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La sanità come strumento coercitivo di controllo e ricatto sociale.

Recentemente il Ministero dell’Interno ha prodotto un rapporto [1] in risposta ad “alcune criticità” emerse all’interno del CPR di Torino durante l’ultima visita del Garante Nazionale avvenuta lo scorso luglio con un riferimento particolare ad “alcuni aspetti ritenuti essenziali ai fini del proseguimento del rispetto della dignità umana delle persone trattenute e, in particolare, dell’assistenza sanitaria”.

Prima di parlare del contenuto di questo rapporto occorre ricordare chi sono gli autori e gli attori coinvolti. Il documento è stato prodotto da Michele di Bari (Capo del dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione), Michela Lattarulo (Direttore centrale dei servizi civili per l’Immigrazione e l’Asilo) con relazione tecnica a cura di Claudio Palomba (Prefetto di Torino) che formalmente rispondono a Mauro Palma (Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale), autore di una serie di dichiarazioni che coinvolgono l’ente gestore GEPSA e l’Azienda Sanitaria Locale (ASL) “Città di Torino”, che si ricorda della presenza di un lager in città solo quando i riflettori sono puntati, raramente, sul CPR a causa di un’emergenza. Interessante notare come su sei attori coinvolti, cinque rappresentano lo Stato a dimostrazione del fatto che chi decide ed impone le regole coincide con i difensori di chi le regole le subisce.
Una storia già vista, lo Stato che giustifica e controlla se stesso attraverso il mantenimento di una narrazione che vuole far passare per accoglienza quello che in realtà non è altro che una mascherata forma di carcerazione e di privazione della libertà.

Il rapporto entra nel merito di tre punti: la sezione del Centro denominata “l’Ospedaletto”, la comunicazione con l’esterno e la visita medica di ingresso.
Per quanto riguarda il primo punto si parla della creazione di “ambienti più gradevoli” in sostituzione dei vecchi e viene ribadito che “al momento l’utilizzo di tale area è stato sospeso al fine di richiedere la progettazione di interventi migliorativi per rendere tale struttura più rispondente alle esigenze sanitarie a cui la stessa risponde”. Le parole vengono sottoposte ad un vero e proprio slittamento semantico, deciso da chi ha il potere di riprogrammare e ridefinire il significato delle parole. Parole che invece è necessario confrontare con le voci dei reclusi che vivono quotidianamente sulla propria pelle le conseguenze di tutto questo. Voci che ci raccontano di una sezione isolata dalle altre dove le persone vengono condotte con la forza dalle guardie e abbandonate all’interno di piccole stanze circondate da grate. Una sezione che è “presente presso il CPR di Torino fin dalla sua prima destinazione”, come afferma il Prefetto nella relazione tecnica del rapporto. Una sezione punitiva dove da più di vent’anni le persone vengono torturate lontane dagli occhi degli altri reclusi che potrebbero risultare scomodi testimoni. Un luogo in cui, è necessario ricordarlo, sono morti due uomini abbandonati in isolamento negli ultimi due anni.
Una gabbia non può essere resa più gradevole, più bella, perchè rimane sempre una gabbia. Come ci hanno insegnato gli harraga in questi anni attraverso le rivolte, una gabbia può essere solo distrutta. Non basterà la chiusura di una sezione del CPR o qualche miglioria strutturale per ripulirsi la faccia o la coscienza e dimenticare le violenze che lo Stato ha compiuto all’interno dell’Ospedaletto in tutti questi anni.

