanteria in via Cuneo 32/a Torino per la mobilitazione di 3 giorni contro guerre e frontiere

Il quartiere, le vie intorno al luogo scelto per organizzare questa tre giorni, non sono casuali. La storia di questo territorio è una storia fatta anche di violenza, segnata da una guerra a bassa intensità ai poverx e agli sfruttatx di ogni risma; ma racconta anche una storia di lotte, di tentativi di resistenza e di organizzazione rispetto alla brutalità del presente.
La riqualificazione è arrivata come una grande operazione di pulizia sociale. Proviene dal centro città e affonda una buona parte delle sue radici nel tessuto urbano di Porta Palazzo, Aurora e Barriera di Milano. L’immagine e il marketing del paesaggio della città risultano fondamentali per la sua stessa messa a valore: così come risultano fondamentali la cacciata degli indesideratx e l’implementazione degli strumenti di controllo. La presenza di un CPR in città e la lotta contro questa struttura – e l’intero sistema di detenzione amministrativa – è stata connessa a quella che era, e che è ancora, la vita in queste strade che ci circondano. Una lotta, come quelle contro tutte le prigioni, che deve partire dalle relazioni di prossimità intorno a noi, nei quartieri in cui viviamo e ci organizziamo. Anche questo ci ha portato a voler occupare qui e a rilanciare la lotta attraverso questa tre giorni tanto in quartiere quanto in città.

Questo spazio che abbiamo deciso di occupare, vuoto da più di 30 anni, ci riporta i vari livelli di mistificazione dei progetti in atto in questo spaccato della città. Il luogo in questione è oggetto di interesse all’interno del PNRR, i fondi gestiti dalla Regione Piemonte saranno utilizzati per concentrare in questo spazio, entro il 2026, 2 Case della Comunità, 2 Ospedali di Comunità e 3 Centrali Operative. Esattamente contro il principio di decentralizzazione che oltre ad essere una prerogativa di questi fondi è anche quello di cui questo quartiere ha bisogno. Il resto di uno dei territori più grandi e densamente popolati di Torino rimane senza servizi di prevenzione e sanitari che siano territoriali e accessibili a chi realmente vive in queste zone. 

La determinazione che ci ha portato ad organizzare questi tre giorni, non si esaurisce con la voglia di contaminarsi e legare i piani contro guerra, frontiere e repressione. L’intenzione è quella di aprire una breccia nella quotidianità e nell‘immobilismo sociale intorno a noi, con uno sguardo alle presenti e future possibilità di azione, per provare ad affrontare più pront* e con più strumenti le complessità di un mondo così allo stesso tempo frammentanto e ingiusto davanti ai nostri occhi, e per scardinare un meccanismo di impotenza senza dubbio imponente ma forse, non così invincibile.

 

ENGLISH

This morning we occupied the Astanteria in Via Cuneo 32/a Torino for the mobilisation of three days against war and borders.

The neighbourhood, the streets around the place chosen to organise this three-day event, is not random. The history of this area is a history created by violence, marked by a low-intensity war on the poor and exploited of all stripes; but it also tells a story of struggles, of attempts at resistance and organisation against the brutality of the present situation.
The requalification of the area was carried out as a major social cleansing operation. It starts from the city centre and continues into the area around Porta Palazzo, Aurora and Barriera di Milano. The image and marketing of the city’s landscape turn out to be fundamental to its own enhancement: just as the ousting of undesirables and the implementation of control tools turn out to be fundamental. The presence of a Deportation Centre (CPR in Italian) in the city and the struggle against this facility, and in general, the entire system of administrative detention, was connected to what was, and still is, life in these streets that surround us. A struggle, like those against all prisons, that has to start from the neighbourly relationships around us, in the neighbourhoods where we live and organise. This also motivates us to squat here and to keep the struggle ongoing through this three-day event both in this specific neighbourhood as elsewhere in the city.
The space that we have decided to occupy, which has been empty for more than 30 years, highlights the various levels of mystification of the projects going on in this area of the city. The place in question is the subject of interest of the PNRR, funds managed by the Piedmont Region and will be used to host, by the year 2026, 2 Community Homes, 2 Community Hospitals and 3 Operations Centres. Exactly against the principle of decentralisation, which besides being a prerogative of these funds is also what this neighbourhood needs. The area is one of the largest and most densely populated areas of Turin and remains without preventive and health care services that are territorial and accessible to those who actually live in these areas. 

The determination that led us to organise these three days does not end with the desire to contaminate and connect struggles against war, borders and repression. The intention is to open a breach in the everyday life and against the social immobility around us, with a look at the present and future possibilities of action, to be able to face readily and with more tools the complexities of a world so fragmented and unjust before our eyes, and to unhinge a mechanism of impotence that is undoubtedly imposing but perhaps, not so invincible after all.

FRANÇAIS

Ce matin on a occupé l’Astanteria, dans Via Cuneo 32/a Turin, pour la mobilisation de trois jours contre guerres et frontières.

