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Opuscolo: Riflessioni sulla gestione sanitaria all’interno del CPR

“Nonostante pensiamo che i Cpr siano profondamente immersi nella cosiddetta zona grigia dove ogni oppressione sembra lecita e si normalizza essendo avvolta dal silenzio e dall’indifferenza, scrivere e ricordare che esistono delle istituzioni e delle figure responsabili di ciò che succede in quelle strutture ci sembrava importante, soprattutto in un momento in cui la comunicazione con le persone recluse è particolarmente faticosa. Per queste motivazioni abbiamo deciso di provare a scrivere questo opuscolo, qualche pagina e qualche spunto di riflessione per raccontare cosa è stato fatto e soprattutto cosa non è stato fatto dal punto di vista sanitario.”

Di seguito, il pdf dell’ opuscolo “Riflessioni sulla gestione sanitaria all’interno delle mura del Centro di Permanenza per il Rimpatrio” (Torino 2021)

che verrà presentato stasera, venerdì 26 novembre, a La Molla Occupata in via Bersezio 3, alle ore 18.00

“A piú di 20 anni dalla loro istituzione, i centri di espulsione per persone senza documenti proseguono nel loro funzionamento. Nonostante il mondo venga stravolto dai cambiamenti legati alla pandemia da covid-19, luoghi come questi continuano ad esistere ed imprigionare coloro che non riescono ad entrare nelle maglie delle burocrazie statali per richiedere il giusto documento. In un momento storico in cui la sanità gioca un ruolo fondamentale nella vita di tutt*, discutiamo di centri di espulsione, del ruolo della sanità in questi luoghi detentivi, delle lotte che provano a scalfire il controllo e l’espulsione di parte della popolazione migratoria.”

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Copertina opuscolo

opuscolo-it

Presentazione dell’opuscolo su Cpr e Sanità a La Molla

A LA MOLLA OCCUPATA

Venerdì 26 Novembre ore 18.00

Presentazione dell’opuscolo su Cpr e Sanità.

A piú di 20 anni dalla loro istituzione, i centri di espulsione per persone senza documenti proseguono nel loro funzionamento. Nonostante il mondo venga stravolto dai cambiamenti legati alla pandemia da covid-19, luoghi come questi continuano ad esistere ed imprigionare coloro che non riescono ad entrare nelle maglie delle burocrazie statali per richiedere il giusto documento. In un momento storico in cui la sanità gioca un ruolo fondamentale nella vita di tutt*, discutiamo di centri di espulsione, del ruolo della sanità in questi luoghi detentivi, delle lotte che provano a scalfire il controllo e l’espulsione di parte della popolazione migratoria.

A seguire aperitivo benefit Assemblea NoCpr

Testimonianze e aggiornamenti dal CPR di Corso Brunelleschi

22.10.21

Negli ultimi giorni gli atti di autolesionismo e i tentati suicidi all’interno della struttura di Corso Brunelleschi sono stati talmente numerosi da richiamare persino l’attenzione dei media mainstream.

Le persone recluse ci raccontano di una situazione ancor più grave:  i giornali parlano di 26 casi, ma solo la settimana scorsa nell’aria Viola c’è stata una media di due persone al giorno a “fare la corda” , ovvero tentare di impiccarsi. Sempre nella stessa area altre due persone hanno bevuto del detersivo e sono state portate all’ospedale per una lavanda gastrica. Molte altre meditano di fare lo stesso. Quando le persone “fanno la corda” le guardie arrivano volutamente all’ultimo momento.

Nell’area Viola al momento ci sono 35 persone, in 7 per ogni cella, ed è l’area in cui sono state portate le persone dell’area Rossa che si sono rivoltate il 10 settembre e che l’hanno resa completamente inagibile: per questo motivo nei loro confronti vi è un accanimento particolare da parte della polizia e del personale del Centro. Inoltre, sono state portate le persone di un’altra area nello stesso edificio. Sono quindi forse due le aree in costruzione/ricostruzione. 