Per quanto riguarda il secondo punto si “evidenzia una particolare attenzione” al tema della comunicazione con l’esterno. Vengono “perseguiti ed assicurati adeguati servizi e standard per le persone trattenute” tramite l’attivazione di nuove postazioni di telefonia pubblica. Secondo la Prefettura dal 2 Aprile 2020 “sono stati messi a disposizione dei migranti telefoni cellulari non classificabili come smartphone da utilizzare in locali che consentono il rispetto della privacy”.
Dai racconti dei ragazzi dentro che abbiamo avuto modo di sentire in questi mesi emerge invece che non solo non sono state mai attivate o predisposte nuove postazioni telefoniche ma che addirittura non tutte le aree del Centro hanno almeno una cabina pubblica per chiamare. Da inizio 2020, ovvero quando è stato “inibito” l’utilizzo del proprio telefono cellulare all’interno del CPR di Torino, l’unico modo per comunicare con i propri parenti, molti dei quali all’estero, è attraverso l’utilizzo di una cabina telefonica utilizzabile tramite una scheda a pagamento che i reclusi possono comprare dall’ente gestore GEPSA che lucra sulla necessità delle persone di comunicare anche solo con il proprio avvocato.
Ecco come funziona la comunicazione con l’esterno all’interno del CPR: limitandola il più possibile! Per aumentare ulteriormente l’isolamento dei reclusi le cabine telefoniche presenti nelle aree non possono essere chiamate dall’esterno (come una normale cabina telefonica pubblica) in quanto le chiamate in entrata sono disattivate. All’interno del rapporto le falsità continuano quando viene sottolineato che “dal 5 Luglio 2021 sono riprese le visite dei familiari”. Nessuno dei ragazzi che abbiamo sentito in questi mesi ha mai visto un famigliare ne tramite un colloquio dal vivo ne tramite una video chiamata. Ci hanno raccontato che molti pacchi spediti dall’esterno vengono bloccati all’ingresso senza motivazioni o senza alcun riscontro oggettivo come il caso di diversi indumenti respinti perchè non sanificati e contenuti in apposito contenitore igienizzato.

Per quanto riguarda il punto relativo alla la visita medica preliminare di ingresso al Centro (che dovrebbe evidenziare eventuali incompatibilità con la detenzione) lo sganciamento dalla realtà e dalla vita concreta non cambia. Anzi, lo slittamento semantico aumenta nel momento in cui il Prefetto di Torino risponde alle “criticità” emerse negli ultimi mesi sul perchè l’Azienda Sanitaria Locale (ASL) “Città di Torino” ha da sempre omesso di effettuare tale visita. Ricordiamo che nel 2015 il Prefetto di Torino e il Direttore Generale dell’ASL Torino hanno firmato il protocollo d’intesa e collaborazione tra i due enti al fine di garantire ai reclusi il pieno acceso al Servizio Sanitario Nazionale e nel 2018 per dare attuazione all’articolo 3 del Regolamento Unico dei CIE affinchè le visite mediche di ingresso nel CPR siano condotte da un medico della Regione o dell’ASL locale.

La risposta del Prefetto di Torino rappresenta una compiuta sintesi della volontà di trasformare le persone in non persone attraverso l’imposizione di un comportamento, di una condizione: chi non ha i documenti giusti non viene curato!
L’assistenza sanitaria passa attraverso il riconoscimento, e la sua conseguente negazione, di una condizione imposta che costringe le persone all’interno di un lager per settimane perchè pende su di loro l’Ordine di allontanamento dal territorio nazionale del Questore.
La sanità come strumento coercitivo, di controllo, di potere, di ricatto sociale.
Possiamo estendere questo razzismo strutturale anche all’ordine sociale in cui viviamo se consideriamo come condizione discriminante l’essere una persona che viene detenuta in carcere. Allora si potrebbe dire: chi è detenuto, chi viene riconosciuto come un nemico di questo ordine sociale, non viene curato.

Secondo il rapporto del Ministero dell’Interno l’unica soluzione possibile sarebbe quella di “rilanciare i contatti” tra Prefettura e ASL di Torino: ovvero lo Stato che cerca di entrare in contatto con se stesso a quasi dieci anni di distanza dal primo accordo che ha firmato, chiaramente, sempre con se stesso!

