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Sulle deportazioni dello Stato francese. Da Marseille Anti CRA

Tradotto da https://marseilleanticra.noblogs.org/
La compagnia aerea Twin-jet e lo Stato francese deportano persone in Tunisia ogni venerdì

in francese: La compagnie aérienne Twin-jet et l’état français expulsent chaque vendredi vers la Tunisie

scritto il 01/04/2022

All’aeroporto di Marsiglia Marignane c’è un piccolo terminal1, un terminal che non viene mai utilizzato dal turismo di massa. Si trova alla fine di una strada che costeggia l’Etang de Berre, incastrato tra lo stagno e le recinzioni dell’aeroporto, accanto a un magazzino DHL. In questo terminal, ogni venerdì mattina, intorno alle 10.30, le persone portate da diversi CRA vengono caricate a forza su un piccolo aereo della compagnia Twin-jet per essere deportate in Tunisia.

Siamo regolarmente in contatto con le persone rinchiuse nel Centro di detenzione amministrativa (CRA) di Canet (vicino a Bougainville, a Marsiglia). Ci raccontano che a volte gli agenti della Polizia di frontiera (PAF) vengono a prenderli in camera il giovedì sera per portarli all’aeroporto. “Sette o otto uomini incappucciati entrano nella stanza, hanno guanti e tonfa. Quando vogliono impedire al deportato di lottare, lo imbavagliano, gli legano mani e piedi con nastro adesivo, lo legano a una sedia a rotelle e gli mettono un casco in testa”. A questo punto inizia l’espulsione Twin-jet. Nascosta agli occhi dei turisti e impedendo ogni possibile richiesta di aiuto, questa compagnia aerea di Aix-en-Provence e lo Stato francese hanno deportato per almeno sei mesi cinque o sei persone alla volta in Tunisia su piccoli aerei da 19 posti, senza alcun test covid.

Al momento le espulsioni negli aerei che trasportano anche altri viaggiatori sono complicate, perché per l’imbarco è necessario un test covid negativo. Nel CRA di Marsiglia molte persone hanno rifiutato i test PCR per un volo di espulsione. Quindi lo Stato fa due cose: a volte li condanna a diversi mesi di prigione e a volte organizza deportazioni con Twin-jet senza test PCR.

Oggi, 1° aprile, siamo entrati in questo terminal con striscioni e gridando slogan per dare forza ai deportati.

Il business del trasporto di migranti senza documenti

Twin-jet è una classica azienda capitalista. Viene glorificata dai media come “il Pollicino del cielo francese che sta affrontando la crisi da solo”2, un’azienda che è “riuscita a sopravvivere alla crisi senza aiuti finanziari” e che “per mancanza di traffico commerciale […] ha sviluppato soluzioni originali”. Olivier Manaut, il suo direttore, si lamenta di “soffrire, perché la Francia sta diventando un deserto industriale, mentre il 75% della nostra attività è legata all’industria”, ma Olivier ha trovato una buona fonte: la frontiera.

Per questa azienda, il desiderio dello Stato di impedire alle persone di vivere dove vogliono, di costringere le persone in Paesi dove non vogliono vivere, è un mercato come un altro (e anche succulento). Materialmente, una frontiera è solo questo, un piccolo aereo, un pilota e un gruppo di poliziotti che cercano di costringere le persone a rimanere in uno spazio che non dovrebbero lasciare, facendo crescere il capitale di una compagnia aerea nel processo.

Nel 2006 Twin-jet si è aggiudicata le gare d’appalto della polizia nazionale. Nel corso degli anni l’azienda è riuscita a portare a termine diverse missioni. Espulsioni verso paesi considerati di origine, verso paesi europei nel quadro delle procedure di Dublino, o anche voli che non hanno lasciato la Francia, per esempio quando l’obiettivo era quello di “decongestionare”, come a Calais nel 2015. E al momento i voli privati offerti da Twin-jet sono convenienti perché permettono di imbarcare per la Tunisia prigionieri non testati.

Siamo contro le deportazioni e contro le frontiere. E saremmo contrari alle frontiere anche se nessuno si arricchisse grazie ad esse. Ma crediamo sia importante notare che oggi funzionano in parte come un’azienda. Da un lato, perché questo ci permette di identificare gli ingranaggi della macchina di espulsione che possiamo affrontare. Ma anche perché è interessante rendersi conto che, ancora una volta, gli interessi economici possono portare a compiere azioni violente e crudeli.

Le frontiere esistono perché gli attori hanno interesse ad averle, per alcuni è un’espressione del loro razzismo, per altri è un modo per rendere insicura la forza lavoro, in modo che sia a buon mercato. E ci sono indubbiamente altre ragioni, tra cui gli interessi delle aziende collaborazioniste per le quali la frontiera è semplicemente un mercato.

Il presidente di Twin-jet, Olivier Manaut, ne è un buon esempio. Lui stesso è residente in Svizzera, mentre almeno 7 delle società che rappresenta sono in Francia. L’essere residente in Svizzera, pur essendo presidente di una società francese, può presentare dei vantaggi fiscali. Un secondo vantaggio economico che trae dalla frontiera, che per lui è un’opportunità, mentre sconvolge la vita delle persone che non hanno i suoi privilegi e di cui permette la deportazione.

Un sistema “assurdo”, che distrugge la vita delle persone, che spezza le persone per sfruttarle meglio!