I gesti di autolesionismo e i tentativi di suicidio rappresentano un tentativo di essere portati fuori dal centro: una volta in ospedale le persone spesso tentano la fuga e fortunatamente talvolta riescono a scappare.

 

 

La sanità come strumento coercitivo di controllo e ricatto sociale.

Recentemente il Ministero dell’Interno ha prodotto un rapporto [1] in risposta ad “alcune criticità” emerse all’interno del CPR di Torino durante l’ultima visita del Garante Nazionale avvenuta lo scorso luglio con un riferimento particolare ad “alcuni aspetti ritenuti essenziali ai fini del proseguimento del rispetto della dignità umana delle persone trattenute e, in particolare, dell’assistenza sanitaria”.

Prima di parlare del contenuto di questo rapporto occorre ricordare chi sono gli autori e gli attori coinvolti. Il documento è stato prodotto da Michele di Bari (Capo del dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione), Michela Lattarulo (Direttore centrale dei servizi civili per l’Immigrazione e l’Asilo) con relazione tecnica a cura di Claudio Palomba (Prefetto di Torino) che formalmente rispondono a Mauro Palma (Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale), autore di una serie di dichiarazioni che coinvolgono l’ente gestore GEPSA e l’Azienda Sanitaria Locale (ASL) “Città di Torino”, che si ricorda della presenza di un lager in città solo quando i riflettori sono puntati, raramente, sul CPR a causa di un’emergenza. Interessante notare come su sei attori coinvolti, cinque rappresentano lo Stato a dimostrazione del fatto che chi decide ed impone le regole coincide con i difensori di chi le regole le subisce.
Una storia già vista, lo Stato che giustifica e controlla se stesso attraverso il mantenimento di una narrazione che vuole far passare per accoglienza quello che in realtà non è altro che una mascherata forma di carcerazione e di privazione della libertà.

Il rapporto entra nel merito di tre punti: la sezione del Centro denominata “l’Ospedaletto”, la comunicazione con l’esterno e la visita medica di ingresso.
Per quanto riguarda il primo punto si parla della creazione di “ambienti più gradevoli” in sostituzione dei vecchi e viene ribadito che “al momento l’utilizzo di tale area è stato sospeso al fine di richiedere la progettazione di interventi migliorativi per rendere tale struttura più rispondente alle esigenze sanitarie a cui la stessa risponde”. Le parole vengono sottoposte ad un vero e proprio slittamento semantico, deciso da chi ha il potere di riprogrammare e ridefinire il significato delle parole. Parole che invece è necessario confrontare con le voci dei reclusi che vivono quotidianamente sulla propria pelle le conseguenze di tutto questo. Voci che ci raccontano di una sezione isolata dalle altre dove le persone vengono condotte con la forza dalle guardie e abbandonate all’interno di piccole stanze circondate da grate. Una sezione che è “presente presso il CPR di Torino fin dalla sua prima destinazione”, come afferma il Prefetto nella relazione tecnica del rapporto. Una sezione punitiva dove da più di vent’anni le persone vengono torturate lontane dagli occhi degli altri reclusi che potrebbero risultare scomodi testimoni. Un luogo in cui, è necessario ricordarlo, sono morti due uomini abbandonati in isolamento negli ultimi due anni.
Una gabbia non può essere resa più gradevole, più bella, perchè rimane sempre una gabbia. Come ci hanno insegnato gli harraga in questi anni attraverso le rivolte, una gabbia può essere solo distrutta. Non basterà la chiusura di una sezione del CPR o qualche miglioria strutturale per ripulirsi la faccia o la coscienza e dimenticare le violenze che lo Stato ha compiuto all’interno dell’Ospedaletto in tutti questi anni.

