Archivi tag: frontiera

24/25/26 GIUGNO: CHIAMATA PER UN WEEK-END DI MOBILITAZIONE CONTRO GUERRE E FRONTIERE!

Dal 24 al 26 di giugno, Torino ospiterà un weekend di mobilitazione internazionale contro tutte le guerre e tutte le frontiere, in città e altrove.
Desideriamo portare l’attenzione al legame stretto e diretto tra le guerre e quanto accade sulle frontiere.
La ricorrente necessità capitalista della guerra imperialista schierata alla difesa del proprio ordine e al controllo costante di mercato e risorse, costringe milioni di persone a sfuggire e attraversare le frontiere.
Inoltre, gli Stati definiscono attraverso repressione e controllo l’entità del loro territorio integrando o rigettando le persone, secondo le proprie esigenze economiche, inquadrate all’interno di un discorso classificatorio razzista.
Il business tecnomilitare privato sfrutta costantemente le conseguenze della spartizione dei territori saccheggiati e colonializzati, sperimentando le sue macabre innovazioni di controllo e sorveglianza, sui corpi di chi attraversa quelle frontiere .  
Durante i tre giorni si alterneranno momenti di scambio di pratiche,
approfondimenti e mobilitazione.
Sarà possibile essere ospitat* in città per la durata dell’evento.
RIAPPROPRIAMOCI DI SPAZI IN CITTÀ! 
Pubblicheremo a breve tutti i dettagli logistici e informazioni più dettagliate sul programma.
Porta la tua attrezzatura da campeggio! E se puoi lascia a casa il tuo amico a quattro zampe.
Segui gli aggiornamenti anche su passamontagna.info

Strategie poliziesche: false date di volo, falsi rifiuti di test, falsi rifiuti di imbarco al CRA di Marsiglia

Riportiamo di seguito un articolo e la testimonianza di un detenuto del CRA di Marsiglia (FR, ENG) con sulle spalle un’ordinanza di espulsione verso l’Italia secondo le procedure di Dublino.

da Marseilleanticra.noblogs.org

Le menzogne dei gendarmi mandano in prigione le persone detenute nel centro. Per esempio, una di loro spiega in questo articolo come gli agenti di polizia abbiano completamente inventato il suo rifiuto di imbarcarsi su un aereo, il che avrebbe potuto farla finire in prigione.

In tutti i centri di detenzione amministrativa (CRA), accade regolarmente che il giudice delle libertà e della detenzione (JLD) e la polizia di frontiera (PAF) mentano sulle date dei voli aerei con cui le persone rinchiuse nel centro devono essere espulse. Il JLD è responsabile nel CRA per il prolungamento del periodo di detenzione di tutte queste persone, ma per farlo, soprattutto dopo che sono già passati 2 mesi di detenzione, deve in linea di principio dimostrare che lo Stato sta cercando attivamente di espellerle. Capita quindi che durante un’udienza del JLD vengano segnalati biglietti aerei falsi (ad esempio, aerei inesistenti).

Dalla primavera del 2020, un test PCR negativo è una condizione necessaria per l’espulsione di un detenuto in aereo: molte persone lo rifiutano per non essere espulse. Ma rifiutare i test porta molto spesso a procedimenti penali e a pene detentive. La PAF, da parte sua, inventa anche false date di espulsione in aereo per spingere deliberatamente i detenuti nel CRA a rifiutare il test e quindi a finire in prigione. Queste pratiche di polizia sono ricorrenti in molti CRA in Francia.
Più recentemente, il PAF del CRA di Marsiglia sembra aver avviato un’altra pratica: l’invenzione di falsi rifiuti di test PCR. In pratica, alcune persone rinchiuse nel CRA sono talvolta condannate a pene detentive per test di cui non hanno mai sentito parlare e che non hanno mai rifiutato, nonostante siano perseguite per questo! All’inizio di marzo 2022, un detenuto del CRA di Marsiglia, che non sopportava più di essere rinchiuso, ha dichiarato che avrebbe preferito essere espulso il più rapidamente possibile. Tuttavia, non gli è stato offerto un volo e nemmeno un test PCR, salvo che alla fine del 30° giorno di detenzione, quando è comparso davanti al JLD, ha scoperto che gli ufficiali della PAF avevano inventato per lui falsi rifiuti di test PCR senza esserne a conoscenza.
Infine, più recentemente, all’inizio di maggio 2022, il PAF del CRA di Marsiglia ha inventato anche falsi rifiuti di imbarco sui voli di espulsione, anche se questi rifiuti portano a un procedimento penale (“evasione di un ordine di espulsione”). Riportiamo di seguito la testimonianza di un detenuto del centro di detenzione di Marsiglia. Spiega che la polizia ha inventato un falso rifiuto all’imbarco contro di lui, facendogli fare la spola tra il CRA e l’aeroporto di Marignane senza che vedesse l’aereo o esprimesse il suo rifiuto all’imbarco.

Francese:

Bonjour
Je suis allé au tribunal [devant le Juge des libertés et de la détention, JLD] aujourd’hui mais le juge a prolongé ma rétention de 28 jours supplémentaires. J’ai la possibilité de faire appel de cette décision dans les prochaines 24 heures. Je n’ai pas les moyens de faire appel car le bureau d’aide aux réfugiés de mon centre de rétention [Forum Réfugiés] ne travaille pas le dimanche.
Le juge a dit que je resterais en rétention jusqu’au 7 juin, et que j’ai le droit de faire appel du jugement. Je n’ai pas confiance dans les avocat.e.s du gouvernement [commis.e.s d’office], car je pense qu’ils et elles ne font pas grand chose pour moi. On m’a reproché pendant le jugement d’avoir refusé d’embarquer à bord de l’avion, mais ce n’est pas ce qu’il s’est passé.
Début avril, je me suis rendu à la préfecture sur rendez-vous, mais j’ai été arrêté. Le préfet a dit que j’étais arrêté parce que j’étais en procédure Dublin. Le préfet a également dit que j’avais le droit de faire appel de la décision de renvoi en Italie. Après avoir été reconduit au centre de rétention, j’ai demandé un.e avocat.e pour faire le recours, et on m’a conduit à une organisation d’aide aux migrant.e.s au centre de rétention [Forum Réfugiés]. Je leur ai expliqué que je ne refusais pas d’aller en Italie, mais que je souhaitais savoir si l’Italie était en mesure de traiter ma demande d’asile, et si je pourrais être soigné à mon retour en Italie puisque je suis malade. L’organisation a accepté et m’a dit qu’elle écrirait au juge pour lui demander de suspendre mon renvoi en raison de ma maladie, mais je n’ai reçu aucune réponse de leur part.Le lendemain, le 9 avril, la police m’a dit que je devais passer un test de dépistage du coronavirus pour pouvoir être transféré en Italie. J’ai accepté et j’ai fait le test. Après le test, j’ai demandé pourquoi je devais être renvoyé étant donné que j’avais un appel le jour suivant. La police m’a répondu que ce n’était pas un problème, que ce que je devais faire était de les suivre à l’aéroport le lendemain matin, et que lorsque j’arriverai à l’aéroport, je rencontrerais l’officier de l’immigration à l’aéroport pour lui expliquer cela.Le lendemain matin, on m’a emmené à l’aéroport mais je n’ai jamais parlé à un agent de l’immigration. La police m’a enfermé dans une cellule à l’aéroport [probablement dans un local de rétention administrative, LRA] et après environ une heure, elle m’a ramené au centre de rétention.
Maintenant, ils m’accusent au tribunal d’avoir intentionnellement refusé d’embarquer dans l’avion. Je vais aller au tribunal demain pour faire appel. Je suis malade et même le médecin de la rétention a un rapport à ce sujet, mais ce n’est jamais pris en compte. Je n’ai pas d’argent pour prendre un.e avocat.e privé.e et je ne pense pas que l’avocat.e du gouvernement sera en mesure de me faire sortir. Ici tout est réglé d’avance comme dans un jeu.

Inglese:

Good morning
I went to court [before the Juge des libertés et de la détention, JLD] today but the judge prolonged my detention to extra 28 days. I was given the option to appeal against it within the next 24 hours. I don’t have a means of lodging the appeal because the office of the refugee assistance here in my detention center [Forum Réfugiés] don’t work on Sundays.
The judge said I’ll remain in detention till June 7th and I have the right to appeal against the judgement. I don’t have confidence in the government lawyers because I think they are not doing much on my behalf. They said I refused to board the plane but that’s not how it happened.
On the 8th of April I went to prefecture, on appointment, only to be arrested. The prefect said I am been arrested because I am under the Dublin procedure. The prefect also said I have the right to appeal against the decision of removal to Italy. After I was driven to the detention center I requested for a lawyer to make the appeal and I was taken to an organization helping migrants at the detention center [Forum Réfugiés]. I explained myself to them, saying that I don’t reject going to Italy but I wish to know if Italy will be able to handle my asylum and also if I’ll be able to get treatment when I return to Italy because I am sick. The organization agreed and told me that they will write to the judge to tell to suspend my removal due to the sickness but I got no reply from them.The next day been 9th of April the police told me that I have to take coronavirus test so that I’ll be able to be transferred to Italy. I accepted and took the test. After the test I asked why should I be removed since I have appeal the next day? The police said that’s no problem, that what I have to do is follow them to airport next morning and when I get to airport that I meet the immigration officer at the airport and I’ll explain to him and I agreed.The next morning I was taken to the airport but I never say or spoke to any immigration officer. The police locked me in a cell at the airport [probably in a local de rétention administrative, LRA] and after like 1 hour they drove me back to the detention center.
Now they are charging me in court that I intentionally refused to board the plane. I’ll be going to court by tomorrow for appeal. I am sick and even the detention doctor have a report on that but it isn’t taken into consideration. I don’t have money to get a private lawyer and I don’t think the government lawyer will be able to get me out. Everything here seems to be a trick.

La Danimarca esternalizza la prigione per detenuti stranieri in Kosovo

Di passamontagna.info

Si esternalizzane le frontiere. Si esternalizzano le prigioni.

Via gli immigrati, via gli indesiderati. Quelli che non servono al sistema, gli “inutili”, i dannati della terra. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Differenziare, selezionare, punire. Questa é la politica danese, in linea con quella europea. Ma che ora ha fatto un passo in avanti.

La Danimarca apre una “colonia penale” in Kosovo. 300 posti per migranti, o meglio, immigrati condannati per aver commesso un reato in Danimarca, a partire dal primo semestre del 2023. Questo il risultato dell’accordo stipulato mercoledì 27 aprile 2022 tra Copenhagen e Pristina al quale i governi dei due paesi lavoravano da mesi (una prima intesa era stata firmata a dicembre 2021). 15 milioni di euro l’anno, per 5 anni, rinnovabile per 10 anni. Più 5 milioni di euro previ per la sistemazione delle strutture detentive kosovare. E 6 milioni di investimenti nella cosiddetta “transizione ecologica”

Dopo la legge del 2021 sull’esternalizzazione delle domande di asilo, che cerca ora un’ attuazione con il Ruanda, ecco il patto per esternalizzare la detenzione degli immigrati. La differenziazione nella differenziazione, la selezione e esclusione nei già esclusi. Dividere anche i detenuti sulla base della nazionalità e del foglio di carta che hanno o non hanno.

Nella retorica danese, le motivazioni sono il sovraffollamento delle prigioni e una diminuzione di guardie; dal 2015 la popolazione carceraria è cresciuta del 19%, passando da 3.400 a 4.200, mentre il numero degli “agenti di custodia” – gli sbirri – è sceso da 2.500 a 2.000. Il governo conta di riformare l’intero sistema carcerario e per questo ha stanziato 6 miliardi di corone, pari a circa 538 milioni di euro. Ma non solo. «La Danimarca sta inviando un segnale chiaro anche agli stranieri condannati alla deportazione: il tuo futuro non risiede in Danimarca e quindi non sconterai qui nemmeno la tua pena» ha spiegato nelle scorse settimane Nick Haekkerup, fino a poche settimane fa ministro della Giustizia danese. La volontà é sempre la stessa, da anni a questa parte: disincentivare i migranti ad andare in Danimarca, e punire in modo “esemplare” coloro che già ci sono. Ancora di più coloro che hanno osato opporsi alla legge danese.

«Uno dei vantaggi di tale misura è che (i prigionieri) non dovranno essere risocializzati per tornare nella società, perché non dovranno trovarsi in Danimarca in seguito. Pertanto, possiamo comodamente spostare l’intero gruppo in modo che servano in un altro posto», ha detto alla radio danese Hækkerup.