Twin-jet è il frutto di un sistema globale, delle politiche migratorie francesi ed europee che hanno messo in atto una gestione assassina delle frontiere e la strumentalizzazione delle persone nell’irregolarità amministrativa. La militarizzazione delle frontiere in tutta Europa, la costruzione di centri di detenzione amministrativa permanenti in Francia, la violenza fisica subita dai migranti durante il viaggio e/o all’arrivo in un Paese, lo sfruttamento sul lavoro, ecc. rivelano forme di dominio neocoloniale di cui Twin-jet è attore e profittatore.

I muri e le espulsioni non impediscono le migrazioni, ma aggravano i sistemi di precarizzazione, aumentano i pericoli durante le traversate, mantengono le disuguaglianze tra i paesi e distruggono la vita di milioni di persone…

Lotte e resistenza alla macchina della deportazione

Le espulsioni dei Twin-jet iniziano con un’intrusione a sorpresa nelle stanze del CRA nel cuore della notte per prevenire qualsiasi resistenza. Esiste infatti una forte resistenza collettiva e individuale a questo sistema di sfruttamento, confinamento ed espulsione. Quando si proviene da un Paese al di fuori dei confini europei, qualunque cosa si faccia, è molto complicato ottenere i documenti (e anche il diritto al lavoro), ed è molto complicato non diventare un “clandestino”. Da anni sono in corso lotte individuali e collettive per la regolarizzazione dei migranti privi di documenti. A queste lotte si affiancano quelle per il diritto alla casa e per la chiusura dei centri di detenzione. Ci sono anche strategie individuali e collettive per evitare di essere controllati, catturati nelle molteplici incursioni della polizia o nelle trappole burocratiche dello Stato.

Ogni giorno, nei CRA, queste lotte individuali e collettive continuano, prendono la forma di scioperi della fame, autolesionismo, incendi, fughe… A sostegno di queste lotte e delle persone rinchiuse nei CRA, abbiamo deciso di rendere visibile uno degli anelli della macchina della deportazione: le espulsioni di Twin-jet.

Vomitiamo sui collaborazionisti, sullo Stato oppressivo che rinchiude e sulla sua polizia.

Sosteniamo i detenuti e le detenute nel CRA di Marsiglia e in tutti i CRA.

La sede della società Twin-jet si trova anche vicino a Marsiglia, al 1070 di Rue du Lieutenant Parayre 13799 AIX EN PROVENCE, è possibile fare visite.

1 Terminal Aviation Générale. Route de l’aéroport, Marignane. Accanto a DHL.

 

 

Aggiornamento dal CPR di Torino 25.4.22

Ieri, durante il presidio solidale al Centro di permanenza per il Rimpatrio di corso Brunelleschi, dopo aver ripetuto più volte il numero del telefono che utilizziamo per sentire i reclusi, da dentro ci hanno chiamato due persone.

Un ragazzo tunisino detenuto nell’area Verde ci ha raccontato le condizioni che vivono quotidianamente nel centro. Rispetto allo stato delle aree, alla fornitura di cibo scaduto, alla possibilità di comunicare con l’esterno, nulla è cambiato con il subentro di ORS. Dalle parole di chi ci ha chiamate sappiamo che il giorno precedente tante persone recluse sono state male, qualcuno è stato addirittura portato in ospedale, perché l’unico pasto fornito consumabile (è in corso il Ramadan) era marcio e avvelenato. I reclusi inoltre continuano ad avere difficoltà a comunicare sia coi parenti (le schede telefoniche per l’estero costano 5 euro e danno a disposizione 8 minuti) sia con gli avvocati: pare che in questi giorni le videoconferenze con i difensori siano sospese. Pochi giorni fa inoltre sembra che parecchie persone siano uscite dall’area Bianca, probabilmente per essere rimpatriate. La seconda persona che ci ha contattato presente nell’area Blu ci ha parlato dei suoi problemi fisici, totalmente ignorati e silenziati dall’infermeria del centro. Una delle tante  situazioni drammatiche in cui le cure di cui si avrebbe bisogno vengono sistematicamente negate. Come nelle carceri, non esiste possibilità di ricevere un’assistenza sanitaria adeguata a problematiche più o meno gravi.

Una brevissima riflessione sulla gestione di questi posti: la nuova società gestrice ORS si presenta in assoluta continuità con la vecchia GEPSA, che per anni ha avuto l’appalto del Centro di Torino. Questa continuità rappresenta semplicemente l’interesse di chi prende in carico questi luoghi: il guadagno. Chi lucra e specula sulla vita delle persone recluse non ha alcun interesse per il benessere o la salute di chi è richiuso. Nessun cambio di gestione di questi posti può portare ad un miglioramento delle condizioni di vita di chi è detenuto. L’unico miglioramento possibile è la distruzione dei CPR.

Aggiornamento dal CPR di Torino 20.04.2022

A due mesi dall’inizio del mandato di ORS s.r.l. per la gestione del CPR di Torino nel Centro si susseguono proteste e rivolte.

Abbiamo ricevuto la telefonata di due persone recluse che hanno voluto raccontarci quello che sta accadendo in queste settimane nel Centro di corso Brunelleschi.