Per quanto riguarda il secondo punto si “evidenzia una particolare attenzione” al tema della comunicazione con l’esterno. Vengono “perseguiti ed assicurati adeguati servizi e standard per le persone trattenute” tramite l’attivazione di nuove postazioni di telefonia pubblica. Secondo la Prefettura dal 2 Aprile 2020 “sono stati messi a disposizione dei migranti telefoni cellulari non classificabili come smartphone da utilizzare in locali che consentono il rispetto della privacy”.
Dai racconti dei ragazzi dentro che abbiamo avuto modo di sentire in questi mesi emerge invece che non solo non sono state mai attivate o predisposte nuove postazioni telefoniche ma che addirittura non tutte le aree del Centro hanno almeno una cabina pubblica per chiamare. Da inizio 2020, ovvero quando è stato “inibito” l’utilizzo del proprio telefono cellulare all’interno del CPR di Torino, l’unico modo per comunicare con i propri parenti, molti dei quali all’estero, è attraverso l’utilizzo di una cabina telefonica utilizzabile tramite una scheda a pagamento che i reclusi possono comprare dall’ente gestore GEPSA che lucra sulla necessità delle persone di comunicare anche solo con il proprio avvocato.
Ecco come funziona la comunicazione con l’esterno all’interno del CPR: limitandola il più possibile! Per aumentare ulteriormente l’isolamento dei reclusi le cabine telefoniche presenti nelle aree non possono essere chiamate dall’esterno (come una normale cabina telefonica pubblica) in quanto le chiamate in entrata sono disattivate. All’interno del rapporto le falsità continuano quando viene sottolineato che “dal 5 Luglio 2021 sono riprese le visite dei familiari”. Nessuno dei ragazzi che abbiamo sentito in questi mesi ha mai visto un famigliare ne tramite un colloquio dal vivo ne tramite una video chiamata. Ci hanno raccontato che molti pacchi spediti dall’esterno vengono bloccati all’ingresso senza motivazioni o senza alcun riscontro oggettivo come il caso di diversi indumenti respinti perchè non sanificati e contenuti in apposito contenitore igienizzato.

Per quanto riguarda il punto relativo alla la visita medica preliminare di ingresso al Centro (che dovrebbe evidenziare eventuali incompatibilità con la detenzione) lo sganciamento dalla realtà e dalla vita concreta non cambia. Anzi, lo slittamento semantico aumenta nel momento in cui il Prefetto di Torino risponde alle “criticità” emerse negli ultimi mesi sul perchè l’Azienda Sanitaria Locale (ASL) “Città di Torino” ha da sempre omesso di effettuare tale visita. Ricordiamo che nel 2015 il Prefetto di Torino e il Direttore Generale dell’ASL Torino hanno firmato il protocollo d’intesa e collaborazione tra i due enti al fine di garantire ai reclusi il pieno acceso al Servizio Sanitario Nazionale e nel 2018 per dare attuazione all’articolo 3 del Regolamento Unico dei CIE affinchè le visite mediche di ingresso nel CPR siano condotte da un medico della Regione o dell’ASL locale.

La risposta del Prefetto di Torino rappresenta una compiuta sintesi della volontà di trasformare le persone in non persone attraverso l’imposizione di un comportamento, di una condizione: chi non ha i documenti giusti non viene curato!
L’assistenza sanitaria passa attraverso il riconoscimento, e la sua conseguente negazione, di una condizione imposta che costringe le persone all’interno di un lager per settimane perchè pende su di loro l’Ordine di allontanamento dal territorio nazionale del Questore.
La sanità come strumento coercitivo, di controllo, di potere, di ricatto sociale.
Possiamo estendere questo razzismo strutturale anche all’ordine sociale in cui viviamo se consideriamo come condizione discriminante l’essere una persona che viene detenuta in carcere. Allora si potrebbe dire: chi è detenuto, chi viene riconosciuto come un nemico di questo ordine sociale, non viene curato.

Secondo il rapporto del Ministero dell’Interno l’unica soluzione possibile sarebbe quella di “rilanciare i contatti” tra Prefettura e ASL di Torino: ovvero lo Stato che cerca di entrare in contatto con se stesso a quasi dieci anni di distanza dal primo accordo che ha firmato, chiaramente, sempre con se stesso!

