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Opuscolo: che cos’è un CPR

Per la libertà di tutti e tutte, per l’ingovernabilità, contro le frontiere.
Sabotiamo la macchina delle espulsioni!

indice:

  • Per la libertà
  • Cos’è la Detenzione Amministrativa
  • Cos’è un CPR
  • I Centri di Permanenza per il Rimpatrio in Italia e i loro gestori
  • Il Centro di Permanenza per il Rimpatrio a Torino
  • La struttura di corso Brunelleschi
  • La vita quotidiana nel CPR: sanità, cibo, telefoni e udienze
  • Il legame tra carcere e CPR
  • Le rivolte all’interno dei CPR

 

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Testimonianze e aggiornamenti dal CPR di Corso Brunelleschi

22.10.21

Negli ultimi giorni gli atti di autolesionismo e i tentati suicidi all’interno della struttura di Corso Brunelleschi sono stati talmente numerosi da richiamare persino l’attenzione dei media mainstream.

Le persone recluse ci raccontano di una situazione ancor più grave:  i giornali parlano di 26 casi, ma solo la settimana scorsa nell’aria Viola c’è stata una media di due persone al giorno a “fare la corda” , ovvero tentare di impiccarsi. Sempre nella stessa area altre due persone hanno bevuto del detersivo e sono state portate all’ospedale per una lavanda gastrica. Molte altre meditano di fare lo stesso. Quando le persone “fanno la corda” le guardie arrivano volutamente all’ultimo momento.

Nell’area Viola al momento ci sono 35 persone, in 7 per ogni cella, ed è l’area in cui sono state portate le persone dell’area Rossa che si sono rivoltate il 10 settembre e che l’hanno resa completamente inagibile: per questo motivo nei loro confronti vi è un accanimento particolare da parte della polizia e del personale del Centro. Inoltre, sono state portate le persone di un’altra area nello stesso edificio. Sono quindi forse due le aree in costruzione/ricostruzione. 

I gesti di autolesionismo e i tentativi di suicidio rappresentano un tentativo di essere portati fuori dal centro: una volta in ospedale le persone spesso tentano la fuga e fortunatamente talvolta riescono a scappare.

 

 

La sanità come strumento coercitivo di controllo e ricatto sociale.

Recentemente il Ministero dell’Interno ha prodotto un rapporto [1] in risposta ad “alcune criticità” emerse all’interno del CPR di Torino durante l’ultima visita del Garante Nazionale avvenuta lo scorso luglio con un riferimento particolare ad “alcuni aspetti ritenuti essenziali ai fini del proseguimento del rispetto della dignità umana delle persone trattenute e, in particolare, dell’assistenza sanitaria”.

Prima di parlare del contenuto di questo rapporto occorre ricordare chi sono gli autori e gli attori coinvolti. Il documento è stato prodotto da Michele di Bari (Capo del dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione), Michela Lattarulo (Direttore centrale dei servizi civili per l’Immigrazione e l’Asilo) con relazione tecnica a cura di Claudio Palomba (Prefetto di Torino) che formalmente rispondono a Mauro Palma (Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale), autore di una serie di dichiarazioni che coinvolgono l’ente gestore GEPSA e l’Azienda Sanitaria Locale (ASL) “Città di Torino”, che si ricorda della presenza di un lager in città solo quando i riflettori sono puntati, raramente, sul CPR a causa di un’emergenza. Interessante notare come su sei attori coinvolti, cinque rappresentano lo Stato a dimostrazione del fatto che chi decide ed impone le regole coincide con i difensori di chi le regole le subisce.
Una storia già vista, lo Stato che giustifica e controlla se stesso attraverso il mantenimento di una narrazione che vuole far passare per accoglienza quello che in realtà non è altro che una mascherata forma di carcerazione e di privazione della libertà.