Nel mentre le persone continuano ad entrare dentro il CPR di corso Brunelleschi con gravi patologie, lesioni e traumi al corpo incompatibili con la detenzione che, nella maggior parte dei casi, richiederebbero un ricovero ospedaliero. Problemi fisici che vengono ignorati nella totale assenza di interventi di assistenza sanitaria. Persone costrette a sopravvivere all’interno di un lager, dove l’unica terapia consiste nel dare “psicofarmaci a litri” con la complicità del responsabile medico e della direzione assunti da GEPSA.
In questi giorni siamo in contatto con un ragazzo che soffre della sindrome di Crohn e nonostante le ripetute richieste di soccorso non ha potuto vedere un medico o parlare con il suo avvocato dopo diversi giorni di detenzione all’interno del CPR. [2]

Alla luce dell’evidente operazione di travisamento della realtà e annullamento della persona svolta da Ministero dell’Interno, Prefettura e ASL di Torino vogliamo ribadire la nostra solidarietà e complicità a chi si ribella contro tutto questo schifo distruggendo con coraggio la propria gabbia come è successo il mese scorso quando un gruppo di ribelli ha reso inagibile una sezione del CPR di corso Brunelleschi per protesta.

Al fianco degli harraga in lotta.
Contro ogni gabbia e frontiera.
Fuoco ai CPR.

 

 

[1https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/resources/cms/documents/2486341c044bb5c3e9da30e4b8de8d7c.pdf

[2 Testimonianza audio dal CPR di Torino | NO CPR TORINO (noblogs.org)

 

 

 

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False vittorie e lotte concrete

La situazione detentiva all’interno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio è insostenibile, come le persone recluse ci hanno continuato a raccontare più volte negli anni. Dalla loro istituzione non si sono mai spente le grida di protesta da dentro queste strutture e si sono susseguite le rivolte. La mano dello stato dentro questi lager non è mai stata morbida e le notizie di pestaggi da parte della polizia non sono un’eccezione. La pandemia da Covid-19 non ha fatto che inasprire ed esasperare le condizioni cui sono costrette le persone senza documenti dentro quelle mura.

È di questi giorni la notizia della “chiusura” dell’Ospedaletto, una delle sezioni del Centro suddivisa in piccole stanze singole che fungono da celle d’isolamento punitivo: il garante dei detenuti si è pavoneggiato di quella che ha avuto la faccia tosta di chiamare “positiva collaborazione” con il ministero dell’Interno. Il Garante Mauro Palma aveva fatto visita al Centro il 14 giugno scorso, dopo la morte di Moussa Balde proprio in una cella di isolamento, e successivamente aveva stilato un rapporto in cui parlava del “trattamento inumano e degradante” che ricevono le persone recluse all’interno dell’Ospedaletto.

Chiunque conosca anche solo superficialmente la realtà dei Centri però sa benissimo quanto quelle condizioni siano la norma. Le visite, i proclami e le denunce da parte di rappresentanti istituzionali e di Garanti arrivano sempre ed esclusivamente all’indomani di fatti tragici, nei Cpr così come nelle galere, come ci raccontano i fatti relativi alle rivolte nelle carceri dell’anno scorso. La morte di Moussa ha scatenato una compulsiva speculazione da parte delle autorità, dei giornali e delle istituzioni. Improvvisamente si sono avvicendate visite del Garante, inchieste giudiziarie, visite e dichiarazioni da parte di politici e onorevoli facenti parte di quegli stessi partiti di governo che hanno istituito e rinnovato i centri di detenzione amministrativa. Non è un caso che tra le denunce fatte da questi ultimi ci sia il fatto che non siano presenti le telecamere a controllare cosa succede là dentro. Come a dire che quel luogo non è abbastanza panottico, il problema è infatti la mancata sorveglianza. Succede poi che questi stessi rappresentanti e Garanti gioiscano e si dicano soddisfatti della decisione, presa dal Ministero dell’Interno, di accogliere la raccomandazione e di interdire l’utilizzo dell’Ospedaletto. Così ci si dà la pacca sulla spalla, ci si ripulisce la faccia e la coscienza, ci si compiace della propria sensibilità umanitaria. Quello che ci restituisce questa “vittoria” istituzionale è in prima battuta il fatto che le istituzioni statali festeggino loro stesse mentre denunciano che nei luoghi di detenzione dello Stato le persone recluse vengono torturate; in secondo luogo, che le situazioni drammatiche all’interno di queste strutture diventano vere e reali solo ed esclusivamente quando sono le istituzioni stesse a dare verità e realtà a queste situazioni. Non sarà la chiusura di una singola sezione del Cpr ad arginarne la violenza strutturale e sistemica. Le persone recluse lo sanno bene e da sempre si oppongono e lottano contro questo sistema detentivo.

