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Aggiornamento dal CPR di Torino 25.4.22

Ieri, durante il presidio solidale al Centro di permanenza per il Rimpatrio di corso Brunelleschi, dopo aver ripetuto più volte il numero del telefono che utilizziamo per sentire i reclusi, da dentro ci hanno chiamato due persone.

Un ragazzo tunisino detenuto nell’area Verde ci ha raccontato le condizioni che vivono quotidianamente nel centro. Rispetto allo stato delle aree, alla fornitura di cibo scaduto, alla possibilità di comunicare con l’esterno, nulla è cambiato con il subentro di ORS. Dalle parole di chi ci ha chiamate sappiamo che il giorno precedente tante persone recluse sono state male, qualcuno è stato addirittura portato in ospedale, perché l’unico pasto fornito consumabile (è in corso il Ramadan) era marcio e avvelenato. I reclusi inoltre continuano ad avere difficoltà a comunicare sia coi parenti (le schede telefoniche per l’estero costano 5 euro e danno a disposizione 8 minuti) sia con gli avvocati: pare che in questi giorni le videoconferenze con i difensori siano sospese. Pochi giorni fa inoltre sembra che parecchie persone siano uscite dall’area Bianca, probabilmente per essere rimpatriate. La seconda persona che ci ha contattato presente nell’area Blu ci ha parlato dei suoi problemi fisici, totalmente ignorati e silenziati dall’infermeria del centro. Una delle tante  situazioni drammatiche in cui le cure di cui si avrebbe bisogno vengono sistematicamente negate. Come nelle carceri, non esiste possibilità di ricevere un’assistenza sanitaria adeguata a problematiche più o meno gravi.

Una brevissima riflessione sulla gestione di questi posti: la nuova società gestrice ORS si presenta in assoluta continuità con la vecchia GEPSA, che per anni ha avuto l’appalto del Centro di Torino. Questa continuità rappresenta semplicemente l’interesse di chi prende in carico questi luoghi: il guadagno. Chi lucra e specula sulla vita delle persone recluse non ha alcun interesse per il benessere o la salute di chi è richiuso. Nessun cambio di gestione di questi posti può portare ad un miglioramento delle condizioni di vita di chi è detenuto. L’unico miglioramento possibile è la distruzione dei CPR.

Aggiornamento dal CPR di Torino 20.04.2022

A due mesi dall’inizio del mandato di ORS s.r.l. per la gestione del CPR di Torino nel Centro si susseguono proteste e rivolte.

Abbiamo ricevuto la telefonata di due persone recluse che hanno voluto raccontarci quello che sta accadendo in queste settimane nel Centro di corso Brunelleschi.

Le aree aperte sono l’area Gialla, la Blu, la Verde e la Bianca mentre l’area Rossa e la Viola sono in ristrutturazione. In tutto il centro sono recluse 72 persone, 25 delle quali nell’area Gialla. Avvengono giornalmente nuovi ingressi di persone le quali, una volta avvenuta la somministrazione del tampone covid e la sommaria visita del dottor Pitanti, sono isolate nell’Ospedaletto per due settimane per poi essere trasferite nelle aree in seguito ad un secondo tampone. Ricordiamo che l’area del cosiddetto Ospedaletto era stata chiusa a settembre con grandi fanfare mediatiche e cerimoniosità  in seguito all’ennesima morte in isolamento; chiusura evidentemente temporanea per calmare le acque agitate durante le indagini sull’omicidio di Moussa.

Continuano i sequestri dei telefoni personali all’ingresso, pratica repressiva adottata ormai da tempo per ostacolare ancor di più la comunicazione con l’esterno ed arginare la possibilità di stringere relazioni di solidarietà. Le condizioni quotidiane continuano ad essere raccapriccianti: il cibo viene consegnato praticamente marcio, le strutture sono fatiscenti e ad ogni recluso vengono dati 2,50 euro al giorno che devono bastare o per comprare i costosissimi prodotti del market o le schede telefoniche necessarie per utilizzare le cabine e comunicare con l’esterno.

Anche le deportazioni non si arrestano. Dopo la somministrazione del tampone, le persone vengono prelevate dalle aree nel cuore della notte per essere trasferite in aeroporto via pullman della polizia. L’autodeterminazione delle persone detenute prende quotidianamente forma negli atti di protesta, a volte autolesionisti, che in alcuni casi portano alla possibilità di evadere dal CPR ma sono anche uno strumento per sottrarsi alla deportazione.