Il rapporto entra nel merito di tre punti: la sezione del Centro denominata “l’Ospedaletto”, la comunicazione con l’esterno e la visita medica di ingresso.
Per quanto riguarda il primo punto si parla della creazione di “ambienti più gradevoli” in sostituzione dei vecchi e viene ribadito che “al momento l’utilizzo di tale area è stato sospeso al fine di richiedere la progettazione di interventi migliorativi per rendere tale struttura più rispondente alle esigenze sanitarie a cui la stessa risponde”. Le parole vengono sottoposte ad un vero e proprio slittamento semantico, deciso da chi ha il potere di riprogrammare e ridefinire il significato delle parole. Parole che invece è necessario confrontare con le voci dei reclusi che vivono quotidianamente sulla propria pelle le conseguenze di tutto questo. Voci che ci raccontano di una sezione isolata dalle altre dove le persone vengono condotte con la forza dalle guardie e abbandonate all’interno di piccole stanze circondate da grate. Una sezione che è “presente presso il CPR di Torino fin dalla sua prima destinazione”, come afferma il Prefetto nella relazione tecnica del rapporto. Una sezione punitiva dove da più di vent’anni le persone vengono torturate lontane dagli occhi degli altri reclusi che potrebbero risultare scomodi testimoni. Un luogo in cui, è necessario ricordarlo, sono morti due uomini abbandonati in isolamento negli ultimi due anni.
Una gabbia non può essere resa più gradevole, più bella, perchè rimane sempre una gabbia. Come ci hanno insegnato gli harraga in questi anni attraverso le rivolte, una gabbia può essere solo distrutta. Non basterà la chiusura di una sezione del CPR o qualche miglioria strutturale per ripulirsi la faccia o la coscienza e dimenticare le violenze che lo Stato ha compiuto all’interno dell’Ospedaletto in tutti questi anni.

Per quanto riguarda il secondo punto si “evidenzia una particolare attenzione” al tema della comunicazione con l’esterno. Vengono “perseguiti ed assicurati adeguati servizi e standard per le persone trattenute” tramite l’attivazione di nuove postazioni di telefonia pubblica. Secondo la Prefettura dal 2 Aprile 2020 “sono stati messi a disposizione dei migranti telefoni cellulari non classificabili come smartphone da utilizzare in locali che consentono il rispetto della privacy”.
Dai racconti dei ragazzi dentro che abbiamo avuto modo di sentire in questi mesi emerge invece che non solo non sono state mai attivate o predisposte nuove postazioni telefoniche ma che addirittura non tutte le aree del Centro hanno almeno una cabina pubblica per chiamare. Da inizio 2020, ovvero quando è stato “inibito” l’utilizzo del proprio telefono cellulare all’interno del CPR di Torino, l’unico modo per comunicare con i propri parenti, molti dei quali all’estero, è attraverso l’utilizzo di una cabina telefonica utilizzabile tramite una scheda a pagamento che i reclusi possono comprare dall’ente gestore GEPSA che lucra sulla necessità delle persone di comunicare anche solo con il proprio avvocato.
Ecco come funziona la comunicazione con l’esterno all’interno del CPR: limitandola il più possibile! Per aumentare ulteriormente l’isolamento dei reclusi le cabine telefoniche presenti nelle aree non possono essere chiamate dall’esterno (come una normale cabina telefonica pubblica) in quanto le chiamate in entrata sono disattivate. All’interno del rapporto le falsità continuano quando viene sottolineato che “dal 5 Luglio 2021 sono riprese le visite dei familiari”. Nessuno dei ragazzi che abbiamo sentito in questi mesi ha mai visto un famigliare ne tramite un colloquio dal vivo ne tramite una video chiamata. Ci hanno raccontato che molti pacchi spediti dall’esterno vengono bloccati all’ingresso senza motivazioni o senza alcun riscontro oggettivo come il caso di diversi indumenti respinti perchè non sanificati e contenuti in apposito contenitore igienizzato.