Tant’è che proprio pochi giorni fa, il 10 settembre, all’interno del Cpr di corso Brunelleschi hanno dato vita ad una rivolta dando fuoco ai materassi e rendendo completamente inagibile l’area Rossa. Nel caso dell’altro giorno, come in mille altri, i ragazzi protestavano per il mancato intervento da parte del medico del centro nei confronti di un ragazzo che aveva tentato il suicidio. Il mattino seguente, la polizia ha picchiato i reclusi, portando via tre persone che sono state poi deportate in Nigeria. Contrariamente a quanto dicono i giornali nessuno di loro è stato visitato o portato in ospedale.  L’area rossa è inagibile e i ragazzi rimasti sono stati spostati tutti quanti nell’area viola, dove non c’è acqua corrente nei bagni. Molti di loro hanno problemi fisici e di salute e come sempre accade non ricevono assistenza sanitaria se non la classica tachipirina.

L’ennesima storia di rivolta e di determinazione, perché l’unico modo per combattere contro questo sistema detentivo è quello di distruggerlo, di incendiarlo. Dalla loro istituzione nel 1998, infatti, sono sempre state le rivolte che hanno reso inagibili queste strutture, e che nel migliore dei casi le hanno fatte chiudere interamente. Nel 2009 il CIE di Pian del Lago in Sicilia, nel 2013 il CIE di Modena, lo stesso anno ad agosto il CIE di Sant’Anna di Capo Rizzuto vicino a Crotone, mentre a novembre il CIE di Gradisca d’Isonzo e, infine, il CPR di Trapani Milo a febbraio dell’anno scorso.

Tutti chiusi solo grazie alle proteste, alla rabbia, alla resistenza e alla voglia di libertà delle persone che erano rinchiuse là dentro. C’è anche chi da anni prova a sostenere questa voglia di libertà, a dare voce alle persone recluse e a lottare per fare in modo che di questi posti non rimanga nulla. La solidarietà portata alle rivolte per la libertà non piace a chi questo sistema lo difende e lo foraggia. Il mese prossimo inizierà il processo per l’Operazione Scintilla, scattata il 7 febbraio del 2019, che vede indagate compagne e compagni accusati di aver lottato in questa città contro la detenzione amministrativa e la macchina delle espulsioni. Non possiamo che ribadire di essere sempre al fianco di chi lotta per distruggere gabbie, frontiere e galere.
Dopo la rivolta di venerdì, un gruppo di solidali è andato ad esprimere la propria solidarietà con urla e cori. I reclusi hanno risposto con calore e determinazione. Torneremo in presidio sotto le mura del Cpr di Corso Brunelleschi sabato 9 ottobre per portare solidarietà a tutti i reclusi nei Cpr e in solidarietà a tutte le compagne e i compagni indagati nell’operazione Scintilla.

 

 

 

AGGIORNAMENTO dal CPR di TORINO – “Se vi ammazzate tra di voi, noi facciamo meno fatica”

22 . 07 . 2021

Le voci dei ragazzi che abbiamo sentito al telefono in questi giorni estivi ci raccontano con rabbia e coraggio cosa sta accadendo dentro le mura del CPR di Torino. Il numero totale dei detenuti è di 115 persone e, secondo quanto ci hanno detto, tutte le aree del Centro sono attualmente agibili.

La prevalenza dei ragazzi reclusi attualmente è di cittadinanza tunisina e marocchina. Sono presenti inoltre una trentina circa di ragazzi di nazionalità subsahariana principalmente detenuti nell’area Viola. Le unità abitative all’interno delle aree sono sovraffollate e nelle stanze, dove dovrebbero dormire sette persone, in realtà sono presenti fino a undici reclusi costringendo molti di loro a dormire per terra nelle salette, che dovrebbero essere utilizzate per mangiare, oppure fuori all’aperto.