Il 18 marzo scorso c’è stata una forte rivolta nel centro, immediatamente repressa dalla polizia che ha eseguito anche un arresto e un trasferimento in carcere, in solidarietà ad una persona che per evitare la deportazione si era gravemente ferita e che aveva ricevuto delle fasciature come unico trattamento. Queste ribellioni nascono e vengono portate avanti dalla determinazione e dalla rabbia delle persone che decidono di non piegarsi alle vessazioni continue e alla repressione dei servi in divisa.

Ci arriva anche notizia che in queste settimane le persone recluse nell’area Bianca hanno intrapreso uno sciopero della fame in solidarietà a chi ha resistito alla deportazione e contro le umiliazioni quotidiane nel CPR.

 

Ricordiamo che il 25 aprile torneremo sotto le mura del CPR, per portare la nostra solidarietà alle persone recluse e in lotta

I CPR SI CHIUDONO CON IL FUOCO!

SOLIDARIETA’ A CHI LOTTA DENTRO OGNI GABBIA!

 

25 Aprile Presidio al CPR

 

A due mesi dall’inizio del mandato di ORS s.r.l. per la gestione del CPR di Torino la situazione dentro il centro rimane aberrante.

Il Centro si sta nuovamente riempiendo: ogni giorno vengono portate dentro nuove persone che dopo un tampone e la superficiale visita del solito dottor Pitanti sono trattenute in isolamento nell’Ospedaletto per 2 settimane. Continuano i sequestri dei telefoni personali al momento dell’ingresso, e le condizioni di sopravvivenza quotidiane continuano ad essere raccapriccianti: il cibo è praticamente marcio e nelle strutture fatiscenti non funzionano i servizi igienici. Le deportazioni proseguono e le persone vengono prelevate dalle aree nel cuore della notte per essere trasferite in aeroporto via pullman della polizia. Gli atti di autolesionismo, continui, e le proteste vengono repressi con violenza.

Torniamo sotto le mura del CPR, contro galere e frontiere, in solidarietà con le persone recluse.

Il 25 aprile, per la libertà di tutti e tutte.

Due giornate di lotta al cpr e in frontiera

Dopo aver sentito i racconti dei reclusi del Cpr di corso Brunelleschi, che ci hanno aggiornato rispetto alle condizioni strutturali e di vita a cui sono sottoposti, il 15 gennaio ci siamo presentat* sotto le mura del centro per comunicare con loro, per sentire direttamente le loro voci e portare solidarietà attraverso la nostra presenza.

Davanti al solito muro e la consueta presenza di svariate camionette lungo il perimetro sono stati fatti molteplici interventi per continuare a ribadire quello che questi centri sono: luoghi di invisibilizzazione e tortura. Dal crescente numero di contagi all’interno del centro, al ricordo rabbioso di Fathallah Belafhail,  gli interventi e i cori hanno provato a ribadire anche a chi passeggiava lungo il prato che questi posti, in quanto luoghi di morte e detenzione, vanno distrutti.

Dopo qualche intervento e dopo aver rilanciato il numero con cui sentiamo le testimonianze di chi è rinchiuso lì dentro, le voci dei detenuti si sono sentite forti e chiare, scandendo la parola libertà. Il presidio si è poi concluso salutando i reclusi con fuochi d’artificio e cori, sperando di sentire presto le persone dentro al centro.

Consapevoli che il Cpr rappresenta solo un ultimo tassello del dispositivo-frontiera, l’ultimo ingranaggio che nasconde ed elimina chi non rientra nel meccanismo dei documenti, il giorno successivo abbiamo partecipato alla giornata di manifestazione in frontiera per Fathallah Belafhail, morto il 2 gennaio nel bacino del Freney, nella valle di Modane.

Fathallah Belafhail è  l’ennesimo morto ucciso dalla frontiera, dalla chiara volontà degli Stati di selezionare ed escludere, attraverso le politiche di gestione dei flussi migratori, parte delle persone che tentano di attraversare i confini del territorio europeo. Come scritto nel resoconto, la strada è stata bloccata per due ore, infastidendo così il traffico di chi invece, abitualmente, può attraversare il confine indisturbatamente.

