Al pronto soccorso dell’ospedale Martini i reclusi del CPR di Corso Brunelleschi transitano quotidianamente in un generale clima di invisibilizzazione e criminalizzazione.
In gravissime condizioni di salute, spesso le persone vengono dimesse senza ottenere né cure né i servizi specialistici necessari, dopo aver subito soprusi e minacce da parte del personale medico o delle forze dell’ordine che li scortano.
Il personale medico e sanitario che lavora nell’ospedale e nel pronto soccorso ha il potere di decidere se curare, trascurare o reprimere: che sia somministrare psicofarmaci per sedare qualsiasi tipo di protesta, minacciare una persona di non medicarla se non smette di ribellarsi, negarle l’accesso alla cartella clinica o dimetterla contro la sua volontà.
Questi sono solo alcuni esempi che mostrano come non si tratti solo di negligenza medica ma di vere e proprie forme di dominazione e disciplinamento dei corpi e delle volontà, che contibuiscono all’annichilimento della persona.
Ogni giorno le persone detenute cercano in ogni modo di ribellarsi e resistere con tutto quello che hanno a disposizione, a partire dal proprio corpo. Attraverso atti autolesivi ed estenuanti proteste per ottenere il minimo – essere trasferiti nella più vicina struttura sanitaria per ricevere assistenza medica – i reclusi non solo rompono il muro di silenzio intorno alla violenza razzista della detenzione amministrativa, intrinsecamente patogena, ma fanno il possibile per accedere ad ogni spiraglio di libertà.
L’uscita dal CPR per ragioni sanitarie e il conseguente ingresso in ospedali o pronto soccorso, è spesso l’unica possibilità di scampare alla detenzione, anche solo per qualche ora, e di sperare di vedersi certificata la non idoneità sanitaria al trattenimento. L’idoneità al trattenimento deve essere valutata prima dell’ingresso nel CPR dall’ASL competente e rivalutata dal personale medico se lesiva della salute della persona.
Il CPR è per sua natura uno strumento patogeno di reclusione e tortura. Certificare la non idoneità al trattenimento agisce pertanto per prevenire un danno alla salute, non farlo significa negare e rinnegare l’obiettivo della tutela della vita e della salute. Nessuna persona può essere considerata idonea alla reclusione all’interno di questi luoghi di tortura – che non possono essere riformati ma solamente chiusi – e pertanto è fondamentale che ciascuna/o faccia la propria parte per opporsi alla loro esistenza.
Qualche settimane fa, alcuni medici di Ravenna hanno deciso di non certificare l’idoneità sanitaria al trattenimento di alcune persone nei CPR. Il fatto che la procura di Ravenna li abbia messi sotto indagine,
mostra chiaramente come ASL e ospedali non siano luoghi neutri di cura e tutela della salute, ma usati come strumento di violenza e coercizione sulla pelle delle persone razzializzate, in piena continuità con il sistema statale razzista e ingiusto.
Il sistema di gestione e detenzione di chi non ha documenti europei è alimentato dall’insieme delle politiche sull’immigrazione in mano agli Stati, ma anche dalle singole condotte che quotidianamente contribuiscono a consolidare meccanismi razzisti e classisti.
OGNI RESPONSABILITÀ VA VISIBILIZZATA, OGNI COMPLICITÀ SEGNALATA.