I ragazzi ci hanno raccontato che l’aria all’interno delle stanze è irrespirabile per il forte caldo a causa della mancanza di finestre e anche a causa del fatto che i soffitti delle unità abitative sono composti da lamiere non isolate unite tra loro.
Inoltre la notte diverse colonie di scarafaggi e topi escono dalle loro tane costringendo i detenuti a sopravvivere in condizioni igieniche molto difficili anche perchè, come ci hanno raccontato da dentro i ragazzi, non vengono mai effettuate operazioni di disinfestazione e di controllo igienico-sanitario da parte dell’ente gestore GEPSA o da parte dell’ASL di Torino.

Un ragazzo due giorni fa ci ha detto al telefono che il cibo viene consegnato scaduto. La data di scadenza, posta in evidenza sull’etichetta delle confezioni di plastica che avvolgono gli alimenti, indica come data un giorno della settimana precedente rispetto al giorno in cui viene consegnato il pasto.

Nonostante queste evidenti carenze sanitaria da parte delle istituzioni e da parte della gestione del CPR di Torino, nelle ultime settimane si è aggiunto un elemento che ha dell’assurdo: molti pacchi destinati ai reclusi vengono bloccati all’ingresso del Centro a causa del fatto che alcuni indumenti come calze, magliette, mutande e pantaloncini (che sono entrati regolarmente fino a pochi giorni fa) non possono essere consegnati perchè non sterilizzati o non contenuti in appositi contenitori igienizzati. Tutto questo in completa assenza di un regolamento scritto che descriva cosa può o non può entrare nel CPR, a dimostrazione della totale arbitrarietà decisionale che contraddistingue l’operato della Questura di Torino e dell’ente gestore gestore GEPSA. Una arbitrarietà decisionale che sappiamo avere da anni come obiettivo quello di aumentare l’isolamento e l’annullamento degli individui reclusi cercando di limitare con ogni mezzo la complicità dei solidali fuori e ogni tipo di comunicazione verso l’esterno.

L’abbandono e la mancanza di cure mediche continuano ad essere una costante. A distanza di poche settimane dall’ennesima morte di Stato avvenuta dentro le mura del Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Torino nulla è cambiato nonostante l’attuale direttrice e l’attuale responsabile medico siano indagati dalla Magistratura per omicidio.

Ieri sera un ragazzo subito dopo aver mangiato della carne scaduta ha vomitato e si è sentito male; è stato portato in infermeria dopo qualche ora dove gli hanno dato una Tachipirina, e dopo dieci minuti è tornato dolorante di nuovo in stanza.
Continuano ad entrare nel Centro ragazzi con gravi problemi di salute a causa dell’assenza della visita preliminare che l’ASL di Torino dovrebbe effettuare per evidenziare incompatibilità con la detenzione. Come il caso di un ragazzo marocchino entrato nel CPR diverse settimane fa con un grave problema di ulcera inguinale per cui in passato ha subito due interventi e che necessita di un’apposita terapia.

Un ragazzo ci ha raccontato della rabbia che ha provato pochi giorni fa quando la Garante dei diritti delle persone private della libertà del comune di Torino, Monica Gallo, è entrata dentro le mura del CPR per effettuare una visita alla struttura detentiva di corso Brunelleschi durante la quale si è limitata a comunicare esclusivamente con il personale assunto dall’ente gestore GEPSA promettendo, secondo quanto ha avuto modo di sentire il ragazzo, condizioni future migliori e pretendendo, probabilmente, gabbie più belle.

Le testimonianze dei reclusi invece descrivono una situazione molto tesa non solo per il forte caldo di questi giorni e per le condizioni in cui sono costretti, ma anche a causa delle continue violenze della polizia e delle guardie all’interno del Centro. All’interno dell’area Rossa la scorsa settimana è scoppiata una grossa rissa tra ragazzi di nazionalità tunisina e subsahariana durante la quale nessuno è intervenuto. A quanto ci hanno detto i reclusi molte risse vengono provocate dalla polizia che appositamente fa entrare nella stessa area persone che in passato hanno avuto dei diverbi o degli scontri fisici all’interno del CPR oppure persone che per motivi religiosi o culturali non vogliono stare divisi dai loro connazionali causando a volte delle forti colluttazioni, che provocano spesso feriti, a cui le guardie assistono senza intervenire insultando e deridendo i reclusi con frasi del tipo: “Se vi ammazzate tra di voi, noi facciamo meno fatica”.