Nonostante la forte militarizzazione, solidali e compagn*che attraversano questa valle hanno voluto spezzare la monotonia di un ricco paesino di frontiera. Luogo in cui, mentre si incentiva il business del turismo sciistico, chi tenta di superare il confine viene fortemente represso ed ucciso.

Noi rimaniamo complici e solidali con chi tenta di uscire dalle reti imposte dallo Stato, che sia un confine o un luogo di detenzione!

AGGIORNAMENTO in radio sul CPR di CORSO BRUNELLESCHI

Martedi 18 Gennaio abbiamo provato a riflettere sulla recente situazione all’interno del CPR di Corso Brunelleschi ai microfoni di Ri-Congiunzioni su Radio Blackout .

Abbiamo discusso del presidio di Sabato scorso e delle motivazioni per le quali si è scelto di concentrarsi sul tema della sanità nella lotta contro la detenzione amministrativa.

PRESIDIO al CPR sabato 15.01.22

Metà delle persone detenute attualmente nel CPR di Torino sono positive al Covid-19

Le persone sono costrette a sopravvivere in otto in una singola stanza nella totale assenza di cure mediche e di ogni forma di prevenzione

All’interno del CPR di Torino la scelta messa in campo dallo Stato per gestire l’attuale situazione dal punto di vista sanitario continua ad essere la segregazione e l’invisibilizzazione delle persone recluse.

La Questura di Torino e l’ente gestore GEPSA continuano ad operare in maniera completamente arbitraria all’interno del Centro, cercando di annichilire e silenziare le persone detenute.

Ci troviamo ancora una volta davanti alle mura di corso Brunelleschi per urlare la nostra rabbia e far sentire un po’ di solidarietà a chi è rinchiuso dentro

SABATO 15 GENNAIO 2022 ore 16.00

AGGIORNAMENTO dal CPR di TORINO 07.01.2022

07.01.2022

Abbiamo sentito la voce di due ragazzi che hanno voluto raccontarci al telefono quello che sta accadendo dentro il CPR di corso Brunelleschi in questi primi giorni dell’anno. Le aree completamente agibili sono la Verde e la Gialla, mentre nell’area Blu sono agibili solo due unità abitative su cinque. Le altre tre aree del Centro sono chiuse e al loro interno, da due settimane, i lavori di ristrutturazione sono stati interrotti. In questo momento la capienza del CPR di Torino è di circa cinquanta persone per la maggior parte di cittadinanza marocchina. All’interno è ancora presente la multinazionale francese GEPSA e, nonostante il bando di gestione sia scaduto , non sappiamo ancora chi sarà il nuovo ente gestore.

I ragazzi ci hanno raccontato di essere molto spaventati a causa della diffusione del virus Covid-19 all’interno del CPR. La settimana scorsa un ragazzo è svenuto per la febbre alta ed è stato soccorso dai suoi compagni di stanza in quanto il personale medico del Centro si rifiutava di intervenire dicendo che stava simulando un malore solo per essere trasportato in ospedale. Dopo un’intera mattinata di proteste da parte dei reclusi il ragazzo è stato portato in infermeria e dopo essere stato sottoposto ad un tampone è tornato di nuovo all’interno dell’area. Il giorno successivo è stato comunicato ai reclusi che il loro compagno era risultato positivo al Covid-19. Poco dopo il personale medico del Centro ha distribuito a tutti i detenuti un tampone obbligandoli ad eseguirlo entro sera. Il risultato è stato di 24 positivi: 17 nell’area Verde e 7 nell’area Gialla.

Ovvero la metà delle persone detenute attualmente nel CPR di Torino sono risultate positive al Covid-19. Al momento i reclusi che sono risultati positivi sono stati trasferiti all’interno dell’area Bianca, che in precedenza era chiusa, senza ricevere cure mediche e senza avere la possibilità di comunicare con l’esterno o con il proprio avvocato.

Ancora una volta le persone recluse testimoniano che la gestione attuale del Centro, è uguale a quella di inizio pandemia, quando nella primavera 2020 nulla è stato fatto per limitare la diffusione del virus.  Come raccontavano le persone recluse in quei mesi, ad oggi viene distribuita un’unica mascherina all’ingresso (da utilizzare durante l’intero periodo di detenzione), non vengono dati gel disinfettanti o altri tipi di dispositivi di protezione così come le uniche cure mediche fornite sono la somministrazione di Tachipirina e psicofarmaci. Secondo le testimonianze, l’ASL Città di Torino non è mai intervenuta in questi mesi, continuando sia a non eseguire la visita medica d’ingresso sia a non controllare la situazione igenico-sanitaria all’interno delle strutture detentive.