Le aree aperte sono l’area Gialla, la Blu, la Verde e la Bianca mentre l’area Rossa e la Viola sono in ristrutturazione. In tutto il centro sono recluse 72 persone, 25 delle quali nell’area Gialla. Avvengono giornalmente nuovi ingressi di persone le quali, una volta avvenuta la somministrazione del tampone covid e la sommaria visita del dottor Pitanti, sono isolate nell’Ospedaletto per due settimane per poi essere trasferite nelle aree in seguito ad un secondo tampone. Ricordiamo che l’area del cosiddetto Ospedaletto era stata chiusa a settembre con grandi fanfare mediatiche e cerimoniosità  in seguito all’ennesima morte in isolamento; chiusura evidentemente temporanea per calmare le acque agitate durante le indagini sull’omicidio di Moussa.

Continuano i sequestri dei telefoni personali all’ingresso, pratica repressiva adottata ormai da tempo per ostacolare ancor di più la comunicazione con l’esterno ed arginare la possibilità di stringere relazioni di solidarietà. Le condizioni quotidiane continuano ad essere raccapriccianti: il cibo viene consegnato praticamente marcio, le strutture sono fatiscenti e ad ogni recluso vengono dati 2,50 euro al giorno che devono bastare o per comprare i costosissimi prodotti del market o le schede telefoniche necessarie per utilizzare le cabine e comunicare con l’esterno.

Anche le deportazioni non si arrestano. Dopo la somministrazione del tampone, le persone vengono prelevate dalle aree nel cuore della notte per essere trasferite in aeroporto via pullman della polizia. L’autodeterminazione delle persone detenute prende quotidianamente forma negli atti di protesta, a volte autolesionisti, che in alcuni casi portano alla possibilità di evadere dal CPR ma sono anche uno strumento per sottrarsi alla deportazione.

Il 18 marzo scorso c’è stata una forte rivolta nel centro, immediatamente repressa dalla polizia che ha eseguito anche un arresto e un trasferimento in carcere, in solidarietà ad una persona che per evitare la deportazione si era gravemente ferita e che aveva ricevuto delle fasciature come unico trattamento. Queste ribellioni nascono e vengono portate avanti dalla determinazione e dalla rabbia delle persone che decidono di non piegarsi alle vessazioni continue e alla repressione dei servi in divisa.

Ci arriva anche notizia che in queste settimane le persone recluse nell’area Bianca hanno intrapreso uno sciopero della fame in solidarietà a chi ha resistito alla deportazione e contro le umiliazioni quotidiane nel CPR.

 

Ricordiamo che il 25 aprile torneremo sotto le mura del CPR, per portare la nostra solidarietà alle persone recluse e in lotta

I CPR SI CHIUDONO CON IL FUOCO!

SOLIDARIETA’ A CHI LOTTA DENTRO OGNI GABBIA!

 

25 Aprile Presidio al CPR

 

A due mesi dall’inizio del mandato di ORS s.r.l. per la gestione del CPR di Torino la situazione dentro il centro rimane aberrante.

Il Centro si sta nuovamente riempiendo: ogni giorno vengono portate dentro nuove persone che dopo un tampone e la superficiale visita del solito dottor Pitanti sono trattenute in isolamento nell’Ospedaletto per 2 settimane. Continuano i sequestri dei telefoni personali al momento dell’ingresso, e le condizioni di sopravvivenza quotidiane continuano ad essere raccapriccianti: il cibo è praticamente marcio e nelle strutture fatiscenti non funzionano i servizi igienici. Le deportazioni proseguono e le persone vengono prelevate dalle aree nel cuore della notte per essere trasferite in aeroporto via pullman della polizia. Gli atti di autolesionismo, continui, e le proteste vengono repressi con violenza.

Torniamo sotto le mura del CPR, contro galere e frontiere, in solidarietà con le persone recluse.

Il 25 aprile, per la libertà di tutti e tutte.

CHE LA PAGHINO TUTTA- Comunicato di solidarietà con Stecco, Agnese, Juan e Massimo

riceviamo e pubblichiamo:

Opposti imperialismi riportano la guerra sul suolo europeo.
Una gestione militare della pandemia lascia sul campo morti e sofferenze psichiche, ridisegnando il corpo sociale attraverso una pedagogia del ricatto e della costrizione.
Il nazionalismo prende sempre più forza, al fine di compattare il corpo sociale in vista di una nuova austerità che si affaccia alle porte.
La ripresa economica, ovvero il profitto del padronato, in una società stravolta rimane l’obiettivo ultimo da perseguire. Nonostante il carovita, nonostante una sanità allo sfascio, nonostante l’ambiente. Nonostante tutto insomma. I luoghi di lavoro sono sempre più irregimentati e non garantiti, gli stipendi inadeguati e insindacabili. Le carceri si affollano.
Ampi strati sociali vanno impoverendosi e proletarizzandosi.

