Aggiornamento dal CPR di Torino

Il pomeriggio di Lunedì 2 Febbraio, a seguito di una rissa nell’area rossa, una stanza del CPR di corso Brunelleschi di Torino è stata data alle fiamme ed è ora completamente inagibile e chiusa. La celere in antisommossa è intervenuta con un violento pestaggio a seguito del quale almeno due persone sono state portate via in ambulanza. Sappiamo anche che tre persone sono state portate via in manette dalla polizia verso il carcere delle Vallette. A due di queste è stato convalidato l’arresto con le accuse di incendio, lesioni aggravate e resistenza aggravata.
Sui giornali si legge il solito bollettino vittimista in cui i sindacati di polizia piangono i loro feriti, alimentando discorsi securitari e di odio razziale. Ma il confronto tra la violenza razzista prodotta dallo stato ogni giorno nelle strade, nei centri di detenzione, nelle frontiere e il conflitto agito da chi vive combattendo l’oppressione razziale e di classe è sproporzionato e schiacciante. La prima serve a mantenere un ordine sociale che opprime fino a togliere il respiro, il secondo è una forma di resistenza necessaria: una spinta mossa dal desiderio di libertà.
In un mondo sempre più militarizzato e razzista, in cui da due anni è in corso un genocidio in Palestina, legittimato e sostenuto dallo stato, la violenza istituzionale e le leggi repressive si accaniscono sempre di più sulle piazze e contro chi lotta. Il “nemico interno” viene costruito,  rafforzato, schiacciato e invisibilizzato giorno dopo giorno: contro le persone razzializzate, senza il giusto documento e contro chiunque scelga di lottare e resistere. Le forme del disciplinamento si avvicinano e si intrecciano sempre di più: dal caso di Mohamed Shahin, privato del permesso di soggiorno e rinchiuso per oltre un mese nel CPR di Caltanissetta, alle oltre mille persone morte nel Mediterraneo attorno al 24 Gennaio in occasione del passaggio del ciclone Harry sulle coste ioniche di Calabria, Sicilia e parte della costa sarda, partite da Sfax in Tunisia per raggiungere l’Europa, rese completamente invisibili dallo stato. Dalle operazioni antiterrorismo della DNAA contro i palestinesi dell’API, fino all3 giovani arrestate e tutt’ora reclusi al minorile, in comunità o ai domiciliari per aver partecipato alle manifestazioni per la Palestina. Di fronte a tutto questo, sta a noi costruire lotte e pratiche di solidarietà contro il razzismo e la violenza di stato, in tutte le loro molteplici forme.
Oggi il cpr di Corso Brunelleschi di Torino, continua a funzionare seppur a capienza ridotta: le aree aperte sono tre. La quotidianità è come sempre scandita da soprusi, a partire dal momento della colazione, con latte in polvere o tè conditi di psicofarmaci. Le deportazioni non si sono arrestate: in particolare quelle – individuali su voli di linea – verso la Tunisia che pare stiano assumendo cadenza pressoché regolare con almeno una persona prelevata a settimana e trasferita con l’utilizzo della forza e di inganni fuori dal centro.
Anche verso l’Albania ci sono stati alcuni trasferimenti, e nuovi reclusi sono stati portati nel centro a riempire i posti rimasti vuoti e assicurare così lauti guadagni a chi fa del business della reclusione il proprio mestiere.
La violenza razzista dello stato dentro i CPR, che si manifesta ogni giorno sulle persone recluse, non può e non deve essere normalizzata. Una violenza su più livelli, ciascuno con un ruolo nel mantenere in funzione la macchina razzista delle espulsioni: dalle ASL che operano sul territorio e che convalidano l’idoneità per queste prigioni, dall’ente gestore Sanitalia che accresce i suoi guadagni sulla pelle delle persone razzializzate, fino alla violenza della polizia che, tramite retate e pestaggi, riempie i centri di detenzione. 
Ma se chi opera dentro e intorno a questo centro di tortura non cessa di farlo con brutalità, chi vive la quotidianità della reclusione spesso risponde con atti di insubordinazione e rabbia. 
Complici e solidali con chi lotta e resiste dentro i CPR