Le quartier, les rues autour du lieu choisi pour organiser cet événement de trois jours, ne sont pas le fruit du hasard. L’histoire de ce territoire est aussi une histoire de violence, marquée par une guerre de basse intensité contre les pauvres et les exploités de tous bords ; mais elle raconte aussi une histoire de luttes, de tentatives de résistance et d’organisation contre la brutalité du présent.
La requalification s’est déroulé comme une grande opération de nettoyage social. Il vient du centre ville et a une bonne partie de ses racines dans le tissu urbain de Porta Palazzo, Aurora et Barriera di Milano. L’image et la commercialisation du paysage de la ville sont fondamentales pour son propre développement, tout comme l’expulsion des indésirables et la mise en place d’instruments de contrôle. La présence d’un CRA dans la ville et la lutte contre cette installation – et tout le système de détention administrative – étaient liées à ce qui était, et est toujours, la vie dans ces rues autour de nous. Une lutte, comme celles contre toutes les prisons, qui doit partir des relations de voisinage autour de nous, dans les quartiers où nous vivons et nous organisons. Cela nous a aussi conduits à vouloir occuper ici et à relancer la lutte à travers cet événement de trois jours dans le quartier et dans la ville.
Cet espace que nous avons décidé d’occuper, vide depuis plus de 30 ans, nous montre les différents niveaux de mystification des projets qui se déroulent dans cette partie de la ville. Le lieu en question fait l’objet d’un intérêt au sein du PNRR, où les fonds gérés par la Région Piémont seront utilisés pour concentrer dans cet espace, d’ici 2026, 2 Maisons Communautaires, 2 Hôpitaux Communautaires et 3 Centres Opérationnels. Exactement à l’encontre du principe de décentralisation, qui, en plus d’être une prérogative de ces fonds, est aussi ce dont ce district a besoin. Le reste de l’une des zones les plus grandes et les plus densément peuplées de Turin reste sans Cet espace que nous avons décidé d’occuper, vide depuis plus de 30 ans, nous montre les différents niveaux de mystification des projets en cours dans cette partie de la ville. Le lieu en question fait l’objet d’un intérêt au sein du PNRR, les fonds gérés par la Région Piémont seront utilisés pour concentrer dans cet espace, d’ici 2026, 2 Maisons Communautaires, 2 Hôpitaux Communautaires et 3 Centres d’appel. Exactement à l’encontre du principe de décentralisation, qui, en plus d’être une prérogative de ces fonds, est aussi ce dont ce quartier a besoin. Une des zones les plus grandes et les plus densément peuplées de Turin reste sans services de prévention et de santé territoriaux  accessibles à ceux qui vivent réellement dans ces zones. 

La détermination qui nous a poussés à organiser ces trois jours ne s’arrête pas au désir de contaminer et se lier contre la guerre, les frontières et la répression. L’intention est d’ouvrir une brèche dans le quotidien et l’immobilisme social qui nous entourent, avec un regard sur les possibilités d’action présentes et futures, pour tenter d’affronter plus facilement et avec plus d’outils les complexités d’un monde si fragmenté et injuste sous nos yeux, et de désarticuler un mécanisme d’impuissance sans doute imposant mais peut-être pas si invincible.

TRA GUERRE IMPERIALISTE e ALLARGAMENTO DEGLI APPARATI REPRESSIVI: QUALI PROSPETTIVE DI SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALISTA OGGI?

Una breve presentazione del tavolo di discussione “TRA GUERRE IMPERIALISTE e ALLARGAMENTO DEGLI APPARATI REPRESSIVI: QUALI PROSPETTIVE DI SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALISTA OGGI?”, che si terrà durante la 3 giorni di mobilitazione contro guerre e frontiere a Torino dal 24 al 26 Giugno.

Le nuove direttrici geografiche di sviluppo e sfruttamento capitalista, e quindi anche di possibili conflitti, il continuo affinamento delle dinamiche di guerra interna ed esterna agli Stati e l’escalation in Ucraina, ripropongono urgentemente dei quesiti tuttora in parte evasi: che ruolo hanno le esperienze antiautoritarie e di autorganizzazione dal basso nel mettere i bastoni tra le ruote alle guerre imperialiste? Che prospettive teoriche e pratiche sono in grado di mettere in campo i movimenti anticapitalisti nella creazione di esperienze e reti effettive di solidarietà internazionalista? Possiamo immaginare una congiuntura di critica, azione e sabotaggio della guerra e delle sue relative conseguenze, dalle frontiere alla repressione fino alla propaganda mediatica, a tutte le sue latitudini?

In questo panorama, le maglie repressive degli stati neo-liberali, in particolare occidentali, si affinano non solo nei termini di tecnologie di sorveglianza e controllo, ma anche nella costruzione di teoremi giudiziari. Negli ultimi anni in Italia sono molti gli esempi di processi in cui la struttura repressiva dello stato crea capi di accusa raffiguranti strutture organizzate per poter giustificare l’utilizzo di schemi introdotti ad hoc per la repressione della guerra interna in periodi di ben altro conflitto sociale e la richiesta di svariati anni di carcere, indebolendo sempre più i percorsi singoli e collettivi di antagonismo, rottura con l’esistente, se non rivoluzionari. L’urgenza della guerra e la continua evoluzione dell’apparato repressivo degli stati sottolineano l’importanza di riprendere i fili di un discorso che abbia un respiro internazionalista effettivo e non di facciata, e che sappia andare oltre le frontiere istituite, tratti da sempre caratteristici anche della lotta no border.

L’evoluzione delle dinamiche di conflitto e di ristrutturazione del capitale lascia
pensare che sempre più spesso ci troveremo ad assistere da lontano ad eventi complessi
e di difficile interpretazione, per i quali i nostri strumenti di analisi e posizionamento
non possono essere meccanicamente riproposti, col rischio di ricadere in un
immobilismo non solo politico, ma anche di comprensione umana e manchevole di
pratiche solidali.