Mentre tutto ciò avviene e perché tutto ciò possa avvenire, lo Stato nostrano continua a colpire, senza sosta, chi da anni non fa mistero della propria ostilità al potere e alle sue endemiche violenze: tre misure cautelari, tra carcere, domiciliari e obblighi di dimora, sono state notificate il 25 febbraio a compagni/e anarchici/e per non essersi resi domi nonostante le già pesanti batoste repressive subite negli ultimi anni.
Tra loro, Juan, compagno anarchico già in carcere dal 2019, con l’accusa di strage per un attacco alla sede della Lega Nord di Treviso, è stato accusato di un attentato al tribunale di sorveglianza di Trento avvenuto nel 2014; Massimo, già agli arresti domiciliari, è stato accusato di tentata estorsione con finalità di terrorismo, per essersi introdotto nella sede di una radio per leggere un comunicato in solidarietà con i rivoltosi delle carceri di tutta Italia nel 2020, in seguito alla strage compiuta nelle galere dallo Stato; Agnese e Stecco, dopo anni tra carcere, domiciliari obblighi di dimora in seguito all’operazione “Renata” sono stati nuovamente messi all’obbligo di dimora, per procurata inosservanza della pena e falsificazione di documenti, in relazione alla latitanza di Juan.
Ci teniamo a nominare questi compagni e compagne, perché sono pezzi di cuore, perché ne conosciamo la generosità e la determinazione. Perché di fronte a tutto quello che sta avvenendo in questo mondo, non si sono mai girati dall’altra parte e non hanno perso mai lo spirito della solidarietà tra sfruttati, tra ribelli.
Lo facciamo vieppiù perché, in un mondo “sempre più ingiusto e irrespirabile”, la loro lotta e le accuse mossegli ci testimoniano come della poca libertà che ci rimane, anziché farne un labile privilegio che ci tenga al riparo dalla tenaglia di questi maledetti, si può farne una leva che dei loro meccanismi spacchi gli ingranaggi.

La devono pagare tutta. Sta a noi far sì che questo accada.

SOLIDARIETA’ CON JUAN, AGNESE, MASSIMO E STECCO
E CON TUTTE LE PRIGIONIERE E I PRIGIONIERI ANARCHICI

 

A fianco dei rivoltosi del CAS di Treviso, chi devasta e saccheggia è lo Stato!

Ieri a Treviso si è tenuta un’altra udienza del processo per la rivolta al CAS ex caserma Serena del giugno 2020 che vede imputati per devastazione e saccheggio e sequestro di persona tre detenuti identificati come capi della protesta.

Quello di cui  Amadou, Mohammed e Abdourahmane sono accusati è di aver lottato contro le condizioni di vita imposte dentro il centro di accoglienza, la reclusione e la gestione iper violenta della situazione sanitaria da parte della cooperativa Nova Facility, gestionaria del Cas.
Era l’estate 2020, e in tutti i luoghi di reclusione per migranti, dalle navi quarantena agli hotspot, dai centri di accoglienza ai CPR e alle carceri, si susseguivano proteste, rivolte, resistenze individuali e collettive da parte delle persone costrette a viverci e ammalarsi. Rivolte che peraltro continuano, nonostante spesso rimangano isolate e senza eco né solidarietà anche di fronte alla repressione.
A seguito della rivolta all’ex Caserma, il carcere ha ucciso Chaka, un fratello arrestato insieme a Abdou, Mohammed e Amadou.
La prossima udienza sarà il 30 giugno. Continuare a sostenere gli imputati è doveroso, per non lasciarli soli, per ricordare Chaka e per continuare a lottare contro Nova Facility e il sistema di accoglienza, lo Stato, i suoi confini, le sue leggi razziste e le sue prigioni.

tratto da FB Comitato Lavoratori delle Campagne

Approfondimenti sull’accusa di devastazione e saccheggio:

Aggiornamenti sulle misure e sul processo per l’Operazione Bialystok – Gennaio 2022

riceviamo e pubblichiamo:

Avvicinandoci alla fine del processo intentato a seguito dell’Operazione Bialystok ci sembra il momento di diffondere alcune considerazioni sull’andamento dello stesso. Per quanto non ci interessi infatti seguire i tempi dettati dalla repressione, né assumere pose vittimistiche o allarmistiche di fronte alle attività delle istituzioni poliziesche, crediamo sia importante condividere informazioni e impressioni circa ciò che avviene a livello tribunalizio. Per scelta consapevole riassumeremo aspetti e momenti da noi reputati degni di nota, a discapito di una descrizione puntigliosa e cronologica del processo che ci vede imputatx.

Per quanto riguarda l’impalcatura dell’inchiesta rimandiamo ai testi “Sull’operazione Bialystok” già pubblicato e circolato in rete ed a “Testo e contesto”.

Nel momento in cui scriviamo tuttx x imputatx di questo procedimento sono a piede libero. In data 27 Gennaio è giunta risposta positiva di fronte ad un’istanza per la fine delle misure cautelari a cui erano ancora sottoposti 4 imputati (3 obblighi di dimora e un obbligo di presentazione per firme settimanali), per cui al momento rimane una sola persona agli obblighi di dimora (*ci è pervenuta oggi 03/02 la notizia che anche l’ultima persona sottoposta ha visto accolta la sua istanza di revoca). Le differenze di condizioni sono dovute perlopiù ai tempi diversi nella presentazione dei ricorsi che hanno portato gli stessi di fronte a corti differenti, e alle specificità delle posizioni individuali in merito ai reati contestati.

A grandi linee fino ad ora il processo è stato contraddistinto da ore ed ore di udienze interminabili per la delineazione del contesto anarchico a livello nazionale quanto internazionale, udienze dove noi imputatx non siamo quasi mai statx nominatx. Solo dopo molte udienze si è cominciato a parlare dei cosiddetti fatti specifici. Un certo interesse ed un certo risalto hanno avuto i momenti in cui si esponevano i rapporti internazionali dellx imputatx; questo non perché l’accusa abbia portato chissà quali elementi, anzi, abbiamo assistito ad una vera e propria scalata sugli specchi, ma più per il gioco dei ruoli all’interno dell’istituzione della giustizia. È evidente che una corte d’assise, abituata ad avere a che fare con reati di una certa gravità, vede nella dimensione internazionale dell’inchiesta la possibilità di una propria ragion d’essere. E questo diciamo sul piano dello show tribunalizio vero e proprio; nel dietro le quinte, ovvero sul piano dell’inchiesta, e quindi della strategia repressiva, vediamo anche qualcos’altro, cioè una direzione che ha tutta l’aria di voler essere battuta in futuro. Questi, come altri in passato, sono tentativi, a volte riusciti ed a volte meno, di strutturare su un piano concreto la collaborazione delle polizie e delle procure a livello internazionale riguardo alle indagini.