Lo “schema” danese è chiarissimo e viene messo in pratica da diversi anni (nel 2018 il precedente governo aveva pensato di confinare i detenuti sull’isola disabitata di Lindholm, una specie di Alcatraz scandinava: progetto poi cancellato “per i costi eccessivi”).

Tra il 2020 e la metà del 2021 la Danimarca ha revocato, o non rinnovato, il permesso di soggiorno a circa 400 rifugiati siriani, arrivando a sostenere che: «La guerra civile in Siria è ormai alle fasi finale e Damasco è un luogo sicuro».

Il numero di rifugiati in cerca di asilo in Danimarca è sceso costantemente negli ultimi anni (dalle oltre 11mila richieste nel 2015 si è passati alle 342 del primo semestre del 2021) e proprio per il “successo” della strategia si continua a rendere la vita difficile e scomoda per gli immigrati, con leggi ad hoc. Come quella votata lo scorso settembre, per obbligare i migranti a lavorare almeno 37 ore la settimana se vogliono continuare a beneficiare dei sussidi statali. La norma dev’essere ancora approvata dal Parlamento. O come la legge, approvata nel 2016 che autorizzava la confisca di gioielli e beni superiori alle 10mila corone (1350 euro) dei migranti, per coprire le spese di accoglienza.

Le prigioni ci fanno schifo, di qualsiasi stato e bandiera appartengano, sia chiaro.

Però ci teniamo a sottolineare la violenza di mandare a migliaia di chilometri di distanza da amici, famigliari, compagnx, i detenuti che saranno toccati da questo patto d’intesa.

La prigione scelta é Gjilan, a circa 50 km da Pristina. Una nowhere land, dove i detenuti non avranno possibilità di avere colloqui con un difensore di loro fiducia, senza più contatti con le famiglie e gli amici – che avranno giusto “qualche difficoltà” ad andare a trovare i famigliari a migliaia di km di distanza – senza sapere manco bene quali regole, se kosovare o danesi, verranno applicate alla galera, senza neppure sapere in quale lingua potranno rivolgersi alle guardie e al personale del carcere.

Il Kosovo, dal canto suo, è ben contento degli investimenti e dei soldi danesi, oltre che considera l’accordo una buona presentazione di “partner affidabile” ai paesi UE, data la sua ambizione a entrare nell’Ue.

Altri esempi di esternalizzazione di galere

Un accordo simile (a parte la distinzione tra detenuti immigrati e non) venne stipulato tra il Belgio ed i Paesi Bassi nel 2010 al fine di consentire al primo di utilizzare una prigione in territorio olandese, a circa trenta chilometri dal confine tra i due Stati, per far fronte ad una situazione di sovraffollamento terminata poi nel 2016, con l’entrata in funzione di nuovi istituti in Belgio. Tutta l’operazione avvenne sotto l’egida del Consiglio d’Europa e del CPT.

Un altro accordo temporaneo era stato raggiunto tra Norvegia e Paesi bassi nel 2015 con la messa a disposizione di una prigione sita in Olanda, anche in questo caso per far fronte temporaneo sovraffollamento: nel 2018 la locazione è terminata ed i detenuti sono stati riportati in strutture in Norvegia.

Ora siamo all’unione dell’esternalizzazione di frontiere e galere.

In questo periodo di covid, di guerra, di depressione economica e terrorismo mediatico costante, i vari governi stanno approvando leggi e legittimando dinamiche prima quasi impensabili, da cui non torneremo indietro. Queste pratiche di esternalizzazione che stanno avanzando velocemente sono solo un tassello di una dinamica più grande e molto pericolosa contro cui dovremmo iniziare concretamente a organizzarci.

Contro ogni galera, contro ogni frontiera!

Tamburi di Guerra. Via libera al rafforzamento di Frontex in Svizzera

Il 15 maggio si è tenuto in Svizzera il referendum sul finanziamento di Frontex.

Senza sorprese, è stato confermato che la Confederazione svizzera parteciperà al progetto di potenziamento di Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera che controlla e gestisce i flussi migratori dello spazio Schengen. Tale rafforzamento prevede che il contributo finanziario elvetico passi da 24 milioni a 61 milioni di franchi entro il 2027. Oltre all’incremento della partecipazione economica, è previsto anche un aumento del personale messo a disposizione dalla Svizzera: entro il 2027, il numero di agenti salirà dall’attuale media di circa sei posti a tempo pieno a un massimo di circa 40 posti.

Il referendum era stato lanciato da alcune organizzazioni di tutela dei migranti. Ma i sondaggi avevano rilevato da subito che la maggioranza dell’elettorato socialista e verde era favorevole al rafforzamento di Frontex. Varie ONG non hanno preso posizione rispetto al referendum: Amnesty International e l’OSAR (Organizzazione svizzera per l’aiuto ai rifugiati) hanno lasciato libertà di voto.

Più che sul sostegno a Frontex, nel dibattito pubblico è stata posta una questione di principio, ossia l’adesione a Schengen, e la lotta alla criminalità e all’immigrazione illegale sono state due questioni centrali. Si è sventolato lo spauracchio della reintroduzione dei controlli alla frontiera e dell’interruzione della cooperazione europea tra le polizie dei singoli Stati.

Un certo peso lo ha avuto anche la guerra in Ucraina. La situazione ha compattato le fila filo-europee ed è stato paventato come un rifiuto svizzero a Frontex potesse essere visto come un affronto a Bruxelles.

La strategia elettorale ha teso a sviare l’attenzione dall’Agenzia europea, coinvolta in un’inchiesta sui respingimenti che recentemente ha portato alle dimissioni del direttore (leggi anche Senza Macchia e Senza Paura. Sulle dimissioni del direttore di Frontex). Inoltre, l’accoglienza dei profughi e delle profughe di nazionalità ucraina ha voluto riconfermare l’immagine di un Paese con una politica d’asilo umana e generosa.

Da tempo si è a conoscenza dei respingimenti assassini alla frontiera Schengen operati dall’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera Frontex e delle responsabilità della Commissione Europea, che da un lato, laddove possibile, esternalizza e invisibilizza le frontiere, legandosi a doppio filo con partenariati con paesi terzi, dall’altro investe ed implementa le risorse umane e materiali necessarie per il pattugliamento, la militarizzazione e la carcerazione diretta sul territorio (leggi anche Ristretti Orizzonti. Su Horizon Europe, Nestor e il controllo dei confini).