Gli stati e le loro guerre continueranno a creare morti, distruzione e sottoproletariato in movimento, produrranno e si baseranno sempre più su carcere e repressione in forme articolate e diluite nella quotidianità, saranno alimentate da armi prodotte in occidente, e magari avranno forze a noi affini che gli si muoveranno all’interno e contro. Realtà con cui spesso mancano relazioni e percorsi pregressi per intavolare, nel momento del bisogno, uno scambio complice volto alla costruzione di pratiche solidali.

Per non rimanere schiacciat* tra le retoriche nazionaliste e un immobilismo causato dall’assenza di strumenti collettivi e non lasciare il campo narrativo e organizzativo in mano alle forze reazionarie e fasciste, è necessario chiedersi se e come poter applicare percorsi e pratiche di solidarietà internazionalista per poter immaginare nel domani, attraverso tentativi, errori e confronti, un’ alternativa nostra concreta frutto di lotte transnazionali che sappiano arricchirsi, contagiarsi e alimentarsi vicendevolmente.

PROGRAMMA DELLA TRE GIORNI CONTRO GUERRE E FRONTIERE – 24/25/26 GIUGNO –Torino

Venerdì

Mattina: RIAPPROPRIAMOCI DEGLI SPAZI IN CITTÀ PER LA DURATA DELLA MOBILITAZIONE!
12:30 Pranzo
15:00-16:30 Accoglienza, presentazione della tre giorni e punto legale
17:00-19:30 Discussione non mista (senza maschi cis)
20:00 Cena

Sabato

9:00 Colazione
10:00-13:00 In contemporanea, Tecnologie di sorveglianza e apparato repressivo nella War on Migrants, Critical whiteness e Cambiamenti climatici e migrazione.
13:30 Pranzo
17:00-20:00 Quale solidarietà internazionalista oggi?
20:30 Cena

Domenica

Mattina: Plenaria e prospettive pratiche
Pranzo autogestito
18:30 Saluto al CPR
Dalle 20:00 festa
Sarà possibile dormire a Torino anche la domenica sera.
Porta la tenda e il materiale da campeggio. Non dimenticare piatto, bicchiere e posate
Lascia a casa l’amicx a 4 zampe.
Porta pure la distro!
Per info puoi scriverci a info@passamontagna.info e assembleanocpr@riseup.net

Tecnologie di sorveglianza e apparato repressivo nella War on Migrants

Una breve presentazione del tavolo di discussione “Tecnologie di sorveglianza e apparato repressivo nella War on Migrants”, che si terrà durante la 3 giorni di mobilitazione contro guerre e frontiere a Torino dal 24 al 26 Giugno.

C’è una guerra in corso da diversi anni in Europa. Una guerra fatta di alleanze strategiche, eserciti transnazionali, programmi per l’avanzamento delle tecnologie da dispiegare sul campo, industrie del settore pronte a fare cassa, costruzione narrativa del “nemico”, morti e prigionieri.

E’ la War On Migrants, un processo passato dalla criminalizzazione delle persone in movimento o in fuga alla strutturazione di un esercito europeo come Frontex, con le sue divise, le sue tecnologie, le sue armi, i suoi droni. E’ un conflitto che continua a riempire di morti il Mar Mediterraneo e di prigioniere/i i centri di detenzione per migranti, ma – come tutte le guerre – rappresenta una spinta che trasforma nel loro insieme le società che attraversa in termini etici, tecnologici, economici: si stanno normalizzando la letalità dei respingimenti e la repressione della solidarietà, si stanno realizzando apparati di sorveglianza biometrica della popolazione, si stanno strutturando frontiere ubique che estendono la loro funzione di controllo ed esclusione a tutto il territorio, mentre i colossi del settore bellico fanno incetta di fondi pubblici per schierare veicoli senza pilota, sensori di movimento, radar, centrali di comando e via dicendo.

Nel nome del contrasto ai flussi migratori, gli strumenti europei di finanziamento come FP7, Horizon 2020 e il più recente Horizon EU sono stati caratterizzati da una crescente allocazione di risorse verso programmi di ricerca e sviluppo che prevedono la stretta collaborazione tra università, agenzie repressive e imprese, irrorate di milioni per immaginare e realizzare un ambiente sorvegliante che parte dalle frontiere e finisce nei quartieri, che analizza i dati del corpo come quelli sullo smartphone.

Insieme a un redattore di Radio Blackout e a un attivista della campagna Reclaim Your Face cercheremo di analizzare le strutture tecnologiche in fase di implementazione e i gruppi di pressione che stanno sostenendo la proliferazione dell’ambiente sorvegliante partendo dalla War on Migrants.

Ma per giustificare una guerra serve un nemico… Quindi, per corroborare la percezione della “minaccia” rappresentata dallo spostamento volontario di persone da territori dilaniati da guerre, desertificati dalla devastazione ambientale o “desertificati economicamente” dalla predazione neo-coloniale, è stata imbastita una macchina della propaganda che ha trasformato un processo di scala intercontinentale in una questione di “trafficanti di esseri umani” in alcuni casi o di “potenziali terroristi” in altri. Politici, giornalisti di regime e Procure hanno capito che per disinnescare a livello narrativo un fenomeno come quello delle migrazioni, potenzialmente in grado di fare emergere le gigantesche contraddizioni e ipocrisie del capitalismo globale, bisognava costruire dei “nemici” a colpi di “rischi per la tenuta democratica del Paese”, di “scafisti” e di “taxi del mare”.

