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Aggiornamento dal CPR di Torino 25.4.22

Ieri, durante il presidio solidale al Centro di permanenza per il Rimpatrio di corso Brunelleschi, dopo aver ripetuto più volte il numero del telefono che utilizziamo per sentire i reclusi, da dentro ci hanno chiamato due persone.

Un ragazzo tunisino detenuto nell’area Verde ci ha raccontato le condizioni che vivono quotidianamente nel centro. Rispetto allo stato delle aree, alla fornitura di cibo scaduto, alla possibilità di comunicare con l’esterno, nulla è cambiato con il subentro di ORS. Dalle parole di chi ci ha chiamate sappiamo che il giorno precedente tante persone recluse sono state male, qualcuno è stato addirittura portato in ospedale, perché l’unico pasto fornito consumabile (è in corso il Ramadan) era marcio e avvelenato. I reclusi inoltre continuano ad avere difficoltà a comunicare sia coi parenti (le schede telefoniche per l’estero costano 5 euro e danno a disposizione 8 minuti) sia con gli avvocati: pare che in questi giorni le videoconferenze con i difensori siano sospese. Pochi giorni fa inoltre sembra che parecchie persone siano uscite dall’area Bianca, probabilmente per essere rimpatriate. La seconda persona che ci ha contattato presente nell’area Blu ci ha parlato dei suoi problemi fisici, totalmente ignorati e silenziati dall’infermeria del centro. Una delle tante  situazioni drammatiche in cui le cure di cui si avrebbe bisogno vengono sistematicamente negate. Come nelle carceri, non esiste possibilità di ricevere un’assistenza sanitaria adeguata a problematiche più o meno gravi.

Una brevissima riflessione sulla gestione di questi posti: la nuova società gestrice ORS si presenta in assoluta continuità con la vecchia GEPSA, che per anni ha avuto l’appalto del Centro di Torino. Questa continuità rappresenta semplicemente l’interesse di chi prende in carico questi luoghi: il guadagno. Chi lucra e specula sulla vita delle persone recluse non ha alcun interesse per il benessere o la salute di chi è richiuso. Nessun cambio di gestione di questi posti può portare ad un miglioramento delle condizioni di vita di chi è detenuto. L’unico miglioramento possibile è la distruzione dei CPR.

ORS nuovo gestore del CPR di Torino. Approfondimento su Radio Blackout

Podcast dell’approfondimento sul cambio di gestione al CPR di Corso Brunelleschi all’Informazione di Radio Blackout del 23 febbraio 2022: https://radioblackout.org/2022/02/73613/

“Dopo la gestione GEPSA, prolungata di due mesi rispetto alla scadenza di contratto, l’appalto per la gestione del Centro di Permanenza per il Rimpatrio di corso Brunelleschi a Torino è stato aggiudicato, con riserva, in data 10 febbraio 2022 a ORS ITALIA SRL.

La così chiamata “Organisation for Refugee Services”, ha conquistato il parere della Commissione Prefettizia, soddisfacendo i criteri per la valutazione tecnica ed economica.

Ma chi è questa ORS, che ha sbaragliato la concorrenza e sembra avere già una lunga esperienza in Nord Europa e parzialmente in Italia nella gestione dei lager per senza documenti chiamati CPR (o ex CIE)?”

 

ORS Italia Srl è il nuovo gestore del CPR di Torino

Dopo una proroga tecnica di due mesi rispetto alla scadenza del contratto stipulato con GEPSA, l’appalto per la gestione del Centro di Permanenza per il Rimpatrio di corso Brunelleschi è stato aggiudicato, con riserva, in data 10 febbraio 2022 a ORS ITALIA SRL.

I due criteri di valutazione della Commissione prefettizia sono stati quelli dell’offerta tecnica e dell’offerta economica che valevano rispettivamente 70 e 30 punti su un totale di 100. ORS ha ottenuto il punteggio massimo rispetto all’offerta tecnica, il che ha permesso alla multinazionale di puntare ad un ribasso dell’11% per quel che concerneva l’offerta economica.

Il costo del servizio pro die pro capite si attesta così a 37,97 euro mentre la spesa per il cosiddetto “kit d’ingresso” a 133,5 euro.

CHI E’ ORS

Acronimo di “Organisation for Refugee Services”, ORS è tra le società private leader nel “campo dell’assistenza ai migranti” prevalentemente nei Paesi di lingua tedesca da più di 30 anni. Gestisce oltre 100 strutture in Svizzera, Austria (dove fino alla fine del 2020 era responsabile della gestione di tutti i centri di prima accoglienza), Germania e in Italia e conta più di 1400 collaboratori.