Non stupisce l’ipocrisia di chi parla di “opportunità”, dalla posizione di partecipante diretto al progetto Frontex, di sorvegliarne gli operati o della “chance” delle dimissioni di Leggeri per riformare l’agenzia dal suo interno. Per giustificare le proprie prese di posizione, a favore della propria privilegiata “libertà di movimento”, del proprio precario benessere economico e dell’artificioso senso di sicurezza dato dalla repressione si doveva pur ammantare l’egoismo capitalista con i colori dei diritti umani.

In tempi di guerra come questi, durante i quali gli Stati ricorrono agli armamenti più devastanti e tradizionali, alla propaganda bellicista più becera e altisonante e potenziano e si trincerano dietro alleanze militariste, diviene imperativo tentare di fare chiarezza e far cadere le maschere. Nessun referendum, nessun cambio di gestione e nessun appello ai diritti umani cambierà la realtà delle frontiere erette a difesa delle diseguaglianze e dell’esclusione.

Dagli UK alla Danimarca: l’esternalizzazione delle richieste d’asilo al Ruanda

pubblicato su passamontagna.info

Il 14 aprile 2022 il Regno Unito, nella persona del ministro degli Interni Priti Patel, ha firmato un accordo con il Ruanda, il “Migration and Economic Development Partnership”. Ossia: soldi e investimenti in cambio dell’esternalizzazione di migliaia di richieste di asilo. 120 milioni di sterline all’anno (circa 144 milioni di euro) verranno pagati dagli UK alle autorità ruandesi per gestire e nascondere migliaia di persone che sbarcano sulle coste inglesi “illegalmente”. Assieme al piano, Johnson, primo ministro inglese, ha annunciato un ulteriore investimento di 50 milioni di sterline per rafforzare il pattugliamento dei propri confini, e che schiererà anche la Marina militare – la Royal Navy -“per pattugliare il Canale della Manica contro l’immigrazione illegale”.

L’esternalizzazione delle frontiere, in tutto e per tutto, non é una gran novità. Da anni il governo inglese cercava uno stato in cui deportare gli immigrati che non voleva. Ci aveva provato con l’Albania, col Ghana. Invano. Un mese fa, l’accordo. Giusto questa settimana l’Inghilterra ha annunciato che a breve avrà luogo il primo volo di deportazione verso il Ruanda di almeno 50 richiedenti asilo.

Persone non solo ruandesi, ma potrebbe essere deportato in Ruanda chiunque risulti illegale secondo gli standard del “diritto” inglese; non serve neanche che la persona sia passata da quel paese durante il suo viaggio verso l’Europa. Potrà essere spedito in Ruanda, quindi, chiunque non sia accettato dal Regno Unito, e potenzialmente di qualsiasi nazionalità; in questo modo non servono neanche i patti bilaterali con tutti i paesi di provenienza delle persone che emigrano, non serviranno più i soldi e le armi che normalmente vengono elargite dai paesi europei ai governi africani o asiatici per accettare gli accordi di rimpatrio dei loro concittadini; tutte le persone “straniere” potranno essere mandate in Ruanda, anche se non hanno mai attraversato quella terra.

La Danimarca subito sta cercando di duplicare lo schema inglese e la contrattazione con il governo ruandese è, con le parole del governo danese, “a buon punto”.

In pratica, secondo le parole del premier, tutti i migranti (per alcuni giornali invece saranno solo i maschi adulti e senza famiglia) arrivati dal 1 gennaio 2022 in avanti con imbarcazioni di fortuna potranno essere deportati in Ruanda per trattare la loro richiesta di asilo, e anche nel caso venga approvata, il rientro in UK non é considerato. Le persone potranno restare nel territorio ruandese in accordo col diritto del paese.

Il testo del Memorandum d’intesa dice: “considerato che i migranti e i rifugiati compiono viaggi pericolosi attraverso le frontiere e persino gli oceani in cerca di sicurezza e opportunità economiche, fuggendo da conflitti armati, carestie, cambiamenti climatici e altre difficoltà che hanno incontrato nei loro paesi d’origine e che il movimento di massa di migranti irregolari organizzato dai trafficanti di persone sta sopraffacendo il sistema internazionale di asilo” e volendo dunque “contrastare il modello di business dei trafficanti di esseri umani, proteggere i più vulnerabili, gestire i flussi di richiedenti asilo e rifugiati e promuovere soluzioni durature” si conviene tra i due Stati di dare avvio ad un “meccanismo per la ricollocazione dei richiedenti asilo le cui richieste non sono state prese in considerazione dal Regno Unito, in Ruanda, che esaminerà le loro richieste e sistemerà o espellerà (a seconda dei casi) le persone dopo che la loro richiesta è stata decisa, in conformità con il diritto interno ruandese”.

Johnson ha precisato che l’accordo con il Paese africano non ha limiti di numeri e che il Ruanda “ha la capacità di ospitare decine di migliaia di persone negli anni a venire“.

L’accordo arriva dopo il 2021, anno in cui nel Regno Unito oltre 28mila persone hanno attraversato la Manica con mezzi di fortuna. Nel 2020 erano state poco più di 8mila.

Il razzismo e l’opportunismo inglese é lo stesso dell’unione europea: gli UK aprono le porte ai rifugiati ucraini, e deportano coloro che per razza, religione, e skills economiche non sono “interessanti” e sfruttabili per il paese.

Il Ruanda, paese conosciuto per la violazione sistematica dei così chiamati “diritti umani” con torture e detenzioni infinite, dove nel 2018 una dozzina di rifugiati furono uccisi dalla polizia ruandese dopo proteste fuori dalla sede dell’UNHCR di Kigali, dal canto suo, è ben contento di ricevere milioni di euro dai vari governi europei e anche di avere migliaia di persone “sfruttabili” nella sua economia in espansione.

Gli accordi tra UK e Ruanda sanno molto di politiche neocoloniali; il Ruanda, vuole il caso, non solo ha un’industria mineraria di minerali di stagno, oro, tungsteno e metano, ma ospita anche il lago Kivu, enormemente ricco di gas e potenziale fonte di generazione di energia.

Altri casi di esternalizzazione delle frontiere

Il modello inglese copia la tattica assassina e dissuasiva del governo australiano, che dal 2001 si é arrogata il diritto di tenere in stato di fermo gli immigrati “irregolari“ e di trasferirli in strutture remote predisposte dal governo in paesi terzi, come il centro di detenzione dell’isola papuana di Manus e quello di Nauru.