Grazie al contributo di un giornalista freelance che ha studiato le carte e i retroscena di alcuni processi sarà possibile addentrarci nelle dinamiche e nelle distorsioni che hanno caratterizzato le recenti inchieste contro “trafficanti di esseri umani” e ONG, osservando il ruolo specifico dell’antimafia e di Frontex

PRESENTAZIONE DELLA MOBILITAZIONE CONTRO GUERRE E FRONTIERE

MARTEDI 21 GIUGNO

dalle ore 18
ai Giardini Vittorio Pozzo (Campus Einaudi)

PRESENTAZIONE DELLA MOBILITAZIONE CONTRO GUERRE E FRONTIERE

Dal 24 al 26 Giugno si terrà a Torino una 3 giorni di mobilitazione internazionale che parte dalla spinta tematica e politica delle precedenti iniziative internazionali e tenderà a focalizzarsi su argomenti specifici che a nostro parere appaiono come particolarmente urgenti da indagare di questi tempi.

I temi che guideranno la mobilitazione, trovano il loro punto specifico nell’intersezione tra la lotta alle frontiere e quella antimilitarista con una analisi di come i livelli di violenza, controllo, repressione e oppressione all’interno del sistema capitalistico mondiale siano intersecati su più piani tra di loro. La costatazione del legame diretto tra guerra e fuga di milioni di persone attraverso le frontiere è solo il punto di partenza per poter guardare a come questi due principi cardine dell’assetto politico attuale – la tensione (espressa o non) bellica e il controllo del confini e dei corpi in movimento – si intersecano su vari piani e a vari livelli. Discutiamone!!!

 

A seguire

APERITIVO BENEFIT PER LA 3 GIORNI

Strategie poliziesche: false date di volo, falsi rifiuti di test, falsi rifiuti di imbarco al CRA di Marsiglia

Riportiamo di seguito un articolo e la testimonianza di un detenuto del CRA di Marsiglia (FR, ENG) con sulle spalle un’ordinanza di espulsione verso l’Italia secondo le procedure di Dublino.

da Marseilleanticra.noblogs.org

Le menzogne dei gendarmi mandano in prigione le persone detenute nel centro. Per esempio, una di loro spiega in questo articolo come gli agenti di polizia abbiano completamente inventato il suo rifiuto di imbarcarsi su un aereo, il che avrebbe potuto farla finire in prigione.

In tutti i centri di detenzione amministrativa (CRA), accade regolarmente che il giudice delle libertà e della detenzione (JLD) e la polizia di frontiera (PAF) mentano sulle date dei voli aerei con cui le persone rinchiuse nel centro devono essere espulse. Il JLD è responsabile nel CRA per il prolungamento del periodo di detenzione di tutte queste persone, ma per farlo, soprattutto dopo che sono già passati 2 mesi di detenzione, deve in linea di principio dimostrare che lo Stato sta cercando attivamente di espellerle. Capita quindi che durante un’udienza del JLD vengano segnalati biglietti aerei falsi (ad esempio, aerei inesistenti).

Dalla primavera del 2020, un test PCR negativo è una condizione necessaria per l’espulsione di un detenuto in aereo: molte persone lo rifiutano per non essere espulse. Ma rifiutare i test porta molto spesso a procedimenti penali e a pene detentive. La PAF, da parte sua, inventa anche false date di espulsione in aereo per spingere deliberatamente i detenuti nel CRA a rifiutare il test e quindi a finire in prigione. Queste pratiche di polizia sono ricorrenti in molti CRA in Francia.
Più recentemente, il PAF del CRA di Marsiglia sembra aver avviato un’altra pratica: l’invenzione di falsi rifiuti di test PCR. In pratica, alcune persone rinchiuse nel CRA sono talvolta condannate a pene detentive per test di cui non hanno mai sentito parlare e che non hanno mai rifiutato, nonostante siano perseguite per questo! All’inizio di marzo 2022, un detenuto del CRA di Marsiglia, che non sopportava più di essere rinchiuso, ha dichiarato che avrebbe preferito essere espulso il più rapidamente possibile. Tuttavia, non gli è stato offerto un volo e nemmeno un test PCR, salvo che alla fine del 30° giorno di detenzione, quando è comparso davanti al JLD, ha scoperto che gli ufficiali della PAF avevano inventato per lui falsi rifiuti di test PCR senza esserne a conoscenza.
Infine, più recentemente, all’inizio di maggio 2022, il PAF del CRA di Marsiglia ha inventato anche falsi rifiuti di imbarco sui voli di espulsione, anche se questi rifiuti portano a un procedimento penale (“evasione di un ordine di espulsione”). Riportiamo di seguito la testimonianza di un detenuto del centro di detenzione di Marsiglia. Spiega che la polizia ha inventato un falso rifiuto all’imbarco contro di lui, facendogli fare la spola tra il CRA e l’aeroporto di Marignane senza che vedesse l’aereo o esprimesse il suo rifiuto all’imbarco.