ORS Service AG è controllata al 100% da Ors Holding che a sua volta è partecipata per intero dalla OXZ Holding (OX Group), sempre di Zurigo. L’OX Group è stato fondato nel 1992 dall’ex manager dell’agenzia interinale Adecco e nel 2013 viene acquistato da un fondo private equity controllato dalla londinese Equistone Partners, uno spin-off della banca Barclays, attivo dal 2011. Stando a quanto riporta la testata di finanza online Valori.it, il consiglio di amministrazione di OXZ è composto da tre manager di cui due sono uomini di Equistone. In sostanza la società britannica ha il pieno controllo sulle scelte dell’azienda svizzera. Per metterla in termini più comprensibili, si tratta di una lunga storia caratterizzata da una serie di operazioni speculative tipiche nel gioco della finanza dove le società vengono acquistate proprio con l’obiettivo di rivalutarle per poi successivamente liquidarle dopo qualche anno. Fondato nel 1992 dall’imprenditore Willy Koch, ex general manager della società di recruiting Adia (la futura Adecco), OX Group era stato acquistato nel 2005 dal private equity Argos Soditic, una società francese presente anche in Italia. L’investimento si chiude il 26 giugno del 2009 quando ORS passa a Invision AG di Zurigo, un’altra società finanziaria del settore. L’operazione coinvolge ORS Service, la sua attuale controllante OX Holding e un’altra società del comparto rifugiati: la Asyo AG di cui ORS è all’epoca una sussidiaria. Anche qui le cifre sono un mistero. Fonti vicine all’operazione, riferisce il Wall Street Journal, assicurano però che la Argos avrebbe ottenuto una plusvalenza tre volte superiore all’investimento. Dopo Invision è toccato a Equistone che in seguito ha beneficiato dell’espansione sul mercato del gruppo. Il gruppo ORS, comunque, nel 2017, ha fatturato ben 99 milioni di dollari, triplicando di fatto la cifra risalente al 2014.

Salta agli occhi uno stretto intreccio fatto di politica e finanza. Le decisioni vengono prese dalla direzione del Gruppo ORS, il cui consiglio è composto dal CEO del Gruppo, dagli amministratori delegati delle società nazionali e dai direttori delle sedi centrali. Il Comitato Consultivo però,  che  “fornisce consulenza a ORS in qualità di commissione specializzata su problemi di migrazione attuali e futuri e raccomanda soluzioni per la messa in atto della strategia e l’ulteriore sviluppo delle divisioni”, è composto da personalità provenienti dalla politica come l’ex ministro svizzero della Giustizia, della Polizia e delle Migrazioni (DFGP) Ruth MetzlerArnold (presidente), gli ex deputati elvetici Rita Fuhrer e Erwin Jutzet, l’ex vice-cancelliere austriaco, già ministro delle Finanze e degli Esteri, Michael Spindelegger  nonché da figure di spicco del mondo del lavoro interinale come Thomas Bäumer. I curriculum di alcuni di loro si arricchiscono di incarichi ricoperti in vari consigli di amministrazione nel settore della finanza privata. Nel 2017 Ruth Metzler-Arnold è entrata nel consiglio di amministrazione della banca privata REYL & Cie dopo essere stata impegnata in UBS, PricewaterhouseCoopers, AXANovartis e Swiss Medical Network SA, colosso delle cliniche private. Dal 2010 al 2018 Rita Fuhrer è stata membro del consiglio di amministrazione della banca Raiffeisen. Altri li rimpinguano assumendo ruoli in organizzazioni non statali: Spindelegger per esempio dal 2016 è a capo del Center for Migration Policy Development (ICMPD).

ORS Italia è solo l’ultimo tassello di questo mosaico a fosche tinte.

ORS Italia Srl

Ma passiamo ora alla società italiana. Come detto sopra, Ors Italia srl è una società interamente controllata dalla casa madre elvetica che viene fondata nel 2018. Tra le figure più rilevanti dell’azienda troviamo Jürg Rötheli, CEO della casa madre elvetica, che presiede il CdA. Antonio Reppucci è il consigliere, incarico già svolto in passato presso una clinica privata di Atripalda, nei pressi di Avellino. Amministratore delegato è invece Maurizio Reppucci, la cui formazione comprende un diploma in infermieristica psichiatrica, la direzione di due centri per il trattamento delle tossicodipendenze e 5 anni di Managing director di una sussidiaria di ORS dove si occupava proprio di rifugiati. 

Il 2018 non è un anno casuale, molti fattori hanno concorso affinché ORS iniziasse a guardare all’Italia come nuova frontiera del guadagno a scapito di vite umane.