Per quanto riguarda il punto relativo alla la visita medica preliminare di ingresso al Centro (che dovrebbe evidenziare eventuali incompatibilità con la detenzione) lo sganciamento dalla realtà e dalla vita concreta non cambia. Anzi, lo slittamento semantico aumenta nel momento in cui il Prefetto di Torino risponde alle “criticità” emerse negli ultimi mesi sul perchè l’Azienda Sanitaria Locale (ASL) “Città di Torino” ha da sempre omesso di effettuare tale visita. Ricordiamo che nel 2015 il Prefetto di Torino e il Direttore Generale dell’ASL Torino hanno firmato il protocollo d’intesa e collaborazione tra i due enti al fine di garantire ai reclusi il pieno acceso al Servizio Sanitario Nazionale e nel 2018 per dare attuazione all’articolo 3 del Regolamento Unico dei CIE affinchè le visite mediche di ingresso nel CPR siano condotte da un medico della Regione o dell’ASL locale.

La risposta del Prefetto di Torino rappresenta una compiuta sintesi della volontà di trasformare le persone in non persone attraverso l’imposizione di un comportamento, di una condizione: chi non ha i documenti giusti non viene curato!
L’assistenza sanitaria passa attraverso il riconoscimento, e la sua conseguente negazione, di una condizione imposta che costringe le persone all’interno di un lager per settimane perchè pende su di loro l’Ordine di allontanamento dal territorio nazionale del Questore.
La sanità come strumento coercitivo, di controllo, di potere, di ricatto sociale.
Possiamo estendere questo razzismo strutturale anche all’ordine sociale in cui viviamo se consideriamo come condizione discriminante l’essere una persona che viene detenuta in carcere. Allora si potrebbe dire: chi è detenuto, chi viene riconosciuto come un nemico di questo ordine sociale, non viene curato.

Secondo il rapporto del Ministero dell’Interno l’unica soluzione possibile sarebbe quella di “rilanciare i contatti” tra Prefettura e ASL di Torino: ovvero lo Stato che cerca di entrare in contatto con se stesso a quasi dieci anni di distanza dal primo accordo che ha firmato, chiaramente, sempre con se stesso!

Nel mentre le persone continuano ad entrare dentro il CPR di corso Brunelleschi con gravi patologie, lesioni e traumi al corpo incompatibili con la detenzione che, nella maggior parte dei casi, richiederebbero un ricovero ospedaliero. Problemi fisici che vengono ignorati nella totale assenza di interventi di assistenza sanitaria. Persone costrette a sopravvivere all’interno di un lager, dove l’unica terapia consiste nel dare “psicofarmaci a litri” con la complicità del responsabile medico e della direzione assunti da GEPSA.
In questi giorni siamo in contatto con un ragazzo che soffre della sindrome di Crohn e nonostante le ripetute richieste di soccorso non ha potuto vedere un medico o parlare con il suo avvocato dopo diversi giorni di detenzione all’interno del CPR. [2]

Alla luce dell’evidente operazione di travisamento della realtà e annullamento della persona svolta da Ministero dell’Interno, Prefettura e ASL di Torino vogliamo ribadire la nostra solidarietà e complicità a chi si ribella contro tutto questo schifo distruggendo con coraggio la propria gabbia come è successo il mese scorso quando un gruppo di ribelli ha reso inagibile una sezione del CPR di corso Brunelleschi per protesta.

Al fianco degli harraga in lotta.
Contro ogni gabbia e frontiera.
Fuoco ai CPR.

 

 

[1https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/resources/cms/documents/2486341c044bb5c3e9da30e4b8de8d7c.pdf

[2 Testimonianza audio dal CPR di Torino | NO CPR TORINO (noblogs.org)

 

 

 

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PRESIDIO SOTTO LE MURA DEL CPR DI TORINO SABATO 9 OTTOBRE ore 16 via Monginevro angolo Corso Brunelleschi

All’interno del CPR, così come nelle carceri, a smuovere la situazione è stato il coraggio di chi è costretto a vivere quotidianamente questi luoghi. L’assenza totale di cure mediche, le espulsioni e il clima di violenza che le forze dell’ordine e l’ente gestore GEPSA vorrebbero affermare e rendere normale dentro il Centro non hanno avuto la meglio sulla determinazione e la voglia di libertà delle persone recluse.