Nel mentre le persone continuano ad entrare dentro il CPR di corso Brunelleschi con gravi patologie, lesioni e traumi al corpo incompatibili con la detenzione che, nella maggior parte dei casi, richiederebbero un ricovero ospedaliero. Problemi fisici che vengono ignorati nella totale assenza di interventi di assistenza sanitaria. Persone costrette a sopravvivere all’interno di un lager, dove l’unica terapia consiste nel dare “psicofarmaci a litri” con la complicità del responsabile medico e della direzione assunti da GEPSA.
In questi giorni siamo in contatto con un ragazzo che soffre della sindrome di Crohn e nonostante le ripetute richieste di soccorso non ha potuto vedere un medico o parlare con il suo avvocato dopo diversi giorni di detenzione all’interno del CPR. [2]

Alla luce dell’evidente operazione di travisamento della realtà e annullamento della persona svolta da Ministero dell’Interno, Prefettura e ASL di Torino vogliamo ribadire la nostra solidarietà e complicità a chi si ribella contro tutto questo schifo distruggendo con coraggio la propria gabbia come è successo il mese scorso quando un gruppo di ribelli ha reso inagibile una sezione del CPR di corso Brunelleschi per protesta.

Al fianco degli harraga in lotta.
Contro ogni gabbia e frontiera.
Fuoco ai CPR.

 

 

[1https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/resources/cms/documents/2486341c044bb5c3e9da30e4b8de8d7c.pdf

[2 Testimonianza audio dal CPR di Torino | NO CPR TORINO (noblogs.org)

 

 

 

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Testimonianza audio dal CPR di Torino

Venerdi 10 Settembre tutte e cinque le unità abitative che compongono l’area Rossa
sono state rese inagibili dal fuoco grazie alla rabbia e al coraggio dei reclusi.

Un ragazzo ha voluto raccontarci al telefono le motivazioni della rivolta e le
condizioni quotidiane di detenzione in cui è costretto tra assenza di cure mediche
e pestaggi delle guardie.

 

La telefonata è stata registrata domenica 19 Settembre durante la diretta della
trasmissione Assadaka su Radio Blackout.

AGGIORNAMENTO dal CPR di TORINO – “Se vi ammazzate tra di voi, noi facciamo meno fatica”

22 . 07 . 2021

Le voci dei ragazzi che abbiamo sentito al telefono in questi giorni estivi ci raccontano con rabbia e coraggio cosa sta accadendo dentro le mura del CPR di Torino. Il numero totale dei detenuti è di 115 persone e, secondo quanto ci hanno detto, tutte le aree del Centro sono attualmente agibili.

La prevalenza dei ragazzi reclusi attualmente è di cittadinanza tunisina e marocchina. Sono presenti inoltre una trentina circa di ragazzi di nazionalità subsahariana principalmente detenuti nell’area Viola. Le unità abitative all’interno delle aree sono sovraffollate e nelle stanze, dove dovrebbero dormire sette persone, in realtà sono presenti fino a undici reclusi costringendo molti di loro a dormire per terra nelle salette, che dovrebbero essere utilizzate per mangiare, oppure fuori all’aperto.

I ragazzi ci hanno raccontato che l’aria all’interno delle stanze è irrespirabile per il forte caldo a causa della mancanza di finestre e anche a causa del fatto che i soffitti delle unità abitative sono composti da lamiere non isolate unite tra loro.
Inoltre la notte diverse colonie di scarafaggi e topi escono dalle loro tane costringendo i detenuti a sopravvivere in condizioni igieniche molto difficili anche perchè, come ci hanno raccontato da dentro i ragazzi, non vengono mai effettuate operazioni di disinfestazione e di controllo igienico-sanitario da parte dell’ente gestore GEPSA o da parte dell’ASL di Torino.

Un ragazzo due giorni fa ci ha detto al telefono che il cibo viene consegnato scaduto. La data di scadenza, posta in evidenza sull’etichetta delle confezioni di plastica che avvolgono gli alimenti, indica come data un giorno della settimana precedente rispetto al giorno in cui viene consegnato il pasto.