Francese:

Bonjour
Je suis allé au tribunal [devant le Juge des libertés et de la détention, JLD] aujourd’hui mais le juge a prolongé ma rétention de 28 jours supplémentaires. J’ai la possibilité de faire appel de cette décision dans les prochaines 24 heures. Je n’ai pas les moyens de faire appel car le bureau d’aide aux réfugiés de mon centre de rétention [Forum Réfugiés] ne travaille pas le dimanche.
Le juge a dit que je resterais en rétention jusqu’au 7 juin, et que j’ai le droit de faire appel du jugement. Je n’ai pas confiance dans les avocat.e.s du gouvernement [commis.e.s d’office], car je pense qu’ils et elles ne font pas grand chose pour moi. On m’a reproché pendant le jugement d’avoir refusé d’embarquer à bord de l’avion, mais ce n’est pas ce qu’il s’est passé.
Début avril, je me suis rendu à la préfecture sur rendez-vous, mais j’ai été arrêté. Le préfet a dit que j’étais arrêté parce que j’étais en procédure Dublin. Le préfet a également dit que j’avais le droit de faire appel de la décision de renvoi en Italie. Après avoir été reconduit au centre de rétention, j’ai demandé un.e avocat.e pour faire le recours, et on m’a conduit à une organisation d’aide aux migrant.e.s au centre de rétention [Forum Réfugiés]. Je leur ai expliqué que je ne refusais pas d’aller en Italie, mais que je souhaitais savoir si l’Italie était en mesure de traiter ma demande d’asile, et si je pourrais être soigné à mon retour en Italie puisque je suis malade. L’organisation a accepté et m’a dit qu’elle écrirait au juge pour lui demander de suspendre mon renvoi en raison de ma maladie, mais je n’ai reçu aucune réponse de leur part.Le lendemain, le 9 avril, la police m’a dit que je devais passer un test de dépistage du coronavirus pour pouvoir être transféré en Italie. J’ai accepté et j’ai fait le test. Après le test, j’ai demandé pourquoi je devais être renvoyé étant donné que j’avais un appel le jour suivant. La police m’a répondu que ce n’était pas un problème, que ce que je devais faire était de les suivre à l’aéroport le lendemain matin, et que lorsque j’arriverai à l’aéroport, je rencontrerais l’officier de l’immigration à l’aéroport pour lui expliquer cela.Le lendemain matin, on m’a emmené à l’aéroport mais je n’ai jamais parlé à un agent de l’immigration. La police m’a enfermé dans une cellule à l’aéroport [probablement dans un local de rétention administrative, LRA] et après environ une heure, elle m’a ramené au centre de rétention.
Maintenant, ils m’accusent au tribunal d’avoir intentionnellement refusé d’embarquer dans l’avion. Je vais aller au tribunal demain pour faire appel. Je suis malade et même le médecin de la rétention a un rapport à ce sujet, mais ce n’est jamais pris en compte. Je n’ai pas d’argent pour prendre un.e avocat.e privé.e et je ne pense pas que l’avocat.e du gouvernement sera en mesure de me faire sortir. Ici tout est réglé d’avance comme dans un jeu.

Inglese:

Good morning
I went to court [before the Juge des libertés et de la détention, JLD] today but the judge prolonged my detention to extra 28 days. I was given the option to appeal against it within the next 24 hours. I don’t have a means of lodging the appeal because the office of the refugee assistance here in my detention center [Forum Réfugiés] don’t work on Sundays.
The judge said I’ll remain in detention till June 7th and I have the right to appeal against the judgement. I don’t have confidence in the government lawyers because I think they are not doing much on my behalf. They said I refused to board the plane but that’s not how it happened.
On the 8th of April I went to prefecture, on appointment, only to be arrested. The prefect said I am been arrested because I am under the Dublin procedure. The prefect also said I have the right to appeal against the decision of removal to Italy. After I was driven to the detention center I requested for a lawyer to make the appeal and I was taken to an organization helping migrants at the detention center [Forum Réfugiés]. I explained myself to them, saying that I don’t reject going to Italy but I wish to know if Italy will be able to handle my asylum and also if I’ll be able to get treatment when I return to Italy because I am sick. The organization agreed and told me that they will write to the judge to tell to suspend my removal due to the sickness but I got no reply from them.The next day been 9th of April the police told me that I have to take coronavirus test so that I’ll be able to be transferred to Italy. I accepted and took the test. After the test I asked why should I be removed since I have appeal the next day? The police said that’s no problem, that what I have to do is follow them to airport next morning and when I get to airport that I meet the immigration officer at the airport and I’ll explain to him and I agreed.The next morning I was taken to the airport but I never say or spoke to any immigration officer. The police locked me in a cell at the airport [probably in a local de rétention administrative, LRA] and after like 1 hour they drove me back to the detention center.
Now they are charging me in court that I intentionally refused to board the plane. I’ll be going to court by tomorrow for appeal. I am sick and even the detention doctor have a report on that but it isn’t taken into consideration. I don’t have money to get a private lawyer and I don’t think the government lawyer will be able to get me out. Everything here seems to be a trick.

La Danimarca esternalizza la prigione per detenuti stranieri in Kosovo

Di passamontagna.info

Si esternalizzane le frontiere. Si esternalizzano le prigioni.

Via gli immigrati, via gli indesiderati. Quelli che non servono al sistema, gli “inutili”, i dannati della terra. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Differenziare, selezionare, punire. Questa é la politica danese, in linea con quella europea. Ma che ora ha fatto un passo in avanti.

La Danimarca apre una “colonia penale” in Kosovo. 300 posti per migranti, o meglio, immigrati condannati per aver commesso un reato in Danimarca, a partire dal primo semestre del 2023. Questo il risultato dell’accordo stipulato mercoledì 27 aprile 2022 tra Copenhagen e Pristina al quale i governi dei due paesi lavoravano da mesi (una prima intesa era stata firmata a dicembre 2021). 15 milioni di euro l’anno, per 5 anni, rinnovabile per 10 anni. Più 5 milioni di euro previ per la sistemazione delle strutture detentive kosovare. E 6 milioni di investimenti nella cosiddetta “transizione ecologica”

Dopo la legge del 2021 sull’esternalizzazione delle domande di asilo, che cerca ora un’ attuazione con il Ruanda, ecco il patto per esternalizzare la detenzione degli immigrati. La differenziazione nella differenziazione, la selezione e esclusione nei già esclusi. Dividere anche i detenuti sulla base della nazionalità e del foglio di carta che hanno o non hanno.