I profughi sono trattenuti a tempo indeterminato nei centri, senza la possibilità di ricorrere al giudizio di una corte, in attesa che le loro richieste di asilo vengano esaminate attraverso un “processo a distanza”.

Altro esempio é quello di Israele, che dall’inizio del 2018, ha iniziato le deportazioni di immigrati sudanesi, eritrei, etiopi e non solo verso Uganda e Ruanda, in cambio di soldi. Circa 5mila dollari per ogni rifugiato, secondo alcune ONG. Si parla di più di 40mila persone trasferite in poco tempo.

La Danimarca, dopo la legge approvata a giugno del 2021, ha chiuso completamente le frontiere ai richiedenti asilo, e ha iniziato la ricerca – forse ora finita – di un paese dove deportare i migranti che non vuole ma anche dove lasciare coloro che otterranno lo status di rifugiati, che comunque non verranno ammessi in Danimarca.

L’Unione Europea, anche se a parole ha condannato la nuova legge inglese, si muove nella stessa identica direzione. Da anni cerca paesi cui esternalizzare le richieste di asilo, e il Niger vorrebbe essere il futuro paese in cui rimandare tutti i migranti che l’UE rifiuta senza dover passare da accordi bilaterali di rimpatrio e anche quello dove l’UE vorrebbe si analizzassero le richieste di asilo.

La stessa UNHCR, nonostante le critiche fatte al governo di Johnson, dal 2019 “evacua” migranti dalla Libia al Ruanda, trasferendoli dai centri e dalle prigioni libiche per “ulteriori soluzioni“, tra cui il reinsediamento, il rimpatrio volontario nei Paesi di precedente asilo, il rimpatrio volontario nei Paesi di origine, o l’integrazione locale in Ruanda.

Stesso opportunismo, stesso schifo.

Contro ogni stato, contro ogni frontiera.

Sulle deportazioni dello Stato francese. Da Marseille Anti CRA

Tradotto da https://marseilleanticra.noblogs.org/
La compagnia aerea Twin-jet e lo Stato francese deportano persone in Tunisia ogni venerdì

in francese: La compagnie aérienne Twin-jet et l’état français expulsent chaque vendredi vers la Tunisie

scritto il 01/04/2022

All’aeroporto di Marsiglia Marignane c’è un piccolo terminal1, un terminal che non viene mai utilizzato dal turismo di massa. Si trova alla fine di una strada che costeggia l’Etang de Berre, incastrato tra lo stagno e le recinzioni dell’aeroporto, accanto a un magazzino DHL. In questo terminal, ogni venerdì mattina, intorno alle 10.30, le persone portate da diversi CRA vengono caricate a forza su un piccolo aereo della compagnia Twin-jet per essere deportate in Tunisia.

Siamo regolarmente in contatto con le persone rinchiuse nel Centro di detenzione amministrativa (CRA) di Canet (vicino a Bougainville, a Marsiglia). Ci raccontano che a volte gli agenti della Polizia di frontiera (PAF) vengono a prenderli in camera il giovedì sera per portarli all’aeroporto. “Sette o otto uomini incappucciati entrano nella stanza, hanno guanti e tonfa. Quando vogliono impedire al deportato di lottare, lo imbavagliano, gli legano mani e piedi con nastro adesivo, lo legano a una sedia a rotelle e gli mettono un casco in testa”. A questo punto inizia l’espulsione Twin-jet. Nascosta agli occhi dei turisti e impedendo ogni possibile richiesta di aiuto, questa compagnia aerea di Aix-en-Provence e lo Stato francese hanno deportato per almeno sei mesi cinque o sei persone alla volta in Tunisia su piccoli aerei da 19 posti, senza alcun test covid.

Al momento le espulsioni negli aerei che trasportano anche altri viaggiatori sono complicate, perché per l’imbarco è necessario un test covid negativo. Nel CRA di Marsiglia molte persone hanno rifiutato i test PCR per un volo di espulsione. Quindi lo Stato fa due cose: a volte li condanna a diversi mesi di prigione e a volte organizza deportazioni con Twin-jet senza test PCR.

Oggi, 1° aprile, siamo entrati in questo terminal con striscioni e gridando slogan per dare forza ai deportati.

Il business del trasporto di migranti senza documenti

Twin-jet è una classica azienda capitalista. Viene glorificata dai media come “il Pollicino del cielo francese che sta affrontando la crisi da solo”2, un’azienda che è “riuscita a sopravvivere alla crisi senza aiuti finanziari” e che “per mancanza di traffico commerciale […] ha sviluppato soluzioni originali”. Olivier Manaut, il suo direttore, si lamenta di “soffrire, perché la Francia sta diventando un deserto industriale, mentre il 75% della nostra attività è legata all’industria”, ma Olivier ha trovato una buona fonte: la frontiera.

Per questa azienda, il desiderio dello Stato di impedire alle persone di vivere dove vogliono, di costringere le persone in Paesi dove non vogliono vivere, è un mercato come un altro (e anche succulento). Materialmente, una frontiera è solo questo, un piccolo aereo, un pilota e un gruppo di poliziotti che cercano di costringere le persone a rimanere in uno spazio che non dovrebbero lasciare, facendo crescere il capitale di una compagnia aerea nel processo.

Nel 2006 Twin-jet si è aggiudicata le gare d’appalto della polizia nazionale. Nel corso degli anni l’azienda è riuscita a portare a termine diverse missioni. Espulsioni verso paesi considerati di origine, verso paesi europei nel quadro delle procedure di Dublino, o anche voli che non hanno lasciato la Francia, per esempio quando l’obiettivo era quello di “decongestionare”, come a Calais nel 2015. E al momento i voli privati offerti da Twin-jet sono convenienti perché permettono di imbarcare per la Tunisia prigionieri non testati.

Siamo contro le deportazioni e contro le frontiere. E saremmo contrari alle frontiere anche se nessuno si arricchisse grazie ad esse. Ma crediamo sia importante notare che oggi funzionano in parte come un’azienda. Da un lato, perché questo ci permette di identificare gli ingranaggi della macchina di espulsione che possiamo affrontare. Ma anche perché è interessante rendersi conto che, ancora una volta, gli interessi economici possono portare a compiere azioni violente e crudeli.

Le frontiere esistono perché gli attori hanno interesse ad averle, per alcuni è un’espressione del loro razzismo, per altri è un modo per rendere insicura la forza lavoro, in modo che sia a buon mercato. E ci sono indubbiamente altre ragioni, tra cui gli interessi delle aziende collaborazioniste per le quali la frontiera è semplicemente un mercato.