Venerdi 10 Settembre tutte e cinque le unità abitative che compongono l’area Rossa sono state rese inagibili dalle persone detenute che hanno protestato con rabbia e dato fuoco ai materassi. Un ragazzo ha voluto raccontarci al telefono le motivazioni della rivolta e le condizioni quotidiane di detenzione cui sono costretti tra assenza di cure mediche e pestaggi delle guardie:

https://nocprtorino.noblogs.org/post/2021/09/20/testimonianza-audio-dal-cpr-di-torino/

La determinazione con cui le persone rinchiuse hanno da sempre affrontato la loro reclusione dovrebbe essere d’esempio per noi fuori proprio in un periodo come questo in cui all’esterno ad essere colpita è soprattutto la solidarietà nei confronti di chi lotta e si ribella per distruggere la propria gabbia.

In momenti come questi è quanto mai importante far sentire a chi lotta che non è solo, dimostrare che le gabbie e le mura non riescono a rendere invisibile ciò che accade dentro.

In solidarietà alle persone recluse che quotidianamente lottano e si ribellano dentro il CPR.

In solidarietà ai compagni e alle compagne che negli anni hanno lottato contro i Centri di detenzione amministrativa e adesso si trovano imputati/e nell’Operazione Scintilla, che ha portato anche allo sgombero dell’Asilo Occupato.

Testimonianza audio dal CPR di Torino

Venerdi 10 Settembre tutte e cinque le unità abitative che compongono l’area Rossa
sono state rese inagibili dal fuoco grazie alla rabbia e al coraggio dei reclusi.

Un ragazzo ha voluto raccontarci al telefono le motivazioni della rivolta e le
condizioni quotidiane di detenzione in cui è costretto tra assenza di cure mediche
e pestaggi delle guardie.

 

La telefonata è stata registrata domenica 19 Settembre durante la diretta della
trasmissione Assadaka su Radio Blackout.

False vittorie e lotte concrete

La situazione detentiva all’interno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio è insostenibile, come le persone recluse ci hanno continuato a raccontare più volte negli anni. Dalla loro istituzione non si sono mai spente le grida di protesta da dentro queste strutture e si sono susseguite le rivolte. La mano dello stato dentro questi lager non è mai stata morbida e le notizie di pestaggi da parte della polizia non sono un’eccezione. La pandemia da Covid-19 non ha fatto che inasprire ed esasperare le condizioni cui sono costrette le persone senza documenti dentro quelle mura.

È di questi giorni la notizia della “chiusura” dell’Ospedaletto, una delle sezioni del Centro suddivisa in piccole stanze singole che fungono da celle d’isolamento punitivo: il garante dei detenuti si è pavoneggiato di quella che ha avuto la faccia tosta di chiamare “positiva collaborazione” con il ministero dell’Interno. Il Garante Mauro Palma aveva fatto visita al Centro il 14 giugno scorso, dopo la morte di Moussa Balde proprio in una cella di isolamento, e successivamente aveva stilato un rapporto in cui parlava del “trattamento inumano e degradante” che ricevono le persone recluse all’interno dell’Ospedaletto.

Chiunque conosca anche solo superficialmente la realtà dei Centri però sa benissimo quanto quelle condizioni siano la norma. Le visite, i proclami e le denunce da parte di rappresentanti istituzionali e di Garanti arrivano sempre ed esclusivamente all’indomani di fatti tragici, nei Cpr così come nelle galere, come ci raccontano i fatti relativi alle rivolte nelle carceri dell’anno scorso. La morte di Moussa ha scatenato una compulsiva speculazione da parte delle autorità, dei giornali e delle istituzioni. Improvvisamente si sono avvicendate visite del Garante, inchieste giudiziarie, visite e dichiarazioni da parte di politici e onorevoli facenti parte di quegli stessi partiti di governo che hanno istituito e rinnovato i centri di detenzione amministrativa. Non è un caso che tra le denunce fatte da questi ultimi ci sia il fatto che non siano presenti le telecamere a controllare cosa succede là dentro. Come a dire che quel luogo non è abbastanza panottico, il problema è infatti la mancata sorveglianza. Succede poi che questi stessi rappresentanti e Garanti gioiscano e si dicano soddisfatti della decisione, presa dal Ministero dell’Interno, di accogliere la raccomandazione e di interdire l’utilizzo dell’Ospedaletto. Così ci si dà la pacca sulla spalla, ci si ripulisce la faccia e la coscienza, ci si compiace della propria sensibilità umanitaria. Quello che ci restituisce questa “vittoria” istituzionale è in prima battuta il fatto che le istituzioni statali festeggino loro stesse mentre denunciano che nei luoghi di detenzione dello Stato le persone recluse vengono torturate; in secondo luogo, che le situazioni drammatiche all’interno di queste strutture diventano vere e reali solo ed esclusivamente quando sono le istituzioni stesse a dare verità e realtà a queste situazioni. Non sarà la chiusura di una singola sezione del Cpr ad arginarne la violenza strutturale e sistemica. Le persone recluse lo sanno bene e da sempre si oppongono e lottano contro questo sistema detentivo.