 

AUDIO:

“Noi siamo un business. Noi siamo soldi qua ! “

Durante questo audio un ragazzo ci racconta al telefono le condizioni a cui è costretto da circa due mesi all’interno del CPR di Torino tra terapie e violenza continua della polizia.

In particolare gli istanti in cui, la settimana scorsa, un ragazzo proveniente dal Niger è caduto da diversi metri di altezza, dopo che si era arrampicato per protesta su di una cancellata, rimanendo per circa due ore per terra sanguinante. Abbandonato dal personale medico del Centro, è stato soccorso come possibile dai suoi compagni di area prima di essere caricato, privo di conoscenza, su di una ambulanza in direzione del Centro Traumatologico di Torino.

 

MAIL e CALL BOMBING

MERCOLEDÌ 2 DICEMBRE dalle 10 alle 12

GIORNATA DI INTASAMENTO DEI CENTRALINI E DELLE CASELLE MAIL DI CHI CONTRIBUISCE ALLE BRUTALI CONDIZIONI IGIENICO-SANITARIE DEL CPR DI TORINO.

In fondo al testo trovate alcune frasi da poter utilizzare o da cui prendere spunto e inoltrare.

L’iniziativa si terrà durante l’orario d’ufficio dei seguenti servizi:

Garante dei Detenuti della città di Torino:

MAIL: ufficio.garante@comune.torino.it

TELEFONO: 011 01123771

Assessorato alla Sanità:

MAIL: sanita@cert.regione.piemonte.it

assessore.sanita@regione.piemonte.it

TELEFONO: 011 4321529

Centro ISI via Monginevro:

MAIL: centro.isi@aslcittàditorino.it

TELEFONO: 011 70954683

I CPR SONO LUOGHI DI PRIVAZIONE DELLA LIBERTÀ E DELLA POSSIBILITÀ DI CURARSI.

Nel centro di corso Brunelleschi le condizioni igienico-sanitarie sono inaccettabili: il sovraffollamento, il cibo scaduto e maleodorante si uniscono a cure mediche assenti o non adatte ai problemi che i reclusi presentano. Questi presupposti non sono di certo spariti con la pandemia da Coronavirus: l’unica misura presa a fronte di questo virus è una mascherina consegnata all’ingresso che deve durare per tutto il periodo della reclusione, spesso mesi.

COME FUNZIONA LA SANITÀ NEI CPR?

La gestione di queste strutture viene subappaltata dallo Stato ad aziende private che, per incassare maggiori guadagni, forniscono servizi di scarsa qualità tra cui la consegna dei pasti e l’assistenza medica: per questo motivo i problemi di salute dei reclusi vengono gestiti all’interno del CPR da un esiguo numero di personale medico che è stato inoltre fortemente ridotto negli ultimi due anni.

Ricordiamo a tutti e a tutte che l’ente gestore del CPR di corso Brunelleschi è l’azienda francese GEPSA, specializzata nel trarre profitto dalla gestione delle carceri in tutta Europa e già presente nel CIE di via Corelli

Problematiche più o meno gravi vengono liquidate con una tachipirina o qualche psicofarmaco, senza fare grandi distinzioni. Quando i problemi non possono essere invisibilizzati o qualcuno compie qualche gesto estremo, i reclusi talvolta vengono trasportati in ospedale: in questo caso è la sanità regionale che risponde delle condizioni di chi arriva dai centri.

COSA SUCCEDE DENTRO AL CPR?

Le persone costrette alla reclusione, se malate o con patologie gravi, non otterranno mai la possibilità di curarsi decentemente. Anche quando si presentano malattie come epilessia o disabilità gravi, condizioni incompatibili con la reclusione, le medicazioni non sono puntuali e costanti: i reclusi sono abbandonati a loro stessi. Spesso le circostanze a cui sono sottoposti li costringono ad auto lesionarsi, ingerire lamette e pile per avere la possibilità di uscire dal centro ed essere condotti in ospedale.