Risulta chiaro, infatti, come ci siano piani diversi di collaborazione: da un lato alcunx di noi sono statx arrestatx all’estero, così come è successo in altre operazioni anti-anarchicx, a dimostrazione che gli accordi antiterrorismo europei sono operativi e rodati quando di mezzo c’è un mandato di cattura, ma la cosa non sembra così sciolta e fluida quando i reparti investigativi richiedono supporto nelle indagini, come l’accesso a informazioni raccolte da organi di polizia estera, la richiesta di servizi di osservazione o di autorizzare perquisizioni. Ad esempio nell’operazione che ci riguarda hanno tentato di perquisire, e forse arrestare se gli esiti della stessa fossero stati positivi, un anarchico residente in Germania; lo stato tedesco però non ha ritenuto sufficienti le prove presentategli dal ROS italiano e non gli ha permesso di procedere con le indagini su di lui.

In sede di processo è un certo colonnello Imperatore del ROS (Raggruppamento Operazioni Speciali dei Carabinieri) a riferire della costruzione dell’ipotesi giudiziaria. Questo personaggio sembra essere stato scelto più per le sue capacità mnemoniche che per la sua intelligenza. È chiaro che il suo scopo sia quello di creare una rappresentazionedel mondo anarchico nel suo complesso che giustifichi un’inchiesta che non ha sostanza. A questo scopo, incitato dalle giudici e dal Pubblico Ministero (il quale è stato poco più di una comparsa per quasi tutto il processo, confermando il fatto che questa figura giuridica svolga in molti casi un ruolo di mero passacarte alle dipendenze delle forze di polizia), ha compiuto diversi voli pindarici spaziando dalla gambizzazione del dottor Mammoli nel ‘77 ad opera di Azione Rivoluzionaria alle azioni esplosive rivendicate dalla FAI, dal contesto anarchico cileno a quello greco, il tutto ben condito da ogni sorta di illazioni spettacolarizzanti per creare un quadro generale di pericolosità del movimento anarchico che giustificherebbe l’intervento repressivo specifico. Il suo scopo è nient’altro che quello di una macchina del fumo col fine di suggestionare le giudici e la corte popolare in mancanza di elementi probanti solidi. Il punto più basso (o più alto, dipende se si considera la scala della decenza o quella dell’assurdo), e al contempo più indicativo della mentalità inquisitoria di questi personaggi, è stato quando il colonnello ha affermato che “Alfredo Cospito è l’anarchico più importante al mondo in vita” in sede di controesame. Roba da ridere se non ci confermasse l’accanimento delle istituzioni repressive verso questo anarchico prigioniero che con ostinazione continua a partecipare al dibattito anarchico con convinzione per le proprie idee e la passione che queste gli inspirano.

Questa narrazione che tende allo spettacolo è messa in atto, tra i vari espedienti, da tutto uno scivolamento di significato che si registra nelle parole scelte (e ripetute fino allo sfinimento) dal colonnello per descrivere i fatti. Giornali e incontri divengono “clandestini” solamente per il fatto che circolano col passaparola o di mano in mano, auto incendiate diventano “attentati”, un po’ di diavolina su un copertone diventa “un ordigno esplosivo-incendiario”, un concetto ampio e complesso come solidarietà viene ridotto ad un semplice pretesto per compire azioni, etc. Il confine tra lo sbirro e il giornalista si fa sempre più sottile quando il suo compito diventa quello di impressionare per convincere della giusta necessità dell’opera repressiva. È infatti attraverso il “discorso del potere”, l’imposizione di una certa lettura delle cose a scapito di un’altra, che la repressione dura e pura lascia il passo alla diffusione del consenso, alla pacificazione e al cittadinismo.

In aula le giudici non tentano nemmeno di dissimulare la loro bendisposizione nei riguardi del ROS e il fastidio che provoca loro il tentativo della difesa di smontare le ipotesi dell’accusa. Questo è apparso ancor più palese in sede di controesame, da una parte attraverso il mettere pressione, se non in alcuni casi il contestare direttamente le domande degli avvocati della difesa, dall’altra incoraggiando i testimoni dell’accusa (gli ufficiali dei ROS che a vario titolo di sono occupati delle indagini) ad esulare nelle risposte, a portare nuovi elementi anche se sarebbe contrario alla prassi giudiziaria, etc. Il colonnello ha dimostrato nello specifico un’incredibile faccia tosta nell’eludere le domande per riproporre spasmodicamente la sua versione dei fatti, anche se su alcune domande specifiche non si sono contati i “non ho contezza”, i “non ho capito la domanda” e i “non ricordo”.