Tant’è che proprio pochi giorni fa, il 10 settembre, all’interno del Cpr di corso Brunelleschi hanno dato vita ad una rivolta dando fuoco ai materassi e rendendo completamente inagibile l’area Rossa. Nel caso dell’altro giorno, come in mille altri, i ragazzi protestavano per il mancato intervento da parte del medico del centro nei confronti di un ragazzo che aveva tentato il suicidio. Il mattino seguente, la polizia ha picchiato i reclusi, portando via tre persone che sono state poi deportate in Nigeria. Contrariamente a quanto dicono i giornali nessuno di loro è stato visitato o portato in ospedale.  L’area rossa è inagibile e i ragazzi rimasti sono stati spostati tutti quanti nell’area viola, dove non c’è acqua corrente nei bagni. Molti di loro hanno problemi fisici e di salute e come sempre accade non ricevono assistenza sanitaria se non la classica tachipirina.

L’ennesima storia di rivolta e di determinazione, perché l’unico modo per combattere contro questo sistema detentivo è quello di distruggerlo, di incendiarlo. Dalla loro istituzione nel 1998, infatti, sono sempre state le rivolte che hanno reso inagibili queste strutture, e che nel migliore dei casi le hanno fatte chiudere interamente. Nel 2009 il CIE di Pian del Lago in Sicilia, nel 2013 il CIE di Modena, lo stesso anno ad agosto il CIE di Sant’Anna di Capo Rizzuto vicino a Crotone, mentre a novembre il CIE di Gradisca d’Isonzo e, infine, il CPR di Trapani Milo a febbraio dell’anno scorso.

Tutti chiusi solo grazie alle proteste, alla rabbia, alla resistenza e alla voglia di libertà delle persone che erano rinchiuse là dentro. C’è anche chi da anni prova a sostenere questa voglia di libertà, a dare voce alle persone recluse e a lottare per fare in modo che di questi posti non rimanga nulla. La solidarietà portata alle rivolte per la libertà non piace a chi questo sistema lo difende e lo foraggia. Il mese prossimo inizierà il processo per l’Operazione Scintilla, scattata il 7 febbraio del 2019, che vede indagate compagne e compagni accusati di aver lottato in questa città contro la detenzione amministrativa e la macchina delle espulsioni. Non possiamo che ribadire di essere sempre al fianco di chi lotta per distruggere gabbie, frontiere e galere.
Dopo la rivolta di venerdì, un gruppo di solidali è andato ad esprimere la propria solidarietà con urla e cori. I reclusi hanno risposto con calore e determinazione. Torneremo in presidio sotto le mura del Cpr di Corso Brunelleschi sabato 9 ottobre per portare solidarietà a tutti i reclusi nei Cpr e in solidarietà a tutte le compagne e i compagni indagati nell’operazione Scintilla.

 

 

 

AGGIORNAMENTO IN RADIO DAL CPR DI TORINO

Durante la puntata di ACAB– Aperitivo Controinformativo Ardecore Balengo su Radio Blackout 105.250 di mercoledì 16 giugno abbiamo raccontato la situazione attuale all’interno del Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Corso Brunelleschi con un aggiornamento introduttivo e tre testimonianze audio (ai minuti 12.57; 17.51; 21.14) dei ragazzi reclusi.