Il primo riguarda il fatto che gli affari della società nel territorio natio non sono stati più così rosei a partire dagli accordi UE – Turchia del 2015. Gli accordi infatti avevano l’intento di bloccare la cosiddetta rotta balcanica chiudendo i confini dell’Austria e di alcuni paesi balcanici. Nonostante l’evidente fallimento di questa politica, che prevedeva anche la costruzione di muri fisici alle frontiere, la Svizzera ha registrato comunque un netto calo di richieste di asilo tanto che ORS ha dovuto chiudere 19 centri di accoglienza. Sempre nel 2019 la Svizzera ha attuato una serie di norme che di fatto hanno accelerato il processo burocratico di valutazione delle richieste riducendo il numero delle persone migranti da redistribuire nei vari centri di gestione. 
ORS ha avuto problemi anche in Austria, dove nel 2015 è finita al centro delle polemiche a causa della gestione del centro dei rifugiati di Traiskirchen, oggetto anche di un Rapporto di Amnesty International che ne ha denunciato le condizioni inumane. Un lager progettato per 1800 persone e che è arrivato a contenerne più di 4600. Ma la stangata è arrivata quando l’allora ministro dell’interno Herbert Kickl, proprio in seguito allo scandalo, ha deciso di affidare la gestione fino ad allora privata dei centri di accoglienza ad un agenzia pubblica (BBU) appositamente creata. La decisione dell’attuale leader del partito sovranista FPO, spinta da nessuno spirito magnanimo ma dalla sola volontà di avere il controllo sulla detenzione dei migranti, ha causato ad ORS la chiusura di 7 centri. 
Ma, niente paura. E’ il 2018, Salvini è nel pieno della sua megalomania al Viminale e nell’ottobre dello stesso anno firma con i Cinque Stelle il primo Decreto Sicurezza. Il giro di vite governativo sul sistema di accoglienza italiano si manifesta anche nel drastico ridimensionamento degli SPRAR a favore dei CAS, gestiti dai privati. Insomma una ghiotta occasione per società come ORS specializzati proprio in questo.

 

«L’assegnazione di appalti a fornitori di servizi privati consente di sgravare notevolmente le strutture statali. L’Italia rappresenta un primo importante passo per la nostra espansione nel Mediterraneo».

Questo l’annuncio ufficiale arrivato il 22 agosto 2018, a circa un mese di distanza dall’iscrizione della srl al Registro Imprese della Camera di Commercio. Manco a dirlo dopo un solo anno si aggiudica, per poco più di mezzo milione di euro, il neonato CPR di Macomer. In realtà il bando in prima battuta aveva visto come vincitrice un r.t.i. costituito da “L’Angolo”, Società Coop di Modena e dalla Coop Sociale Alea di Tortolì, ma riesce ad accaparrarsi il lager sardo in seguito alla richiesta di annullamento presentata da ORS stesso e anche grazie all’offerta vantaggiosa ripresentata con un ulteriore ribasso del 3%.

La corsa al ribasso per la “neo” società non è un problema, in primis perché può contare su un’ingente quantità di capitale alle sue spalle. Nel marzo del 2020 la prefettura di Cagliari le affida con procedura d’urgenza la gestione del CAS e del CPA di Monastir, e nel maggio dello stesso anno ottiene un incremento di 67 mila euro per aumento delle prestazioni all’interno del CPR di Macomer. A settembre inoltre riesce ad aggiudicarsi la gestione di Casa Malala di Trieste, attraverso un’asta che partiva da 800 mila euro e che ORS riesce a vincere grazie a un ribasso del 14%.

Il 19 gennaio 2022 ha termine l’efficacia del contratto tra Prefettura di Nuoro e ORS Italia s.r.l., che però non lascia la Sardegna a mani vuote. La ORS, infatti, si è aggiudicata l’affidamento per la gestione del CPR di Ponte Galeria-Roma, il 21 dicembre 2021, per un importo complessivo di 7.201.988,38 euro, in seguito all’esclusione della prima ditta in graduatoria, Officine Sociali, che aveva presentato un’offerta eccessivamente bassa.

Insomma le intenzioni della società si manifestano limpidamente fin da subito: entrare a gamba tesa nel mercato e sbaragliare la concorrenza. E non si può dire che non ci sia riuscita: in poco meno di anno le gare pubbliche a cui ha partecipato hanno fruttato 2 milioni e mezzo di guadagno a fronte dell’iniziale capitale sociale versato di soli 10 mila euro.

 

Dalla loro istituzione i CPR hanno subito svariati cambiamenti: hanno cambiato nome, hanno cambiato gestori, hanno cambiato modalità e funzionamento, soprattutto negli ultimi anni. Il tentativo è di oliare questo meccanismo, questo business estremamente remunerativo. Ciò che più si avverte, però, è la sincronia e la collaborazione tra lo Stato e le aziende private, o le cooperative, sempre più specializzate nella gestione dei Centri. Da un lato uno Stato che necessita di spendere il meno possibile nella “questione migranti”, per converso la possibilità e la volontà di lucro da parte delle aziende private.

Ciò che sicuramente non è cambiato e non cambierà con un’altra gestione sarà la reclusione alla quale le persone senza documenti sono costrette, saranno il razzismo e la violenza sistemici che subiscono quotidianamente, saranno le condizioni di vita miserevoli cui sono costrette. Fortunatamente non cambierà nemmeno la voglia di libertà e la volontà di liberarsi da queste gabbie, di distruggerle e renderle solamente polvere.