Dopo quasi due anni non è stata adottata alcuna misura preventiva contro la diffusione del virus. Non a caso l’ultima direttiva del Ministero dell’Interno sulle misure di prevenzione Covid-19 nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio risale al 26 Marzo 2020. Nel bel mezzo di una nuova ondata Covid-19 infatti i CPR si trovano nelle stesse condizioni di invivibilità: le persone sono costrette a sopravvivere in otto in una singola stanza nella totale assenza di cure mediche e di ogni forma di prevenzione per evitare possibili contagi.

All’interno del CPR di Torino la scelta messa in campo dallo Stato per gestire l’attuale situazione dal punto di vista sanitario continua ad essere la segregazione e l’invisibilizzazione delle persone recluse. La Questura di Torino e l’ente gestore GEPSA continuano ad operare in maniera completamente arbitraria all’interno del Centro, cercando di annichilire e chiudere la bocca alle persone detenute.

Ci troviamo ancora una volta davanti alle mura di corso Brunelleschi per urlare la nostra rabbia e far sentire un po’ di solidarietà a chi è rinchiuso dentro

SABATO 15 GENNAIO ore 16

PRESIDIO AL CPR DI TORINO

Per spezzare il silenzio che ci vogliono imporre, al fianco di chi con coraggio lotta per distruggere la propria gabbia.

La solidarietà è un’arma: resoconto dei due presidi al tribunale e al Cpr

Si è appena conclusa una settimana importante per quanto riguarda la lotta contro i Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Una settimana in cui la solidarietà e la complicità sono state il fulcro attorno al quale si sono organizzati due presidi: giovedi 7 al tribunale di Torino e sabato 9 ottobre al Cpr di Corso Brunelleschi.

 

 

Giovedì 7 ottobre c’è stata la prima udienza dell’Operazione Scintilla, processo che vede imputati e imputate 18 compagni e compagne che negli anni si sono organizzati e hanno lottato contro gli allora CIE (Centri d’Identificazione ed Espulsione), oggi CPR, quindi contro la detenzione amministrativa delle persone senza documenti. Fuori dal tribunale si sono ritrovate in presidio numerose persone che hanno portato la loro solidarietà alle compagne e ai compagni sotto accusa. Durante tutta la mattinata, attraverso i microfoni di Radio Blackout in diretta dal presidio, si sono ascoltate le voci, le testimonianze, le storie di questa esperienza di lotta, raccolte poi in un approfondimento che si può ascoltare qui:

https://radioblackout.org/2021/10/speciale-op-scintilla-rivolte-lotta-e-solidarieta/?fbclid=IwAR0wRhqL9y0gNONljCVdBgsX32l3rJxkn4TVt0x0KclO5-Z1c_9XVZXbgbc

Una mattinata in cui si è più volte ribadita la solidarietà a tutti i compagni e le compagne che in Italia sono oggetto della repressione dello stato, con la consapevolezza che non saranno le inchieste a fermare la voglia di libertà e la volontà di battersi quotidianamente contro i valori soffocanti di questa società carceraria.

Nella giornata di sabato 9 si sono quindi portate le voci e le grida di protesta direttamente di fronte al Cpr di Corso Brunelleschi. Compagni, compagne e solidali si sono ritrovati in presidio per più di due ore portando interventi, musica e cori e hanno cercato di comunicare con le persone recluse dentro quelle mura. Il Centro di detenzione amministrativa di Torino continua ad esistere, come continuano ad esisterne su tutto il territorio nazionale (in totale sono attivi 10 Cpr). I lager per persone senza documenti non sono un’eccezione nelle politiche statali, ma al contrario sono parte integrante e fondamentale dei meccanismi di esclusione e sfruttamento messi in campo dalle democrazie occidentali.

Negli interventi davanti a quelle mura si è ribadito più volte che la lotta non si ferma. Fino a quando di queste strutture non rimarranno che macerie ci saranno rivoltosi dentro quelle mura e compagni e compagne che da fuori porteranno solidarietà e complicità e cercheranno di supportare la voglia di libertà e la necessità di ribellarsi contro tutte le gabbie, le galere e le frontiere.