Il presidente di Twin-jet, Olivier Manaut, ne è un buon esempio. Lui stesso è residente in Svizzera, mentre almeno 7 delle società che rappresenta sono in Francia. L’essere residente in Svizzera, pur essendo presidente di una società francese, può presentare dei vantaggi fiscali. Un secondo vantaggio economico che trae dalla frontiera, che per lui è un’opportunità, mentre sconvolge la vita delle persone che non hanno i suoi privilegi e di cui permette la deportazione.

Un sistema “assurdo”, che distrugge la vita delle persone, che spezza le persone per sfruttarle meglio!

Twin-jet è il frutto di un sistema globale, delle politiche migratorie francesi ed europee che hanno messo in atto una gestione assassina delle frontiere e la strumentalizzazione delle persone nell’irregolarità amministrativa. La militarizzazione delle frontiere in tutta Europa, la costruzione di centri di detenzione amministrativa permanenti in Francia, la violenza fisica subita dai migranti durante il viaggio e/o all’arrivo in un Paese, lo sfruttamento sul lavoro, ecc. rivelano forme di dominio neocoloniale di cui Twin-jet è attore e profittatore.

I muri e le espulsioni non impediscono le migrazioni, ma aggravano i sistemi di precarizzazione, aumentano i pericoli durante le traversate, mantengono le disuguaglianze tra i paesi e distruggono la vita di milioni di persone…

Lotte e resistenza alla macchina della deportazione

Le espulsioni dei Twin-jet iniziano con un’intrusione a sorpresa nelle stanze del CRA nel cuore della notte per prevenire qualsiasi resistenza. Esiste infatti una forte resistenza collettiva e individuale a questo sistema di sfruttamento, confinamento ed espulsione. Quando si proviene da un Paese al di fuori dei confini europei, qualunque cosa si faccia, è molto complicato ottenere i documenti (e anche il diritto al lavoro), ed è molto complicato non diventare un “clandestino”. Da anni sono in corso lotte individuali e collettive per la regolarizzazione dei migranti privi di documenti. A queste lotte si affiancano quelle per il diritto alla casa e per la chiusura dei centri di detenzione. Ci sono anche strategie individuali e collettive per evitare di essere controllati, catturati nelle molteplici incursioni della polizia o nelle trappole burocratiche dello Stato.

Ogni giorno, nei CRA, queste lotte individuali e collettive continuano, prendono la forma di scioperi della fame, autolesionismo, incendi, fughe… A sostegno di queste lotte e delle persone rinchiuse nei CRA, abbiamo deciso di rendere visibile uno degli anelli della macchina della deportazione: le espulsioni di Twin-jet.

Vomitiamo sui collaborazionisti, sullo Stato oppressivo che rinchiude e sulla sua polizia.

Sosteniamo i detenuti e le detenute nel CRA di Marsiglia e in tutti i CRA.

La sede della società Twin-jet si trova anche vicino a Marsiglia, al 1070 di Rue du Lieutenant Parayre 13799 AIX EN PROVENCE, è possibile fare visite.

1 Terminal Aviation Générale. Route de l’aéroport, Marignane. Accanto a DHL.

 

 

Approfondimento sulle deportazioni su Radio Blackout

Questa mattina, lunedì 25 aprile, un approfondimento sulla questione deportazioni alla mattinata informativa di Radio Blackout

Sono stati letti e commentati Continuano le deportazioni in Tunisia e Di soldi, armi e mappe. Gli strumenti del potere Frontex

ed è stato rilanciato il presidio sotto alle mura del CPR di Corso Brunelleschi di questo pomeriggio

Ascolta qui:

 

 

Ristretti Orizzonti. Su Horizon Europe, Nestor e il controllo dei confini

Che cos’è Horizon Europe?

Horizon Europe è il principale programma di finanziamento dell’UE per la ricerca e l’innovazione con un budget di 95,5 miliardi di euro.

Vanta tre programmi specifici, uno genericamente orientato alla ricerca “civile”, uno con un “focus esclusivo sulla ricerca e lo sviluppo nel campo della difesa (chiamato European Defence Fund – EDF), e uno sulla ricerca e la formazione in materia di fusione e fissione nucleare (EURATOM).

Con Horizon 2020 prima (il programma che sotto la dicitura “SFIDE PER LA SOCIETÀ – Società sicure – proteggere la libertà e la sicurezza dell’Europa e dei suoi cittadini” è stato attivo dal 2014 al 2020) e Horizon Europe (attivo dal 2021 al 2027) ora, l’UE mira a potenziare le proprie capacità di innovazione e a garantire la sua competitività globale.

I progetti sulla sicurezza delle frontiere finanziati dai programmi Horizon riguardano un ampio spettro di capacità tecnologiche cruciali per la guardia di frontiera e costiera europea FRONTEX come i veicoli senza equipaggio, i sistemi di identificazione di documenti, i sistemi di digitalizzazione di un numero sempre maggiore di informazioni personali e di parametri biometrici, i sistemi di comando e il controllo da remoto, l’intelligenza artificiale, la robotica, la realtà aumentata, le piattaforme di trattamento integrato di dati. Gli investimenti fatti nel settore della “sicurezza delle frontiere” sono di vitale importanza per fare in modo che Frontex raggiunga i suoi obiettivi strategici. Di converso, fondamentale è anche la partecipazione attiva di Frontex per i test, nelle attività di prova e per le dimostrazioni di applicazione delle tecnologie prodotte.

Una sezione apposita del sito di Frontex pubblica le informazioni riguardanti le attività svolte dall’Agenzia e le descrizioni sui relativi progetti Horizon, uno più agghiacciante dell’altro.

Apriamo, ad esempio, la pagina dedicata a NESTOR (aN Enhanced pre-frontier intelligence picture to Safeguard The EurOpean boRders) che si occupa di realizzare “sistemi di sorveglianza delle frontiere a lungo e ad ampio raggio, di monitoraggio della situazione pre-frontaliera, di tecnologie di rilevamento termiche, di analisi dello spettro delle radiofrequenze, delle reti di sensori interfunzionali, di installazioni fisse e di veicoli mobili con o senza equipaggio”.