Non tuttə infatti subiscono passivamente, e sono continue ed innumerevoli le proteste di chi è reclusə. Continuano tutti i giorni le proteste individuali e le rivolte collettive, le resistenze alle espulsioni, le fughe, i danneggiamenti e gli incendi, che negli anni hanno anche portato a chiusure parziali e perfino totali di questi lager.

Questa è la strada che ci hanno mostrato negli anni riottosə e rivoltosə, questa la strada che porta alla libertà.

Sempre dalla parte di chi si ribella per distruggere la propria gabbia!

 

L’Illusione della Scacchiera. Non-cambi di gestione

Il 14 gennaio 2022 sono state aperte le buste contenenti le offerte tecniche per l’affidamento della gestione del CPR di Corso Brunelleschi, a seguito della chiusura del bando pubblicato lo scorso settembre. La commissione si è limitata ad aprire le buste telematiche ma non a valutare le offerte, passaggio che è stato poi ripetuto con l’apertura delle buste contenenti le offerte economiche il 26 gennaio.

E’ stata resa pubblica anche la composizione della Commissione, presieduta dal Viceprefetto Aggiunto Paolo Cosseddu e formata dal Dirigente Servizio Contratti della Prefettura Giuseppe Zarcone e due funzionari, Ilaria Caccetta e Luigi Ierace, rispettivamente un’assistente sociale e un avvocato impiegato allo Sportello Unico per l’Immigrazione.

Nessuno stupore a vedere comparire sempre gli stessi nomi noti di aziende e cooperative che già gestiscono altri Centri di permanenza per il Rimpatrio in Italia:

  •  Officine Sociali: RTI (raggruppamento temporaneo d’impresa) tra Officine Sociali soc. coop. sociale (capogruppo) di Siracusa ed Engel Italia s.r.l di Salerno
  •  ORS Italia s.r.l., multinazionale svizzera
  •  Cooperativa Le Soleil di Verrès (AO)
  • Gestione Orizzonti s.r.l. di Isernia

L’offerta della Cooperativa Sociale Ekene, ex Edeco, non è stata acquisita perché “non ha superato la fase dell’esame della documentazione amministrativa“ ed è quindi stata esclusa dal bando.

In  Italia  la detenzione  amministrativa  delle persone senza documenti  è  un  affare  pubblico.  Tuttavia,  anche se i  centri di  detenzione  italiani  dipendono  dal  Ministero  dell’Interno  e dalle  Prefetture,  la  loro  gestione  e  i  servizi  legati alla  presa  in  carico  dei  detenuti  (servizio mensa,  alloggi,  manutenzione,  ecc.)  sono  affidati  a  cooperative sociali che  da  molti  anni  hanno  visto  il  loro  campo  di  attività ingrandirsi  e  il loro ruolo rafforzarsi. Negli ultimi anni alle cooperative si sono progressivamente affiancate aziende multinazionali, che in tutta Europa gestiscono Centri di trattenimento o servizi all’interno di istituti penitenziari.
Queste organizzazioni sono responsabili anche  dell’aspetto  socio-sanitario  dei  detenuti  mentre lo Stato si occupa degli aspetti repressivi (sorveglianza, mantenimento dell’ordine, identificazioni e rimpatri).
All’interno di questo sistema di trattenimento si registra, da un lato, una continua spinta alla minimizzazione dei costi da parte dello Stato e, dall’altro, la ricerca della massimizzazione del profitto da parte delle imprese e cooperative cui vengono assegnati gli appalti.
La detenzione amministrativa è divenuta una filiera molto remunerativa e gli appalti obbediscono alla logica dell’offerta “economicamente più vantaggiosa”.

 

All’interno di questa scacchiera da una parte emerge il fattore della concorrenzialità: sui bandi di gestione vale la pena evidenziare che i tempi sono sempre più corti, in parallelo a quelli dell’altro segmento di business della macchina delle espulsioni, ovvero le deportazioni forzate. Dall’altra parte, risalta come a  partecipare siano sempre gli stessi giocatori: non è da sottovalutare il fatto che gli stessi requisiti di capitale sociale necessari per accedere alle gare determinano la natura dei concorrenti. Assistiamo a una specializzazione di questi attori privati nel contesto detentivo, fatto non estraneo alla realtà europea dove le stesse aziende si occupano anche degli aspetti del controllo e della repressione.

Gira e rigira, compaiono sempre gli stessi nomi noti a rotazione, da Macomer a Gradisca, da Milano a Torino. Su questa scacchiera, come nell’illusione di Adelson, le tonalità sembrano diverse ma sono uguali: quella che non cambia mai è la sostanza grigia di cui sono sono fatti gli assassini responsabili di questi lager e i loro complici.

 

PRESIDIO al CPR sabato 15.01.22

Metà delle persone detenute attualmente nel CPR di Torino sono positive al Covid-19

Le persone sono costrette a sopravvivere in otto in una singola stanza nella totale assenza di cure mediche e di ogni forma di prevenzione

All’interno del CPR di Torino la scelta messa in campo dallo Stato per gestire l’attuale situazione dal punto di vista sanitario continua ad essere la segregazione e l’invisibilizzazione delle persone recluse.