A dimostrazione delle forzature che gli inquisitori hanno dovuto compiere per contestare l’ipotesi di un’associazione terroristica, rileviamo che il “reato-scopo” di maggior gravità (l’attacco esplosivo alla caserma dei carabinieri di San Giovanni a Roma del 7 Dicembre 2017) è situato temporalmente fuori dal periodo che secondo l’accusa vedrebbe nascere il sodalizio associativo (estate 2018) e che uno degli imputati (accusato dell’incendio di alcune macchine del car sharing Enijoy di proprietà dell’ENI) non farebbe nemmeno parte del suddetto sodalizio. Il resto dei reati contestati riguarda avvenimenti di ben modesta portata da un punto di vista accusatorio come presidi, manifestazioni, imbrattamenti, danneggiamenti, finora insufficienti da soli a sorreggere delle accuse di terrorismo.

A livello processuale una prima incrinatura del racconto dei ROS è avvenuta nel momento in cui le difese hanno fatto deporre in aula i propri periti riguardo alle contro-perizie da loro svolte. Per quanto concerne l’azione contro la caserma dei carabinieri di S. Giovanni infatti le accuse nei confronti di un imputato (l’unico ad essere accusato per quell’attacco) si fondano quasi esclusivamente su due perizie dell’accusa, una di tipo antropometrico e cromatica, e un’altra di tipo posturale. Attraverso queste si voleva dimostrare che l’altezza e il tipo di camminata dell’imputato fossero le stesse di un soggetto inquadrato dalle telecamere di sicurezza, nonché che il cappotto usato usualmente dallo stesso fosse corrispondente a livello cromatico a quello usato nel momento dell’azione. Ebbene i periti della difesa hanno confutato radicalmente le tesi della controparte, mettendo in risalto tutti gli “errori” di metodo e di approccio presenti nelle perizie accusatorie. Questa udienza è stata decisiva per la scarcerazione di Claudio nel luglio 2021, dopo 13 mesi di carcere, la gran parte dei quali passati in isolamento, essendo all’epoca l’ultimo imputato ancora detenuto.

Alcune parole a questo punto crediamo sia il caso che vadano spese per quanto riguarda l’utilizzo delle perizie da parte della procura. Premettiamo che sappiamo bene cosa sia il ROS e quali scopi è stato nel tempo chiamato a perseguire. Le operazioni speciali di cui si occupa riguardano infatti molto spesso le trame più oscure dello stato, nelle quali gli interessi economici e quelli politici si intrecciano diventando spesso lotta intestina per il potere, lotta nella quale questo organo dei carabinieri ha avuto il suo ruolo. Esso vanta nel suo “curriculum di servizio” un generale condannato in primo grado per spaccio internazionale di stupefacenti, un altro per concorso esterno in associazione mafiosa e violenza o minaccia a corpo politico dello stato, più diversi ufficiali indagati e condannati per le stesse vicende, oltre che per il favoreggiamento di due famosi mafiosi latitanti e il depistaggio di varie indagini contro la mafia. Insomma un bel “pezzo di stato”. Certamente non crediamo nella giustizia, tanto meno nella verità dei tribunali, ciò nonostante questi dati ci sembrano in qualche modo indicativi.

Con questo quadro di sottofondo di certo non ci aspettiamo da lor signori nessuna integrità morale: i loro metodi di indagine nei confronti dellx anarchicx si sono dimostrati negli anni a dir poco dubbi, se non marci fino al midollo, tra confidenti ricattati e fabbricazione ad arte di prove, avendo ben attenzione di scartare qualsiasi elemento scagionante. E questo vale anche per il caso che ci riguarda. Le perizie appaiono infatti redatte “su commissione” da due personaggi che con ogni evidenza hanno già lavorato a stretto contatto con il ROS in passato. Emerge quindi una vera e propria prassi nella costruzione delle prove d’accusa: si contattano dei periti noti e si richiedono delle perizie tecniche che, come ogni argomento di tipo tecnico, appare oggettivo ad occhi profani. Con esse si hanno così delle “prove” che altrimenti non si avrebbero e che possono condurre a degli arresti, poi spetterà all’accusatx il compito di difendersi assumendo un perito di parte che confuti sul piano tecnico le tesi dell’accusa. Sono due gli elementi che ci sembra interessante sottolineare su questa pratica che non riguarda certamente solo gli ambiti sovversivi. Il primo riguarda il carattere di classe di questo metodo: i periti tecnici sono spesso degli esperti riguardo argomenti molto specifici, su alcuni di essi (come per esempio la genetica forense) si contano sulla punta di una mano su tutto il territorio nazionale e le loro consulenze si pagano di conseguenza a peso d’oro. Risulta immediatamente comprensibile come “il diritto alla difesa” risulti così sottomesso alle possibilità economiche dell’accusatx. L’altro elemento concerne il valore che il “sapere scientifico” sta acquisendo all’interno della società, e quindi anche dentro alle aule dei tribunali. Un parere “tecnico” appare di per se stesso ammantato da un oggettività superpartes che affascina incredibilmente coloro che sono chiamati a giudicare le responsabilità e le condotte umane. Ma come non ci stancheremo mai di ricordare, non esiste nessuna scienza che risulti imparziale rispetto alle sue applicazioni, che saranno sempre sottoposte alla volontà individuale. Ci vuole assai poco infatti per mettere in fila dei numeri, citare due formule algebriche assieme a qualche nome famoso, per far passare un metodo d’indagine come scientifico quando si cerca, come in questo caso, di stabilire l’altezza di un soggetto in movimento ritratto da una telecamera notturna. I moderni stregoni vendono fumo alla corte del re…

Per quanto riguarda l’attacco contro le tre auto del carsharing Enijoy, l’avvocata dell’ENI, tale Scilla Malagodi, sta attivamente cercando di portare all’attenzione della corte gli elementi che secondo lei potrebbero sostenere l’aggravante di terrorismo. Lo sforzo persistente da parte dell’avvocata di inquadrare l’azione contro le tre auto in una campagna di lotta contro ENI va sicuramente letto come un tentativo di ottenere una condanna in cui venga confermata quest’aggravante.