L’obiettivo del progetto è realizzare “un sistema olistico di sorveglianza delle frontiere di nuova generazione completamente funzionale che fornisca una consapevolezza della situazione pre-frontiera oltre le aree di confine marittime e terrestri, seguendo il concetto di gestione integrata delle frontiere europee. Le capacità di sorveglianza a lungo raggio e ad ampio raggio di NESTOR per il rilevamento, il riconoscimento, la classificazione e l’inseguimento di obiettivi in movimento (ad esempio persone, navi, veicoli, droni, ecc.) si basano su tecnologie ottiche, di imaging termico e di analisi dello spettro a radiofrequenza (RF) alimentate da una rete interoperabile di sensori che comprende installazioni fisse e veicoli mobili con o senza equipaggio (aerei, terrestri, acquatici, subacquei) in grado di funzionare sia come standalone, sia legati e in sciami. Il sistema NESTOR BC3i fonderà in tempo reale i dati di sorveglianza delle frontiere combinati con le informazioni del web e dei social media, creando e condividendo un quadro intelligente pre-frontaliero per i centri di comando locali, regionali e nazionali in un ambiente AR interoperabile con CISE e EUROSUR.”

I droni Elistair nel sistema tecnologico Nestor individuano un “trasgressore”

Sulla pagina Cordis oltre agli obiettivi del progetto troviamo le informazioni riguardo i finanziamenti, la durata, i programmi a cui si ricollega (ritroviamo Secure societies – Protecting freedom and security of Europe and its citizens ma anche Strengthen security through border management), le informazioni sul coordinatore (in questo caso la polizia greca) e i vari collaboratori con i rispettivi finanziamenti. Questi ultimi non sono solo i vari Ministeri e corpi di polizia ma vedono anche la remunerata partecipazione di Università e aziende private di tutta Europa, Italia compresa.

In altri casi, ad esempio nel progetto BorderUAS, che sta sviluppando “un veicolo aereo multiruolo più leggero dell’aria senza pilota con rilevatore multisensore e videosorveglianza ad altissima risoluzione” il coordinatore è una compagnia di software, mentre i collaboratori privati si occupano di fornire le tecnologie audiovideo specifiche, di erogare i servizi di ingegneria di telerilevamento, come la DIAN o, inquietantemente palesemente, di provvedere un quadro legale transfrontaliero, come la ONG Mitla.

La descrizione continua: “il telerilevamento includerà un radar ad apertura sintetica (SAR), il rilevamento laser e il ranging (LADAR), l’infrarosso a onde corte/lunghe (SWIR/LWIR) e telecamere acustiche per il rilevamento diretto del bersaglio, nonché telecamere ottiche e iperspettrali per il rilevamento indiretto/disturbato (dalla vegetazione per esempio).” Per quanto riguarda le collaborazioni statali “la tecnologia sarà testata dalla polizia di base lungo i valichi di frontiera illegali in Grecia, Bulgaria, Romania, Moldova, Ucraina e Bielorussia”.

Questi sono solo due esempi della stretta collaborazione fra Frontex e numerosissimi partner di diversa natura. Non si può, del resto, certo dimenticare il matrimonio con la Israel Aerospace Industries (IAI), la principale industria aeronautica israeliana che produce sistemi aeronautici ad uso civile e militare e vari sistemi missilistici e di avionica.

La sottile linea retorica che distingue fra guerra e “difesa dei confini”, fra “immigrati irregolari” e “bersagli” va assottigliandosi sempre più in un discorso pubblico violento e securitario.

In questo panorama di ordinaria repressione, dove, lo ricordiamo, ad ingrassarsi sono le aziende e le Università con i lauti finanziamenti europei, i confini smart e tecnologici paiono serrarsi senza soluzione di continuità e si rispecchiano in quei dispositivi di controllo che anche nelle strade e nelle piazze delle nostre città creano invisibili e concrete frontiere.

 

“Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare.”

 

 

Tasche piene

Mercoledì scorso, 13 aprile 2022, durante una banale interrogazione parlamentare di routine, la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha sbandierato i risultati della cooperazione fra governo italiano e governo tunisino rispetto al numero di rimpatri effettuati nei primi mesi dell’anno: 850 i tunisini deportati.

A partire dall’estate del 2020, numerose riunioni e scambi diplomatici italo-tunisini hanno rinforzato la collaborazione tra questi due paesi con lo scopo di impedire le partenze, mettendo in opera un’attività di intercettazione delle imbarcazioni nelle acque territoriali tunisine e dei respingimenti delle stesse e aumentando i rimpatri dei cittadini tunisini dall’Italia verso la Tunisia. Il numero di rimpatri è cresciuto in modo rilevante negli ultimi cinque anni.

La Tunisia è la principale destinazione dei cittadini rimpatriati dall’Italia (più di 1.922 cittadini tunisini nel 2020 e 1.872 nel 2021), ed è anche la principale nazionalità delle persone recluse nei CPR.

Nel 2020, su un totale di 4.387 prigioner* nei Centri, 2.623 persone, di cui 13 donne e 2.610 uomini, erano di origine tunisina. Secondo i dati del Ministero dell’Interno italiano, nei primi sei mesi del 2021,circa 1.270 cittadini tunisini sono stati trasferiti nei CPR. Dal 1 gennaio al 15 novembre 2021, 2.465 tunisini sono transitati attraverso i CPR, cioè il 54,9% del totale (4.489).

In seguito al rinnovo degli accordi tra la Tunisia e l’Italia del 2021 la procedura di deportazione è stata notevolmente accelerata ed il rimpatrio può aver luogo pochi giorni dopo l’arrivo al centro. Il ritorno in Tunisia generalmente avviene attraverso voli charter diretti all’aeroporto internazionale Enfidha-Hammamet (dati estrapolati dallo Studio sui rimpatri in Tunisia).

Come pure accennato nel precedente articolo, il 9 e il 10 giugno si riunirà il Consiglio Europeo “Giustizia e Affari Interni” a Lussemburgo. Il Consiglio “Giustizia e affari interni”, che si riunisce ogni tre mesi, mira ad elaborare politiche comuni su vari aspetti transfrontalieri in termini di controllo, sicurezza e repressione. Il Consiglio “Giustizia e affari interni” (GAI) è composto dai ministri della giustizia e degli affari interni di tutti gli Stati membri dell’UE. I ministri della giustizia si occupano della collaborazione giudiziaria in materia civile e penale, mentre i ministri degli affari interni sono responsabili, tra l’altro, della migrazione, della gestione delle frontiere e della cooperazione di polizia.