La Questura di Torino e l’ente gestore GEPSA continuano ad operare in maniera completamente arbitraria all’interno del Centro, cercando di annichilire e silenziare le persone detenute.

Ci troviamo ancora una volta davanti alle mura di corso Brunelleschi per urlare la nostra rabbia e far sentire un po’ di solidarietà a chi è rinchiuso dentro

SABATO 15 GENNAIO 2022 ore 16.00

AGGIORNAMENTO dal CPR di TORINO 07.01.2022

07.01.2022

Abbiamo sentito la voce di due ragazzi che hanno voluto raccontarci al telefono quello che sta accadendo dentro il CPR di corso Brunelleschi in questi primi giorni dell’anno. Le aree completamente agibili sono la Verde e la Gialla, mentre nell’area Blu sono agibili solo due unità abitative su cinque. Le altre tre aree del Centro sono chiuse e al loro interno, da due settimane, i lavori di ristrutturazione sono stati interrotti. In questo momento la capienza del CPR di Torino è di circa cinquanta persone per la maggior parte di cittadinanza marocchina. All’interno è ancora presente la multinazionale francese GEPSA e, nonostante il bando di gestione sia scaduto , non sappiamo ancora chi sarà il nuovo ente gestore.

I ragazzi ci hanno raccontato di essere molto spaventati a causa della diffusione del virus Covid-19 all’interno del CPR. La settimana scorsa un ragazzo è svenuto per la febbre alta ed è stato soccorso dai suoi compagni di stanza in quanto il personale medico del Centro si rifiutava di intervenire dicendo che stava simulando un malore solo per essere trasportato in ospedale. Dopo un’intera mattinata di proteste da parte dei reclusi il ragazzo è stato portato in infermeria e dopo essere stato sottoposto ad un tampone è tornato di nuovo all’interno dell’area. Il giorno successivo è stato comunicato ai reclusi che il loro compagno era risultato positivo al Covid-19. Poco dopo il personale medico del Centro ha distribuito a tutti i detenuti un tampone obbligandoli ad eseguirlo entro sera. Il risultato è stato di 24 positivi: 17 nell’area Verde e 7 nell’area Gialla.

Ovvero la metà delle persone detenute attualmente nel CPR di Torino sono risultate positive al Covid-19. Al momento i reclusi che sono risultati positivi sono stati trasferiti all’interno dell’area Bianca, che in precedenza era chiusa, senza ricevere cure mediche e senza avere la possibilità di comunicare con l’esterno o con il proprio avvocato.

Ancora una volta le persone recluse testimoniano che la gestione attuale del Centro, è uguale a quella di inizio pandemia, quando nella primavera 2020 nulla è stato fatto per limitare la diffusione del virus.  Come raccontavano le persone recluse in quei mesi, ad oggi viene distribuita un’unica mascherina all’ingresso (da utilizzare durante l’intero periodo di detenzione), non vengono dati gel disinfettanti o altri tipi di dispositivi di protezione così come le uniche cure mediche fornite sono la somministrazione di Tachipirina e psicofarmaci. Secondo le testimonianze, l’ASL Città di Torino non è mai intervenuta in questi mesi, continuando sia a non eseguire la visita medica d’ingresso sia a non controllare la situazione igenico-sanitaria all’interno delle strutture detentive.

Dopo quasi due anni non è stata adottata alcuna misura preventiva contro la diffusione del virus. Non a caso l’ultima direttiva del Ministero dell’Interno sulle misure di prevenzione Covid-19 nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio risale al 26 Marzo 2020. Nel bel mezzo di una nuova ondata Covid-19 infatti i CPR si trovano nelle stesse condizioni di invivibilità: le persone sono costrette a sopravvivere in otto in una singola stanza nella totale assenza di cure mediche e di ogni forma di prevenzione per evitare possibili contagi.

All’interno del CPR di Torino la scelta messa in campo dallo Stato per gestire l’attuale situazione dal punto di vista sanitario continua ad essere la segregazione e l’invisibilizzazione delle persone recluse. La Questura di Torino e l’ente gestore GEPSA continuano ad operare in maniera completamente arbitraria all’interno del Centro, cercando di annichilire e chiudere la bocca alle persone detenute.

Ci troviamo ancora una volta davanti alle mura di corso Brunelleschi per urlare la nostra rabbia e far sentire un po’ di solidarietà a chi è rinchiuso dentro

SABATO 15 GENNAIO ore 16

PRESIDIO AL CPR DI TORINO

Per spezzare il silenzio che ci vogliono imporre, al fianco di chi con coraggio lotta per distruggere la propria gabbia.