Per questi motivi abbiamo individuato questi profili come alcuni dei responsabili della condizione di salute dei reclusi del CPR di Torino: l’Assessore alla Sanità e l’Assessorato, il Centro ISI di via Monginevro (Informazione Salute Immigrati) che collabora con il CPR ed infine il Garante dei detenuti che si dovrebbe occupare di tutte le persone private della propria libertà

Abbiamo scelto la formula del Call Bombing e del Mail Bombing per mirare direttamente alle persone che dovrebbero garantire la salute di chi già versa in condizioni ignobili, consci che alcuni di loro lavorano in smart working, e che posti come ospedali o ASL in questo momento sono affaticate e in difficoltà.

Abbiamo inoltre scelto la giornata di mercoledì perché è il giorno in cui sicuramente avvengono le deportazioni verso la Tunisia.

All’interno di questo evento Facebook alleghiamo un file AUDIO di testimonianza di un recluso da mandare durante le chiamate se non si vuole utilizzare la propria voce per ribadire che nei CPR si muore.

Invitiamo quindi tutti e tutte a copiare o a prendere spunto da queste frasi da inviare via mail:

IN SOLIDARIETÀ AI RECLUSI DEL CPR, LE CUI CONDIZIONI DI SALUTE SONO SEMPRE PEGGIORI!

DI CPR SI MUORE.

L’UNICA SICUREZZA È LA LIBERTÀ!

FUORI IN SMART WORKING,

DENTRO IN OVERCROWDING.

FUOCO AI CPR!

AGGIORNAMENTO E APPROFONDIMENTO RADIO

L’ultimo dossier del Garante dei detenuti narra di un non meglio precisato miglioramento nelle strutture detentive a novembre e riguardo alle prigioni per senza-documenti sciorina dati come se avessero un qualche tipo di valore non numerico: “alle 430 presenze di allora corrispondono le 354 di oggi (sempre su un totale di 598 posti). Si accentua la sistematicità dei voli charter di rimpatrio verso la Tunisia: dagli usuali due voli settimanali, si è passati ai tre della settimana scorsa e ai quattro della presente. Il totale è di 33 voli dal 16 luglio a oggi, che hanno portato a un ritorno forzato di circa 1300 cittadini tunisini (mediamente 80 a settimana)”.

L’unica realtà che vi si evince è che il miglioramento di cui si blatera è quello conseguente a un presunto incremento delle uscite, o per dirla più chiaramente, delle deportazioni. La macchina delle espulsioni, meccanismo in perenne crisi organizzativa, è a quanto si legge di nuovo al vaglio parlamentare e la discussione dovrebbe portare a breve alla ridefinizione dei tempi di permanenza; l’ultima direttiva è quella che tiene ingabbiati i reclusi per 180 giorni, tempi che si allungano nel caso di richiesta d’asilo. La retorica della “garanzia” è dunque contrariata, non di può detenere così a lungo in queste strutture, bisogna espellerli più funzionalmente – dicono senza indugi – e diminuire a 90 giorni la reclusione.

Non è una novità, sono anni che allungano e accorciano, cercando una soluzione come si cerca il coniglio nel cilindro del prestigiatore mentre la ribellione dentro ai Cpr non si è mai fermata e non si ferma neanche ora che la situazione pandemica investe anche queste prigioni.

Nella puntata di Macerie su Macerie le parole di una compagna sulle ultime settimane nel Cpr di c.so Brunelleschi, per poi andare a quello milanese, attraverso il racconto di Radiocane su cosa avviene in via Corelli:

https://radioblackout.org/podcast/macerie-su-macerie-30-11-2020-cpr-e-dintorni/?fbclid=IwAR3gwBOH0GFRsbeoEj4Bw7438_xC__VH6MZu8ItvBcHm8v08q1enkXQTdT0

Errata corrige: Il Decreto Lamorgese 130/2020 che riguarda la dimuzione dei tempi di permanenze a 90 giorni è già attuattivo dal 22/10.