Già in passato l’apparato repressivo italiano ha mostrato di essere particolarmente attento alle esigenze della multinazionale: il 23 maggio 2011 ad esempio il capo della sicurezza di ENI rilasciava un’intervista dichiarando che l’ENI era sotto attacco da parte di Al Qaeda all’estero e da parte degli anarchici in Italia. Il 6 aprile, appena due settimane dopo, con l’operazione Outlaw la digos di Bologna metteva sotto sequestro il circolo di documentazione Fuoriluogo, che stava portando avanti una campagna pubblica contro il cane a sei zampe, e metteva sotto arresto sei compagnx. Senza contare le innumerevoli missioni militari italiane all’estero che, nonostante siano classificate come “umanitarie”, nascondono invece la necessità economico-strategica di proteggere gli interessi e le infrastrutture estrattive di ENI, o tutti gli sforzi che vengono costantemente fatti dalle istituzioni per insabbiare le responsabilità di questa azienda nell’inquinamento ambientale.

Nel processo attuale un’eventuale conferma, in caso di condanna, dell’aggravante di terrorismo per l’incendio delle tre auto Enijoy significherebbe che ogni attacco contro ENI potrebbe in futuro essere gestito sotto le premesse della legislazione sul terrorismo.

Un altro elemento che ci interessa indicare è il fatto che l’attenzione dei ROS per il Bencivenga Occupato, e conseguenzialmente per le persone che vi gravitavano attorno all’epoca, è stata attratta nell’Aprile del 2017 con l’ultimo incontro del ciclo “Sempre a Testa Alta” in solidarietà ax indagatx e ax arrestatx dell’Operazione Scripta Manent, e dalla diffusione dell’appello “Per un Giugno Pericoloso”. È per questo motivo che il monitoraggio del Bencivenga era già attivo la mattina del 7 Dicembre, giorno dell’attacco di S. Giovanni.

Una particolarità di quest’inchiesta che segnaliamo è la mancanza assoluta di un qualsiasi promotore dell’associazione, ovvero di quella figura di carattere leaderistico di cui deve essere dotata qualunque associazione per il codice penale italiano. Non siamo sicurx che questa sia una novità in senso assoluto, ma in essa ci leggiamo il tentativo delle istituzioni repressive di far passare a livello giuridico un’organizzazione /orizzontale/, così da creare un precedente per poter applicare con maggiore facilità reati associativi ax anarchicx. Non si contano infatti negli anni le operazioni antiterrorismo nei confronti degli ambienti anarchici, operazioni che puntualmente si sono infrante in passato sull’impossibilità di attribuirgli certe forme d’organizzazione verticistiche schematizzate nel codice penale sul modello delle organizzazioni lottarmatiste di matrice marxista-leninista e su quelle malavitose, così come condotte e finalità specificatamente terroristiche.

Tralasciando ora qui il dibattito per cui il terrorismo sia una strategia di lotta più o meno rivendicabile da dex anarchicx, vogliamo in quest’occasione allontanare qualsiasi spettro di vittimismo che aleggi attorno alle nostre parole: consideriamo la repressione un’ovvia conseguenza dello scontro in essere, e gli strumenti e le forme che questa assume il frutto dello specifico contesto storico-culturale in cui ci troviamo ad operare. Sarebbe dunque il caso che una volta compreso quest’ultimo, così come le dinamiche della repressione nostrana, chiunque si muova all’interno di ambienti che fanno dell’anarchismo e della lotta allo stato i loro poli aggregativi si prepari eticamente, psicologicamente e praticamente all’eventualità di questo genere di accuse.

Cogliamo l’occasione per ringraziare tuttx coloro che ci hanno sostenuto col pensiero e l’azione, e per mandare un saluto solidale ax prigionierx anarchicx nel mondo, a chi si trova privatx della propria libertà e a chi è uccel di bosco.

ROMPERE L’ISOLAMENTO

DISTRUGGERE LE GABBIE

PER LA LIBERAZIONE TOTALE

VIVA L’ANARCHIA!

Alcunx di Bialystok

 

Aggiornamenti sulle misure e sul processo per l’Operazione Bialystok PDF

 

Insuscettibili di ravvedimento

Ieri mattina, 8 febbraio 2022, Ros e Digos hanno eseguito tre mandati di custodia cautelare e perquisizioni a Torino e dintorni. Una persona è stata raggiunta dall’ordine di arresto mentre si trovava già in carcere, un’altra, sottoposta ad obbligo di dimora è stata arrestata e portata alle Vallette. Un nostro compagno invece dopo la perquisizione si è visto notificare l’obbligo di dimora a Torino insieme alle firme quotidiane e al rientro notturno.

Le indagini inizialmente erano partite vertendo su un’accusa di addestramento e attentato con finalità di terrorismo (270 quinquies e 280 bis) estendendosi poi con l’uso di intercettazioni telefoniche e geolocalizzazioni a reati diversi quali rapina ed evasione e resistenza. Quest’ultimo capo di accusa si riferisce al saluto sotto al carcere cittadino del capodanno scorso durante il quale la polizia in assetto antisommossa aveva largamente utilizzato gas lacrimogeni non riuscendo tuttavia a disperdere lə solidali.