Nella retorica danese, le motivazioni sono il sovraffollamento delle prigioni e una diminuzione di guardie; dal 2015 la popolazione carceraria è cresciuta del 19%, passando da 3.400 a 4.200, mentre il numero degli “agenti di custodia” – gli sbirri – è sceso da 2.500 a 2.000. Il governo conta di riformare l’intero sistema carcerario e per questo ha stanziato 6 miliardi di corone, pari a circa 538 milioni di euro. Ma non solo. «La Danimarca sta inviando un segnale chiaro anche agli stranieri condannati alla deportazione: il tuo futuro non risiede in Danimarca e quindi non sconterai qui nemmeno la tua pena» ha spiegato nelle scorse settimane Nick Haekkerup, fino a poche settimane fa ministro della Giustizia danese. La volontà é sempre la stessa, da anni a questa parte: disincentivare i migranti ad andare in Danimarca, e punire in modo “esemplare” coloro che già ci sono. Ancora di più coloro che hanno osato opporsi alla legge danese.

«Uno dei vantaggi di tale misura è che (i prigionieri) non dovranno essere risocializzati per tornare nella società, perché non dovranno trovarsi in Danimarca in seguito. Pertanto, possiamo comodamente spostare l’intero gruppo in modo che servano in un altro posto», ha detto alla radio danese Hækkerup.

Lo “schema” danese è chiarissimo e viene messo in pratica da diversi anni (nel 2018 il precedente governo aveva pensato di confinare i detenuti sull’isola disabitata di Lindholm, una specie di Alcatraz scandinava: progetto poi cancellato “per i costi eccessivi”).

Tra il 2020 e la metà del 2021 la Danimarca ha revocato, o non rinnovato, il permesso di soggiorno a circa 400 rifugiati siriani, arrivando a sostenere che: «La guerra civile in Siria è ormai alle fasi finale e Damasco è un luogo sicuro».

Il numero di rifugiati in cerca di asilo in Danimarca è sceso costantemente negli ultimi anni (dalle oltre 11mila richieste nel 2015 si è passati alle 342 del primo semestre del 2021) e proprio per il “successo” della strategia si continua a rendere la vita difficile e scomoda per gli immigrati, con leggi ad hoc. Come quella votata lo scorso settembre, per obbligare i migranti a lavorare almeno 37 ore la settimana se vogliono continuare a beneficiare dei sussidi statali. La norma dev’essere ancora approvata dal Parlamento. O come la legge, approvata nel 2016 che autorizzava la confisca di gioielli e beni superiori alle 10mila corone (1350 euro) dei migranti, per coprire le spese di accoglienza.

Le prigioni ci fanno schifo, di qualsiasi stato e bandiera appartengano, sia chiaro.

Però ci teniamo a sottolineare la violenza di mandare a migliaia di chilometri di distanza da amici, famigliari, compagnx, i detenuti che saranno toccati da questo patto d’intesa.

La prigione scelta é Gjilan, a circa 50 km da Pristina. Una nowhere land, dove i detenuti non avranno possibilità di avere colloqui con un difensore di loro fiducia, senza più contatti con le famiglie e gli amici – che avranno giusto “qualche difficoltà” ad andare a trovare i famigliari a migliaia di km di distanza – senza sapere manco bene quali regole, se kosovare o danesi, verranno applicate alla galera, senza neppure sapere in quale lingua potranno rivolgersi alle guardie e al personale del carcere.

Il Kosovo, dal canto suo, è ben contento degli investimenti e dei soldi danesi, oltre che considera l’accordo una buona presentazione di “partner affidabile” ai paesi UE, data la sua ambizione a entrare nell’Ue.

Altri esempi di esternalizzazione di galere

Un accordo simile (a parte la distinzione tra detenuti immigrati e non) venne stipulato tra il Belgio ed i Paesi Bassi nel 2010 al fine di consentire al primo di utilizzare una prigione in territorio olandese, a circa trenta chilometri dal confine tra i due Stati, per far fronte ad una situazione di sovraffollamento terminata poi nel 2016, con l’entrata in funzione di nuovi istituti in Belgio. Tutta l’operazione avvenne sotto l’egida del Consiglio d’Europa e del CPT.

Un altro accordo temporaneo era stato raggiunto tra Norvegia e Paesi bassi nel 2015 con la messa a disposizione di una prigione sita in Olanda, anche in questo caso per far fronte temporaneo sovraffollamento: nel 2018 la locazione è terminata ed i detenuti sono stati riportati in strutture in Norvegia.

Ora siamo all’unione dell’esternalizzazione di frontiere e galere.

In questo periodo di covid, di guerra, di depressione economica e terrorismo mediatico costante, i vari governi stanno approvando leggi e legittimando dinamiche prima quasi impensabili, da cui non torneremo indietro. Queste pratiche di esternalizzazione che stanno avanzando velocemente sono solo un tassello di una dinamica più grande e molto pericolosa contro cui dovremmo iniziare concretamente a organizzarci.

Contro ogni galera, contro ogni frontiera!