AGGIORNAMENTO dal CPR di TORINO 18.12.2021

18.12.2021

Abbiamo sentito al telefono un ragazzo recluso nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Torino con cui siamo in contatto in questi giorni. Ci ha raccontato che ieri tutte le persone presenti nell’area Viola sono state traferite nell’area Gialla ristrutturata da poco.
Il motivo dello spostamento è dovuto al fatto che hanno iniziato a tinteggiare le pareti presenti nelle unità abitative dell’area Viola.

Continuano i lavori di ristrutturazione anche nell’adiacente area Bianca che rimane
tuttora chiusa mentre, secondo la testimonianza del ragazzo, non sono attivi altri cantieri relativi alla costruzione di nuove strutture o aree.

Ci ha raccontato inoltre che, al di là del campetto, è interamente agibile l’area Verde e solo due unità abitative dell’area Blu. L’area Rossa invece è chiusa e completamente inagibile.

Al momento non hanno contatti frequenti con le persone recluse nelle altre aree perchè il campetto è chiuso e non esiste uno spazio di socialità alternativo. Inoltre a causa delle temperature che spesso in questi giorni vanno al di sotto dello zero, la maggior parte dei reclusi non esce quasi mai dalle unità abitative. L’ente gestore GEPSA non fornisce ai reclusi degli indumenti adeguati alla stagione invernale costringendoli al freddo. Secondo la testimonianza del ragazzo alcuni di loro non hanno le scarpe ed utilizzano le ciabatte che vengono fornite in ingresso nel CPR.

Le cabine telefoniche presenti all’interno dell’area sono attive ma è possibile solo effettuare telefonate in uscita.

Secondo la testimonianza del ragazzo, all’interno del CPR, dovrebbero essere presenti attualmente più o meno cinquanta reclusi, la maggior parte di nazionalità marocchina. In questi giorni non ha visto entrare nuove persone o effettuare deportazioni.

Ci ha raccontato che due ragazzi che soffrivano di problemi psichiatrici, suoi compagni in precedenza nell’area Viola, sono stati fatti uscire la scorsa settimana con il consueto provvedimento volontario di espulsione senza mai ricevere alcuna cura o visita medica durante il loro periodo di detenzione.

 

Diretta sul Cpr di Torino a Radio Onda Rossa

Venerdì 22 Ottobre 2021

https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/silenzio-assordante/2021/10/sul-cpr-torino-vista-del-corteo

Alla trasmissione Silenzio Assordante, su Radio Onda Rossa:

“Con chi lotta contro i CPR a Torino raccontiamo la situazione e le novità che riguardano il centro di espulsione di Corso Brunelleschi.
Per aggiornarsi continuamente è possibile consultare il blog nocprtorino.noblogs.org.
Per sabato 6 novembre a Torino è previsto un corteo contro espulsioni, sgomberi e frontiere anche alla luce delle recenti mosse repressive avvenute in frontiera.”

La sanità come strumento coercitivo di controllo e ricatto sociale.

Recentemente il Ministero dell’Interno ha prodotto un rapporto [1] in risposta ad “alcune criticità” emerse all’interno del CPR di Torino durante l’ultima visita del Garante Nazionale avvenuta lo scorso luglio con un riferimento particolare ad “alcuni aspetti ritenuti essenziali ai fini del proseguimento del rispetto della dignità umana delle persone trattenute e, in particolare, dell’assistenza sanitaria”.

Prima di parlare del contenuto di questo rapporto occorre ricordare chi sono gli autori e gli attori coinvolti. Il documento è stato prodotto da Michele di Bari (Capo del dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione), Michela Lattarulo (Direttore centrale dei servizi civili per l’Immigrazione e l’Asilo) con relazione tecnica a cura di Claudio Palomba (Prefetto di Torino) che formalmente rispondono a Mauro Palma (Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale), autore di una serie di dichiarazioni che coinvolgono l’ente gestore GEPSA e l’Azienda Sanitaria Locale (ASL) “Città di Torino”, che si ricorda della presenza di un lager in città solo quando i riflettori sono puntati, raramente, sul CPR a causa di un’emergenza. Interessante notare come su sei attori coinvolti, cinque rappresentano lo Stato a dimostrazione del fatto che chi decide ed impone le regole coincide con i difensori di chi le regole le subisce.
Una storia già vista, lo Stato che giustifica e controlla se stesso attraverso il mantenimento di una narrazione che vuole far passare per accoglienza quello che in realtà non è altro che una mascherata forma di carcerazione e di privazione della libertà.