Non ci stupisce quest’ennesima operazione repressiva che colpisce chi non ha mai nascosto il suo odio per l’autorità e la sua avversione per le regole imposte. Nel quadro di questa indagine le frequentazioni politiche e la partecipazione a iniziative anarchiche assurgono ad assioma del profilo psicologico degli indagati.

Esprimiamo la nostra solidarietà a chi non si piega davanti alle limitazioni della libertà e alle costrizioni imposte dallo Stato e a chi lotta per distruggerle.

Compagnə e solidali

 

La Lotta è Solidarietà

Il 31 gennaio 2022 il tribunale di Torino ha emesso le sentenze a conclusione del primo grado del processo riguardante il corteo del 9 febbraio 2019, che avvenne a due giorni di distanza dallo sgombero dell’Asilo occupato di via Alessandria e dallo scatto dell’Operazione Scintilla, che aveva portato all’arresto di 6 compagni e compagne mentre un’altra compagna era riuscita a sfuggire dalle mani dello Stato e a rimanere latitante per oltre un anno.

Quello sgombero ha segnato la chiusura di un luogo di incontro, discussione, organizzazione ma soprattutto di lotta che negli anni ha tentato di contrastare una normalità fatta di repressione, controllo e guerra ai poveri opponendosi a sfratti, retate, centri per il rimpatrio e galere. L’intento dell’Operazione, che accusava i compagni e le compagne di aver lottato contro i centri di espulsione, era quello di reprimere e stroncare le lotte che negli anni precedenti avevano provato a minare e distruggere la detenzione amministrativa. Una lotta giusta che ancora oggi spinge tant* di noi sulla stessa strada, quella della demolizione del sistema delle espulsioni. Ad oggi per quell’operazione divers* compagn* si trovano sotto processo al tribunale di Torino.

Il corteo del 9 febbraio fu una delle risposte più immediate, un momento importante di determinazione e rabbia che tant* abbiamo sentito e che abbiamo voluto esprimere nelle strade della città. Una voce che si è sollevata per ribadire non solo la solidarietà nei confronti di chi lotta e viene represso ma anche un’occasione per non subire passivamente un odierno sempre più opprimente.

Per quella giornata molte persone sono state indagate e represse: un totale di 14 arresti (di cui 11 avvenuti lo stesso giorno e altri 3 nei mesi successivi) e diverse misure per punire chi ha preso parte a quel corteo, dagli obblighi quotidiani di firma in questura a obblighi e divieti di dimora. Tra i reati contestati sono spiccati resistenza aggravata, lesioni a pubblico ufficiale e danneggiamento. Su 28 imputat*, 18 sono state le assoluzioni e 10 le condanne: le condanne più alte sono di un anno e 8 mesi ed 1 anno e 4 mesi, 1 anno e 1 mese ed infine 1 anno. Le restanti sono a scendere. Allo stesso tempo il tribunale di Torino ha sentenziato una provvisionale di risarcimento danni di oltre 7000 euro per l’Amiat, la società che gestisce lo smaltimento di rifiuti, assieme a circa 5000 euro di spese processuali a favore della stessa società.

Oggi vogliamo esprimere la rabbia nei confronti di queste condanne e rinnovare tutta la nostra solidarietà a chi è imputat* per il processo Scintilla, all* anarchic* prigionier* dello Stato.

Alcun* imputat* e solidali

 

PS: Nella stessa giornata di lunedì 31 sempre il Tribunale di Torino ha sentenziato la condanna per 21 persone rispetto all’Operazione Criminal Page che aveva portato, nel marzo del 2021, all’arresto di 38 persone.

Era stata inizialmente contestata la pesantissima accusa di devastazione e saccheggio in riferimento alla serata del 26 ottobre 2020. Quella sera migliaia di manifestanti avevano riempito il centro di Torino, in risposta ad una chiamata di protesta contro il coprifuoco e le misure restrittive emanate dal governo giustificate dall’emergenza coronavirus. Ben presto, la rabbia e il desiderio di rivalsa avevano preso forma e forza resistendo e contrattaccando alle cariche e ai lacrimogeni della polizia, costruendo barricate, infrangendo vetrine appropriandosi del contenuto.

Al termine del primo grado celebrato con il rito abbreviato il giudice Alfredo Toppino ha condannato tutti i 21 imputati derubricando il reato in furto aggravato: la pena più bassa è stata di 1 anno e 4 mesi, la più alta di 3 anni e 8 mesi. Ancora una volta, quod Lex voluit, dixit, e ribadisce la sproporzione fra quanto sia valutata una vetrina in confronto ad una vita.

           

Solidarietà a La Molla

Ieri mattina all’alba è stata sgomberata La Molla in via Bersezio 3, occupata alla fine di ottobre.

Un luogo di vita e di lotta che ha ospitato negli scorsi mesi assemblee e iniziative contro i CPR e le frontiere e non solo.

Questo sgombero non è un’eccezione nel panorama cittadino dove ogni giorno susseguono sfratti, retate e arresti.

Non sarà certo un’operazione di polizia a toglierci la necessità e la voglia di lottare contro un mondo insostenibile e invivibile.

Solidarietà alle compagne e ai compagni,

LA LOTTA È PER LA LIBERTÀ

 

di seguito la diretta su Radio Blackout durante il corteo in quartiere ieri sera