Nonostante queste evidenti carenze sanitaria da parte delle istituzioni e da parte della gestione del CPR di Torino, nelle ultime settimane si è aggiunto un elemento che ha dell’assurdo: molti pacchi destinati ai reclusi vengono bloccati all’ingresso del Centro a causa del fatto che alcuni indumenti come calze, magliette, mutande e pantaloncini (che sono entrati regolarmente fino a pochi giorni fa) non possono essere consegnati perchè non sterilizzati o non contenuti in appositi contenitori igienizzati. Tutto questo in completa assenza di un regolamento scritto che descriva cosa può o non può entrare nel CPR, a dimostrazione della totale arbitrarietà decisionale che contraddistingue l’operato della Questura di Torino e dell’ente gestore gestore GEPSA. Una arbitrarietà decisionale che sappiamo avere da anni come obiettivo quello di aumentare l’isolamento e l’annullamento degli individui reclusi cercando di limitare con ogni mezzo la complicità dei solidali fuori e ogni tipo di comunicazione verso l’esterno.

L’abbandono e la mancanza di cure mediche continuano ad essere una costante. A distanza di poche settimane dall’ennesima morte di Stato avvenuta dentro le mura del Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Torino nulla è cambiato nonostante l’attuale direttrice e l’attuale responsabile medico siano indagati dalla Magistratura per omicidio.

Ieri sera un ragazzo subito dopo aver mangiato della carne scaduta ha vomitato e si è sentito male; è stato portato in infermeria dopo qualche ora dove gli hanno dato una Tachipirina, e dopo dieci minuti è tornato dolorante di nuovo in stanza.
Continuano ad entrare nel Centro ragazzi con gravi problemi di salute a causa dell’assenza della visita preliminare che l’ASL di Torino dovrebbe effettuare per evidenziare incompatibilità con la detenzione. Come il caso di un ragazzo marocchino entrato nel CPR diverse settimane fa con un grave problema di ulcera inguinale per cui in passato ha subito due interventi e che necessita di un’apposita terapia.

Un ragazzo ci ha raccontato della rabbia che ha provato pochi giorni fa quando la Garante dei diritti delle persone private della libertà del comune di Torino, Monica Gallo, è entrata dentro le mura del CPR per effettuare una visita alla struttura detentiva di corso Brunelleschi durante la quale si è limitata a comunicare esclusivamente con il personale assunto dall’ente gestore GEPSA promettendo, secondo quanto ha avuto modo di sentire il ragazzo, condizioni future migliori e pretendendo, probabilmente, gabbie più belle.

Le testimonianze dei reclusi invece descrivono una situazione molto tesa non solo per il forte caldo di questi giorni e per le condizioni in cui sono costretti, ma anche a causa delle continue violenze della polizia e delle guardie all’interno del Centro. All’interno dell’area Rossa la scorsa settimana è scoppiata una grossa rissa tra ragazzi di nazionalità tunisina e subsahariana durante la quale nessuno è intervenuto. A quanto ci hanno detto i reclusi molte risse vengono provocate dalla polizia che appositamente fa entrare nella stessa area persone che in passato hanno avuto dei diverbi o degli scontri fisici all’interno del CPR oppure persone che per motivi religiosi o culturali non vogliono stare divisi dai loro connazionali causando a volte delle forti colluttazioni, che provocano spesso feriti, a cui le guardie assistono senza intervenire insultando e deridendo i reclusi con frasi del tipo: “Se vi ammazzate tra di voi, noi facciamo meno fatica”.

 

AUDIO:

“Noi siamo un business. Noi siamo soldi qua ! “

Durante questo audio un ragazzo ci racconta al telefono le condizioni a cui è costretto da circa due mesi all’interno del CPR di Torino tra terapie e violenza continua della polizia.