Il rapporto entra nel merito di tre punti: la sezione del Centro denominata “l’Ospedaletto”, la comunicazione con l’esterno e la visita medica di ingresso.
Per quanto riguarda il primo punto si parla della creazione di “ambienti più gradevoli” in sostituzione dei vecchi e viene ribadito che “al momento l’utilizzo di tale area è stato sospeso al fine di richiedere la progettazione di interventi migliorativi per rendere tale struttura più rispondente alle esigenze sanitarie a cui la stessa risponde”. Le parole vengono sottoposte ad un vero e proprio slittamento semantico, deciso da chi ha il potere di riprogrammare e ridefinire il significato delle parole. Parole che invece è necessario confrontare con le voci dei reclusi che vivono quotidianamente sulla propria pelle le conseguenze di tutto questo. Voci che ci raccontano di una sezione isolata dalle altre dove le persone vengono condotte con la forza dalle guardie e abbandonate all’interno di piccole stanze circondate da grate. Una sezione che è “presente presso il CPR di Torino fin dalla sua prima destinazione”, come afferma il Prefetto nella relazione tecnica del rapporto. Una sezione punitiva dove da più di vent’anni le persone vengono torturate lontane dagli occhi degli altri reclusi che potrebbero risultare scomodi testimoni. Un luogo in cui, è necessario ricordarlo, sono morti due uomini abbandonati in isolamento negli ultimi due anni.
Una gabbia non può essere resa più gradevole, più bella, perchè rimane sempre una gabbia. Come ci hanno insegnato gli harraga in questi anni attraverso le rivolte, una gabbia può essere solo distrutta. Non basterà la chiusura di una sezione del CPR o qualche miglioria strutturale per ripulirsi la faccia o la coscienza e dimenticare le violenze che lo Stato ha compiuto all’interno dell’Ospedaletto in tutti questi anni.

Per quanto riguarda il secondo punto si “evidenzia una particolare attenzione” al tema della comunicazione con l’esterno. Vengono “perseguiti ed assicurati adeguati servizi e standard per le persone trattenute” tramite l’attivazione di nuove postazioni di telefonia pubblica. Secondo la Prefettura dal 2 Aprile 2020 “sono stati messi a disposizione dei migranti telefoni cellulari non classificabili come smartphone da utilizzare in locali che consentono il rispetto della privacy”.
Dai racconti dei ragazzi dentro che abbiamo avuto modo di sentire in questi mesi emerge invece che non solo non sono state mai attivate o predisposte nuove postazioni telefoniche ma che addirittura non tutte le aree del Centro hanno almeno una cabina pubblica per chiamare. Da inizio 2020, ovvero quando è stato “inibito” l’utilizzo del proprio telefono cellulare all’interno del CPR di Torino, l’unico modo per comunicare con i propri parenti, molti dei quali all’estero, è attraverso l’utilizzo di una cabina telefonica utilizzabile tramite una scheda a pagamento che i reclusi possono comprare dall’ente gestore GEPSA che lucra sulla necessità delle persone di comunicare anche solo con il proprio avvocato.
Ecco come funziona la comunicazione con l’esterno all’interno del CPR: limitandola il più possibile! Per aumentare ulteriormente l’isolamento dei reclusi le cabine telefoniche presenti nelle aree non possono essere chiamate dall’esterno (come una normale cabina telefonica pubblica) in quanto le chiamate in entrata sono disattivate. All’interno del rapporto le falsità continuano quando viene sottolineato che “dal 5 Luglio 2021 sono riprese le visite dei familiari”. Nessuno dei ragazzi che abbiamo sentito in questi mesi ha mai visto un famigliare ne tramite un colloquio dal vivo ne tramite una video chiamata. Ci hanno raccontato che molti pacchi spediti dall’esterno vengono bloccati all’ingresso senza motivazioni o senza alcun riscontro oggettivo come il caso di diversi indumenti respinti perchè non sanificati e contenuti in apposito contenitore igienizzato.

Per quanto riguarda il punto relativo alla la visita medica preliminare di ingresso al Centro (che dovrebbe evidenziare eventuali incompatibilità con la detenzione) lo sganciamento dalla realtà e dalla vita concreta non cambia. Anzi, lo slittamento semantico aumenta nel momento in cui il Prefetto di Torino risponde alle “criticità” emerse negli ultimi mesi sul perchè l’Azienda Sanitaria Locale (ASL) “Città di Torino” ha da sempre omesso di effettuare tale visita. Ricordiamo che nel 2015 il Prefetto di Torino e il Direttore Generale dell’ASL Torino hanno firmato il protocollo d’intesa e collaborazione tra i due enti al fine di garantire ai reclusi il pieno acceso al Servizio Sanitario Nazionale e nel 2018 per dare attuazione all’articolo 3 del Regolamento Unico dei CIE affinchè le visite mediche di ingresso nel CPR siano condotte da un medico della Regione o dell’ASL locale.

La risposta del Prefetto di Torino rappresenta una compiuta sintesi della volontà di trasformare le persone in non persone attraverso l’imposizione di un comportamento, di una condizione: chi non ha i documenti giusti non viene curato!
L’assistenza sanitaria passa attraverso il riconoscimento, e la sua conseguente negazione, di una condizione imposta che costringe le persone all’interno di un lager per settimane perchè pende su di loro l’Ordine di allontanamento dal territorio nazionale del Questore.
La sanità come strumento coercitivo, di controllo, di potere, di ricatto sociale.
Possiamo estendere questo razzismo strutturale anche all’ordine sociale in cui viviamo se consideriamo come condizione discriminante l’essere una persona che viene detenuta in carcere. Allora si potrebbe dire: chi è detenuto, chi viene riconosciuto come un nemico di questo ordine sociale, non viene curato.