Tamburi di Guerra. Via libera al rafforzamento di Frontex in Svizzera

Il 15 maggio si è tenuto in Svizzera il referendum sul finanziamento di Frontex.

Senza sorprese, è stato confermato che la Confederazione svizzera parteciperà al progetto di potenziamento di Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera che controlla e gestisce i flussi migratori dello spazio Schengen. Tale rafforzamento prevede che il contributo finanziario elvetico passi da 24 milioni a 61 milioni di franchi entro il 2027. Oltre all’incremento della partecipazione economica, è previsto anche un aumento del personale messo a disposizione dalla Svizzera: entro il 2027, il numero di agenti salirà dall’attuale media di circa sei posti a tempo pieno a un massimo di circa 40 posti.

Il referendum era stato lanciato da alcune organizzazioni di tutela dei migranti. Ma i sondaggi avevano rilevato da subito che la maggioranza dell’elettorato socialista e verde era favorevole al rafforzamento di Frontex. Varie ONG non hanno preso posizione rispetto al referendum: Amnesty International e l’OSAR (Organizzazione svizzera per l’aiuto ai rifugiati) hanno lasciato libertà di voto.

Più che sul sostegno a Frontex, nel dibattito pubblico è stata posta una questione di principio, ossia l’adesione a Schengen, e la lotta alla criminalità e all’immigrazione illegale sono state due questioni centrali. Si è sventolato lo spauracchio della reintroduzione dei controlli alla frontiera e dell’interruzione della cooperazione europea tra le polizie dei singoli Stati.

Un certo peso lo ha avuto anche la guerra in Ucraina. La situazione ha compattato le fila filo-europee ed è stato paventato come un rifiuto svizzero a Frontex potesse essere visto come un affronto a Bruxelles.

La strategia elettorale ha teso a sviare l’attenzione dall’Agenzia europea, coinvolta in un’inchiesta sui respingimenti che recentemente ha portato alle dimissioni del direttore (leggi anche Senza Macchia e Senza Paura. Sulle dimissioni del direttore di Frontex). Inoltre, l’accoglienza dei profughi e delle profughe di nazionalità ucraina ha voluto riconfermare l’immagine di un Paese con una politica d’asilo umana e generosa.

Da tempo si è a conoscenza dei respingimenti assassini alla frontiera Schengen operati dall’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera Frontex e delle responsabilità della Commissione Europea, che da un lato, laddove possibile, esternalizza e invisibilizza le frontiere, legandosi a doppio filo con partenariati con paesi terzi, dall’altro investe ed implementa le risorse umane e materiali necessarie per il pattugliamento, la militarizzazione e la carcerazione diretta sul territorio (leggi anche Ristretti Orizzonti. Su Horizon Europe, Nestor e il controllo dei confini).

Non stupisce l’ipocrisia di chi parla di “opportunità”, dalla posizione di partecipante diretto al progetto Frontex, di sorvegliarne gli operati o della “chance” delle dimissioni di Leggeri per riformare l’agenzia dal suo interno. Per giustificare le proprie prese di posizione, a favore della propria privilegiata “libertà di movimento”, del proprio precario benessere economico e dell’artificioso senso di sicurezza dato dalla repressione si doveva pur ammantare l’egoismo capitalista con i colori dei diritti umani.

In tempi di guerra come questi, durante i quali gli Stati ricorrono agli armamenti più devastanti e tradizionali, alla propaganda bellicista più becera e altisonante e potenziano e si trincerano dietro alleanze militariste, diviene imperativo tentare di fare chiarezza e far cadere le maschere. Nessun referendum, nessun cambio di gestione e nessun appello ai diritti umani cambierà la realtà delle frontiere erette a difesa delle diseguaglianze e dell’esclusione.

Dagli UK alla Danimarca: l’esternalizzazione delle richieste d’asilo al Ruanda

pubblicato su passamontagna.info

Il 14 aprile 2022 il Regno Unito, nella persona del ministro degli Interni Priti Patel, ha firmato un accordo con il Ruanda, il “Migration and Economic Development Partnership”. Ossia: soldi e investimenti in cambio dell’esternalizzazione di migliaia di richieste di asilo. 120 milioni di sterline all’anno (circa 144 milioni di euro) verranno pagati dagli UK alle autorità ruandesi per gestire e nascondere migliaia di persone che sbarcano sulle coste inglesi “illegalmente”. Assieme al piano, Johnson, primo ministro inglese, ha annunciato un ulteriore investimento di 50 milioni di sterline per rafforzare il pattugliamento dei propri confini, e che schiererà anche la Marina militare – la Royal Navy -“per pattugliare il Canale della Manica contro l’immigrazione illegale”.

L’esternalizzazione delle frontiere, in tutto e per tutto, non é una gran novità. Da anni il governo inglese cercava uno stato in cui deportare gli immigrati che non voleva. Ci aveva provato con l’Albania, col Ghana. Invano. Un mese fa, l’accordo. Giusto questa settimana l’Inghilterra ha annunciato che a breve avrà luogo il primo volo di deportazione verso il Ruanda di almeno 50 richiedenti asilo.

Persone non solo ruandesi, ma potrebbe essere deportato in Ruanda chiunque risulti illegale secondo gli standard del “diritto” inglese; non serve neanche che la persona sia passata da quel paese durante il suo viaggio verso l’Europa. Potrà essere spedito in Ruanda, quindi, chiunque non sia accettato dal Regno Unito, e potenzialmente di qualsiasi nazionalità; in questo modo non servono neanche i patti bilaterali con tutti i paesi di provenienza delle persone che emigrano, non serviranno più i soldi e le armi che normalmente vengono elargite dai paesi europei ai governi africani o asiatici per accettare gli accordi di rimpatrio dei loro concittadini; tutte le persone “straniere” potranno essere mandate in Ruanda, anche se non hanno mai attraversato quella terra.