TUTTI LIBERI, TUTTE LIBERE

CONTRO I CPR, CONTRO TUTTE LE FRONTIERE

https://radioblackout.org/podcast/a-c-a-b-aggiornamenti-sul-cpr-e-testimonianze-dirette-testo-di-divine/?fbclid=IwAR20YyDblCzjAdzOOCL6Ti0PfUkG-mcbcia_GmnXvZ8ZbqBYAo7B64_U0V4

 

AGGIORNAMENTO dal CPR IN RIVOLTA

Questa sera verso le otto tutte le aree hanno iniziato una protesta per il cibo avariato e maleodorante. Tutti i reclusi del centro si sono uniti alla rivolta rifiutando il pasto con battiture e urla di rabbia. Nell’area VERDE i rivoltosi hanno dato fuoco ad alcuni oggetti. All’interno le camionette dei carabinieri hanno circondato le aree e sono pronte ad entrare con scudi e manganelli.

In serata un gruppo di solidali si raduna sotto le mura di corso Brunelleschi per sostenere i reclusi con cori solidali e lanci di fumogeni. Da dentro rispondono calorosamente.

FUOCO AI CPR E A TUTTE LE FRONTIERE

GLI AGUZZINI SI VENDICANO, ALCUNI AGGIORNAMENTI DAI CPR

Da Macerie

Nella mattinata di lunedì, le forze dell’ordine sono entrati in forze nel Centro torinese per arrestare 5 ragazzi accusati di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento; nel corso dell’irruzione non hanno lesinato colpi e manganellate contro i reclusi che gli capitavano tra i piedi: a due di loro è stata rotta la mano e a uno il piede. Chi si trovava nell’area verde, da poco distrutta, è stato poi trasferito nella viola che ha quindi riaperto i battenti dopo la rivolta di fine novembre. Più di una decina di reclusi sono stati portati via ed espulsi. Prima di andarsene la polizia ha infine provveduto a sequestrare numerosi telefoni, così da impedire ai reclusi di comunicare con amici e solidali “fuori” e dar conto di quel che accade all’interno delle mura. Evidentemente gli audio e i video, usciti negli ultimi giorni, devono aver dato non poco fastidio alle varie autorità cittadine e a Gepsa, che gestisce la struttura.

Un’operazione simile è stata condotta dalle forze dell’ordine nel Cpr di Gradisca dove, a poche ore dal corteo, nella notte di sabato gli agenti sono entrati nel Centro picchiando alcuni reclusi e portando via le sim card a chi aveva parlato al telefono durante le iniziative. La reazione dei reclusi non si è fatta attendere e nel pomeriggio di domenica, nell’ala più vicina alla strada, sono stati rotti i vetri e staccati i letti dal pavimento, 8 ragazzi sono poi riusciti a raggiungere e scavalcare il muro e fuggire. Tre di loro sono purtroppo stati ripresi dopo poco ma gli altri sono riusciti a far perdere le proprie tracce. Dentro il Centro la rivolta è continuata: molti materassi sono stati dati alle fiamme e gli estintori sono stati vuotati nei cameroni completando il danneggiamento delle strutture.

Le rivolte nei Cpr degli ultimi mesi hanno creato notevoli danni. E queste rivolte sono contagiose, come insegna la ventennale storia della detenzione amministrativa in Italia, tante volte le scintille accese in un Centro sono riuscite a prendere anche a centinaia di chilometri di distanza. Chi governa lo sa bene e non può permettersi che queste strutture vengano messe nuovamente in ginocchio proprio mentre il Ministro degli Interni continua a sbandierare ai quattro venti della prossima apertura di altri Cpr. Gli ultimi arresti, pestaggi, espulsioni e sequestri dei telefoni hanno il chiaro intento di intimidire i reclusi e recidere a un tempo i legami con i solidali “fuori”, in modo che nulla di quanto accade “dentro” riesca a filtrare all’esterno.