In questa sede si presentano i dati delle attività svolte e si negoziano i termini, anche e soprattutto economici, delle azioni future. Quando si discuterà nel sostegno economico all’Italia del New EU Migration Pact certo sarà comodo sbandierare, come per ogni buon bilancio aziendale, dei numeri rassicuranti sull’impegno e sul ruolo svolto, in modo tale da giustificare nuove richieste e petizioni.

Il Patto europeo su migrazione e asilo è un documento programmatico pubblicato il 23 settembre 2020 con il quale la Commissione europea ha esposto le linee guida che orienteranno il lavoro in tema di migrazione nel prossimo quinquennio e, nello specifico, nel quale si cerca di promuovere un sistema comune dell’UE per i rimpatri.

A proprio dire, la Commissione fonda il Patto su tre princìpi:

1. Nuove procedure integrate per stabilire rapidamente lo status all’arrivo. Ciò prevede, tra le altre, il potenziamento della banca dati Eurodac tramite il rilevamento delle impronte digitali e la loro registrazione e un ruolo più incisivo della guardia di frontiera e costiera europea, FRONTEX, il cui impiego è implementato e attivo dal 1º gennaio 2021.

2. Un quadro interno comune “per la solidarietà e la condivisione della responsabilità”

3. Un cambiamento nell’approccio alla “cooperazione con i Paesi terzi”.

Se non può che saltare agli occhi il becero rovesciamento del significato di “solidarietà”, qui intesa come accessorio sbrilluccicante a braccetto del concetto di “responsabilità”, non si può non notare come questo secondo punto altro non è che il tentativo di bilanciare l’implicazione pratica obbligatoria e compartecipata dei vari paesi con lo spargimento di riconoscimenti politici e ricompense economiche. L’approccio alla “gestione migratoria” viene ora definito come “unitario”, che è il nuovo nome dato alle politiche di esternalizzazione dalla prospettiva eurocentrica. Infatti, rispetto al terzo punto, è superfluo commentare come i cosiddetti partenariati con paesi terzi siano strumentali al controllo delle partenze attraverso la sorveglianza, la repressione, i respingimenti e le detenzioni, non senza le adeguate compensazioni.

Non per nulla, senza giri di parole, a proposito del nuovo Patto europeo il vicepresidente della Commissione, Margaritis Schinas, aveva dichiarato che l’obiettivo finale era quello di impedire agli stranieri di entrare sul territorio europeo attraverso accordi con i paesi extraeuropei di origine e di transito e con un investimento sull’agenzia per il controllo delle frontiere esterne.

A Lussemburgo faranno comodo quindi un po’ a tutti 850 miserie da mettere sul piatto della bilancia: costano poco, ma si trasmuteranno in un dato da cui trarranno profitto sia il governo tunisino, interlocutore privilegiato e, se non affidabile, quantomeno concreto per la Farnesina, sia l’Italia, che potrà sbandierare un numero in positivo per dimostrare il proprio impegno ed efficacia. Del resto, non sono proprio briciole quelle da spartire, fra i 9,88 miliardi di euro del Fondo Asilo, migrazione e integrazione e i 6,24 miliardi di euro del Fondo per la gestione integrata delle frontiere.

 

Partners.

La ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, durante la seduta parlamentare lo scorso mercoledì 13 aprile, ha risposto ad un’interrogazione parlamentare esposta dal deputato della Lega Igor Giancarlo Iezzi sul tema “Iniziative per limitare gli sbarchi di migranti sulle coste italiane, alla luce delle criticità determinate da tale fenomeno sul piano economico, sanitario e della sicurezza“.

Di fronte alla pretestuosa e razzista distinzione tra profughi ucraini “che, per la gran parte, sono donne e bambini” e gli immigrati irregolari dal Mediterraneo, la Ministra da un lato ha auspicato una politica maggiormente interventista da un punto di vista europeo, anche tramite un più intenso impiego della  tristemente nota agenzia Frontex, dall’altra si è vantata delle collaborazioni bilaterali dell’Italia con altri Paesi, ai fini di identificazione ed espulsione, ed in particolare della partnership con il governo tunisino:

“Sul piano bilaterale, sono state raggiunte avanzate intese con alcuni Stati del Nord Africa, dai quali si registrano i maggiori arrivi, volte ad arginare il fenomeno e ad ottenere più ampi spazi operativi per la riammissione dei migranti irregolari negli Stati di provenienza, ad esempio, la Tunisia, l’Algeria, la Costa d’Avorio, il Marocco. Ciò è avvenuto, in particolare, per quanto riguarda la Tunisia, con le quali autorità abbiamo raggiunto una massima collaborazione in tema di rimpatri, proseguiti intensamente, anche con voli straordinari, pur in presenza delle difficoltà dei collegamenti internazionali che si sono avuti durante il periodo della pandemia.”

La Lamorgese ha sciorinato qualche numero rispondendo ad un’altra parlamentare, la deputata di Fratelli D’Italia Wanda Ferro (la quale è ancora più esplicitamente discriminatoria del collega: “l’attuale guerra in Ucraina ci insegna a distinguere chi fugge da una guerra e chi no”), facendosi motivo di merito di di circa 850 rimpatri in Tunisia nei primi mesi del 2022.

Al di là delle interessanti considerazioni che si potrebbero fare sul traversale ed indiscusso razzismo di Stato, può valere la pena soffermarsi su un’altra informazione su cui la Lamorgese ha premura di tornare più volte, ovvero l’appuntamento del Consiglio europeo Affari interni di giugno, quando si discuterà del New EU Migration Pact e, soprattutto, se ne rinegozieranno i contributi economici.

“L’attività del rimpatrio per coloro che non hanno titolo a rimanere sul nostro territorio è anche assai onerosa da un punto di vista operativo, in quanto ben più della metà delle operazioni è stata effettuata con l’impiego di personale della Polizia di Stato in servizio di scorta a bordo dei mezzi di trasporto utilizzati. […] ho concordato con la Commissaria Affari interni dell’Unione, Johansson, una nuova visita congiunta che effettueremo a breve, nel mese di maggio, anche per concretizzare le azioni e l’apporto finanziario collegato al partenariato strategico”

Quando si parla di controllo delle frontiere, di rimpatri ed espulsioni, non si può non parlare di soldi: i costi sostenuti  diventano indice autolegittimante di necessità e pretesa di importanza politica.