La Danimarca subito sta cercando di duplicare lo schema inglese e la contrattazione con il governo ruandese è, con le parole del governo danese, “a buon punto”.

In pratica, secondo le parole del premier, tutti i migranti (per alcuni giornali invece saranno solo i maschi adulti e senza famiglia) arrivati dal 1 gennaio 2022 in avanti con imbarcazioni di fortuna potranno essere deportati in Ruanda per trattare la loro richiesta di asilo, e anche nel caso venga approvata, il rientro in UK non é considerato. Le persone potranno restare nel territorio ruandese in accordo col diritto del paese.

Il testo del Memorandum d’intesa dice: “considerato che i migranti e i rifugiati compiono viaggi pericolosi attraverso le frontiere e persino gli oceani in cerca di sicurezza e opportunità economiche, fuggendo da conflitti armati, carestie, cambiamenti climatici e altre difficoltà che hanno incontrato nei loro paesi d’origine e che il movimento di massa di migranti irregolari organizzato dai trafficanti di persone sta sopraffacendo il sistema internazionale di asilo” e volendo dunque “contrastare il modello di business dei trafficanti di esseri umani, proteggere i più vulnerabili, gestire i flussi di richiedenti asilo e rifugiati e promuovere soluzioni durature” si conviene tra i due Stati di dare avvio ad un “meccanismo per la ricollocazione dei richiedenti asilo le cui richieste non sono state prese in considerazione dal Regno Unito, in Ruanda, che esaminerà le loro richieste e sistemerà o espellerà (a seconda dei casi) le persone dopo che la loro richiesta è stata decisa, in conformità con il diritto interno ruandese”.

Johnson ha precisato che l’accordo con il Paese africano non ha limiti di numeri e che il Ruanda “ha la capacità di ospitare decine di migliaia di persone negli anni a venire“.

L’accordo arriva dopo il 2021, anno in cui nel Regno Unito oltre 28mila persone hanno attraversato la Manica con mezzi di fortuna. Nel 2020 erano state poco più di 8mila.

Il razzismo e l’opportunismo inglese é lo stesso dell’unione europea: gli UK aprono le porte ai rifugiati ucraini, e deportano coloro che per razza, religione, e skills economiche non sono “interessanti” e sfruttabili per il paese.

Il Ruanda, paese conosciuto per la violazione sistematica dei così chiamati “diritti umani” con torture e detenzioni infinite, dove nel 2018 una dozzina di rifugiati furono uccisi dalla polizia ruandese dopo proteste fuori dalla sede dell’UNHCR di Kigali, dal canto suo, è ben contento di ricevere milioni di euro dai vari governi europei e anche di avere migliaia di persone “sfruttabili” nella sua economia in espansione.

Gli accordi tra UK e Ruanda sanno molto di politiche neocoloniali; il Ruanda, vuole il caso, non solo ha un’industria mineraria di minerali di stagno, oro, tungsteno e metano, ma ospita anche il lago Kivu, enormemente ricco di gas e potenziale fonte di generazione di energia.

Altri casi di esternalizzazione delle frontiere

Il modello inglese copia la tattica assassina e dissuasiva del governo australiano, che dal 2001 si é arrogata il diritto di tenere in stato di fermo gli immigrati “irregolari“ e di trasferirli in strutture remote predisposte dal governo in paesi terzi, come il centro di detenzione dell’isola papuana di Manus e quello di Nauru.

I profughi sono trattenuti a tempo indeterminato nei centri, senza la possibilità di ricorrere al giudizio di una corte, in attesa che le loro richieste di asilo vengano esaminate attraverso un “processo a distanza”.

Altro esempio é quello di Israele, che dall’inizio del 2018, ha iniziato le deportazioni di immigrati sudanesi, eritrei, etiopi e non solo verso Uganda e Ruanda, in cambio di soldi. Circa 5mila dollari per ogni rifugiato, secondo alcune ONG. Si parla di più di 40mila persone trasferite in poco tempo.

La Danimarca, dopo la legge approvata a giugno del 2021, ha chiuso completamente le frontiere ai richiedenti asilo, e ha iniziato la ricerca – forse ora finita – di un paese dove deportare i migranti che non vuole ma anche dove lasciare coloro che otterranno lo status di rifugiati, che comunque non verranno ammessi in Danimarca.

L’Unione Europea, anche se a parole ha condannato la nuova legge inglese, si muove nella stessa identica direzione. Da anni cerca paesi cui esternalizzare le richieste di asilo, e il Niger vorrebbe essere il futuro paese in cui rimandare tutti i migranti che l’UE rifiuta senza dover passare da accordi bilaterali di rimpatrio e anche quello dove l’UE vorrebbe si analizzassero le richieste di asilo.

La stessa UNHCR, nonostante le critiche fatte al governo di Johnson, dal 2019 “evacua” migranti dalla Libia al Ruanda, trasferendoli dai centri e dalle prigioni libiche per “ulteriori soluzioni“, tra cui il reinsediamento, il rimpatrio volontario nei Paesi di precedente asilo, il rimpatrio volontario nei Paesi di origine, o l’integrazione locale in Ruanda.

Stesso opportunismo, stesso schifo.

Contro ogni stato, contro ogni frontiera.