In particolare gli istanti in cui, la settimana scorsa, un ragazzo proveniente dal Niger è caduto da diversi metri di altezza, dopo che si era arrampicato per protesta su di una cancellata, rimanendo per circa due ore per terra sanguinante. Abbandonato dal personale medico del Centro, è stato soccorso come possibile dai suoi compagni di area prima di essere caricato, privo di conoscenza, su di una ambulanza in direzione del Centro Traumatologico di Torino.

 

AGGIORNAMENTO IN RADIO DAL CPR DI TORINO

Durante la puntata di ACAB– Aperitivo Controinformativo Ardecore Balengo su Radio Blackout 105.250 di mercoledì 16 giugno abbiamo raccontato la situazione attuale all’interno del Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Corso Brunelleschi con un aggiornamento introduttivo e tre testimonianze audio (ai minuti 12.57; 17.51; 21.14) dei ragazzi reclusi.

TUTTI LIBERI, TUTTE LIBERE

CONTRO I CPR, CONTRO TUTTE LE FRONTIERE

https://radioblackout.org/podcast/a-c-a-b-aggiornamenti-sul-cpr-e-testimonianze-dirette-testo-di-divine/?fbclid=IwAR20YyDblCzjAdzOOCL6Ti0PfUkG-mcbcia_GmnXvZ8ZbqBYAo7B64_U0V4

 

Cronaca di un giro negli Uffici Centrali dell’ASL di Torino. Parte 2

La questione sanitaria all’interno dei CPR è una questione dirimente e di cui ci stiamo occupando da diverso tempo perché rappresenta uno dei tanti strumenti di ricatto e di controllo delle persone recluse: dagli psicofarmaci nel cibo alle minacce di non curare le persone, dai referti medici falsi che vengono firmati per permettere le deportazioni alle innumerevoli visite mediche che non vengono effettuate. Le motivazioni per cui abbiamo messo l’accento sulla sanità all’interno del Cpr non sono esclusivamente legate alla forte ribalta dell’argomento nel dibattito pubblico, causata dalla pandemia da Covid-19. La sanità è stata piuttosto uno dei motivi che ha contribuito al peggioramento delle condizioni di vita all’interno dei luoghi di reclusione, luoghi nei quali le persone non potevano avere voce in capitolo sulla propria situazione. Nei CPR così come nelle carceri.

Tutte queste sono le gravi e quotidiane condizioni in cui sono costrette a vivere queste persone, condizioni che da tempo cercano di denunciare e alle quali provano a rispondere con scioperi della fame, proteste, rivolte. Per questo motivo già a dicembre dell’anno scorso eravamo entrati/e nell’Ambulatorio ASL 3 di Via Monginevro per chiedere spiegazioni sulla situazione sanitaria inaccettabile del CPR di Torino. Non avevamo ricevuto risposte concrete e ci era stato detto che la responsabilità era della Circoscrizione e degli Uffici centrali ASL di via San Secondo.

https://www.facebook.com/NoCieTorino/posts/2856480161340616

Sappiamo che nel 2014 la Prefettura e l’ASL hanno stipulato dei protocolli di intesa e collaborazione, redatti secondo lo schema allegato nel Regolamento unico dei CIE (nome che avevamo fino al 2017 i CPR) che prende il nome di “Bozza d’intesa tra la Prefettura e l’ASL”. In base a questi accordi le persone recluse accedono al Centro previa visita medica effettuata da un medico dell’ASL o dell’azienda ospedaliera competente. La visita serve ad accertare l’assenza di patologie che renderebbero incompatibile la reclusione all’interno del Centro: malattie infettive, contagiose o pericolose per la comunità, stati psichiatrici, patologie croniche o degenerative, quadri clinici che non possono ricevere le cure adeguate nei Centri stessi. Eppure, questa visita secondo le testimonianze dirette delle persone recluse non è mai stata effettuata né mai l’ASL si è occupata delle questioni sanitarie all’interno del Centro.