Secondo il rapporto del Ministero dell’Interno l’unica soluzione possibile sarebbe quella di “rilanciare i contatti” tra Prefettura e ASL di Torino: ovvero lo Stato che cerca di entrare in contatto con se stesso a quasi dieci anni di distanza dal primo accordo che ha firmato, chiaramente, sempre con se stesso!

Nel mentre le persone continuano ad entrare dentro il CPR di corso Brunelleschi con gravi patologie, lesioni e traumi al corpo incompatibili con la detenzione che, nella maggior parte dei casi, richiederebbero un ricovero ospedaliero. Problemi fisici che vengono ignorati nella totale assenza di interventi di assistenza sanitaria. Persone costrette a sopravvivere all’interno di un lager, dove l’unica terapia consiste nel dare “psicofarmaci a litri” con la complicità del responsabile medico e della direzione assunti da GEPSA.
In questi giorni siamo in contatto con un ragazzo che soffre della sindrome di Crohn e nonostante le ripetute richieste di soccorso non ha potuto vedere un medico o parlare con il suo avvocato dopo diversi giorni di detenzione all’interno del CPR. [2]

Alla luce dell’evidente operazione di travisamento della realtà e annullamento della persona svolta da Ministero dell’Interno, Prefettura e ASL di Torino vogliamo ribadire la nostra solidarietà e complicità a chi si ribella contro tutto questo schifo distruggendo con coraggio la propria gabbia come è successo il mese scorso quando un gruppo di ribelli ha reso inagibile una sezione del CPR di corso Brunelleschi per protesta.

Al fianco degli harraga in lotta.
Contro ogni gabbia e frontiera.
Fuoco ai CPR.

 

 

[1https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/resources/cms/documents/2486341c044bb5c3e9da30e4b8de8d7c.pdf

[2 Testimonianza audio dal CPR di Torino | NO CPR TORINO (noblogs.org)

 

 

 

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NUOVO GESTORE, VECCHIA MERDA

Il 13 settembre la Prefettura di Torino ha avviato la procedura di gara per l’affidamento dei servizi di gestione e funzionamento del centro di rimpatrio di Corso Brunelleschi: il cpr di Torino ad inizio 2022 avrà un nuovo gestore. Non sappiamo ancora chi sarà a candidarsi per questo lauto affare, per ora sappiamo che l’importo complessivo per gestire il centro dal 1° Gennaio 2022 al 31 Dicembre 2022  è di  2 440 375,20 euro – con una proposta minima di 42, 67 euro pro capite a recluso –  e che sicuramente, seguendo la logica dell’appalto1, sarà un’altra grande azienda ad accaparrarsi l’enorme cifra.

Finisce dunque il mandato di Gepsa, come alcuni giornali trascrivono..?

Vale la pena ricordare brevemente lo storico dell’azienda francese, leader nel business della reclusione e della prigionia. Nata ufficialmente nel 1987, quando lo stato francese sigilla una stretta collaborazione con le aziende private, si occupa sin da subito della gestione dei servizi (ristorazione, lavanderia, assistenza medica ecc ecc) all’interno di strutture detentive. Un colosso che cresce e si sviluppa sulla base dell’esistenza stessa del sistema carcere, collaborando attivamente con l’amministrazione penitenziaria e il ministero dell’interno francese, fino a prendere in carico la manutenzione della più grande prigione europea, Fleury-Mérogis. Dal 2008 inizia ad interessarsi al mercato italiano, puntando gli occhi sui profitti dati dalla gestione delle strutture di “accoglienza” ed espulsione delle persone senza documenti. Nel 2014, affiancata dall’associazione culturale Acuarinto, vince la gestione del cara di via Corelli a Milano (riaperto come centro per il rimpatrio nel 2019) e degli allora CIE di Ponte Galeria a Roma e di Torino. Subentra in toto nel cpr di Torino nel 2018, dopo l’operato della Croce Rossa Italiana. Per approfondire il ruolo di Gepsà nel mondo della carcerazione invitiamo a leggere e scaricare opuscolo-gepsa.

Anche se momentaneamente non sappiamo ancora quali saranno le aziende che tenteranno di entrare nel business del cpr di Torino, tra pochi giorni termineranno le offerte. Probabilmente a breve sapremo chi  saranno i prossimi responsabili della detenzione e delle espulsioni nel centro di corso Brunelleschi.

Per consultare tutta la documentazione riguardante la gara d’appalto: http://www.prefettura.it/torino/contenuti/Procedura_aperta_affidamento_gestione_centro_di_permanenza_per_i_rimpatri_c.p.r._di_torino_cig_8886364b8c-12121736.htm

 

1 Secondo la disciplinare di gara le aziende devono certificare di poter fornire servizi per la cifra dettata dall’appalto.