Quindi, con la stessa pretesa di avere delle risposte alla domanda se la ASL si occupasse o meno delle persone recluse, nella giornata di venerdì 4 un gruppo di persone è entrato nella sede centrale della ASL “Città di Torino” in via San Secondo. Volevamo parlare con il direttore generale dell’azienda Carlo Picco, di modo tale da fermare il solito scaricabarile verso l’alto ben noto all’interno delle pubbliche amministrazioni (più in su della direzione generale non si può scaricare la responsabilità), consapevoli dell’importanza di dare un volto e un nome a chi ha delle grosse responsabilità rispetto alla situazione sanitaria del CPR. Apparentemente, il direttore non era presente in sede né era raggiungibile.

Abbiamo però avuto un lungo colloquio con il direttore sanitario dell’ASL, Stefano Taraglio, al quale abbiamo posto diverse questioni che riguardano la mancanza di cure all’interno del CPR e l’assenza della visita medica iniziale che l’ASL dovrebbe effettuare per verificare eventuali incompatibiltà con la detenzione. In particolare abbiamo ricordato la storia di Musa Balde, il ragazzo della Guinea morto in una cella di isolamento nella notte tra il 22 e il 23 maggio, entrato nel CPR di Torino con gravi lesioni sul corpo e un trauma facciale il giorno dopo aver subito a Ventimiglia un violento pestaggio, evidenziando la responsabilità dell’ASL che avrebbe dovuto verificare le sue condizioni di salute. Abbiamo inoltre preteso di avere notizie di Salim Hussin, il ragazzo egiziano che un paio di settimane fa per protesta si è arrampicato su una cancellata che delimita l’area del CPR dove era recluso quando all’improvviso è scivolato cadendo da circa quattro metri di altezza e sbattendo violentemente la testa. Rimasto per circa 45 minuti per terra privo di conoscenza, con un’evidente emorragia cerebrale, senza ricevere alcun soccorso da parte del personale medico nonostante le richieste di intervento, è stato poi portato via in ambulanza e da allora non se ne è più saputo nulla, nemmeno in quale ospedale sia stato ricoverato. Riguardo a quest’ultima vicenda il direttore sanitario si è rifiutato categoricamente di cercare una soluzione.

Piuttosto, ha dapprima descritto questa situazione come “un’occasione propizia” al fine di rimettere in discussione gli accordi pregressi e la collaborazione con la Prefettura per quanto riguarda la sanità nel CPR, successivamente ha affermato che “che tutti i compiti che aveva l’ASL li ha sempre espletati”, e infine ha negato che l’ASL avesse mai avuto il compito di effettuare delle visite all’interno del Centro. A sua detta, quando una persona entra nel CPR “non è compito dell’ASL garantire la visita medica” ed “è in discussione il fatto che ASL “Città di Torino” la debba fare”. Anche per quanto concerne il Regolamento unico ha confessato di “doverselo andare a rivedere” dimostrando di non essere minimamente a conoscenza di quelli che sono i compiti e i doveri dell’azienda per cui lavora. L’arrampicata sugli specchi si é conclusa con il generico impegno di recepire la situazione e provare ad interpellare il direttore generale e tutti gli altri soggetti coinvolti nella gestione dell’assistenza sanitaria del CPR: Prefettura e GEPSA, l’ente che gestisce il Centro. Come a dire che quando non si può più scaricare le colpe più in alto, ci si inizia a guardare attorno e ci si nasconde e sparisce in quella opaca rete istituzionale e burocratica che finisce sempre e solo in vicoli ciechi.

Non ci aspettavamo grandi risposte né ci fidiamo delle promesse del direttore. La storia pesa molto più delle parole di un burocrate. La realtà dei fatti è che il Centro di Permanenza per il Rimpatrio non è che una questione residuale, ritenuta insignificante dalla pubblica amministrazione, in particolare se si tratta delle condizioni di salute delle persone che vengono rinchiuse li dentro. Il motivo principale è che queste persone dovrebbero essere rimpatriate e fatte sparire in fretta. Che senso può avere curarle.

Noi, dal canto nostro, continueremo a lottare contro questo sistema di detenzione amministrativa e contro tutti i suoi strumenti di dominio quotidiano. Sempre complici e solidali con chi lotta nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio.