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Un’altra morte di Stato

Due settimane fa, Abdel Latif, ventiseienne tunisino, è stato trovato morto, legato al letto, all’Ospedale san Camillo di Roma, dopo essere stato relegato su una nave quarantena e rinchiuso nel CPR di Ponte Galeria, a Roma.

Aggiungiamo un ennesimo nome alla lista dei morti di Stato. Continueremo a far arrivare la nostra solidarietà a chi è rinchiuso e non smetteremo di dire che i CPR vanno distrutti.

 

Di seguito, il volantino distribuito mercoledì 8 dicembre davanti all’ospedale San Camillo di Roma:

BASTA MORTE NEI REPARTI PSICHIATRICI!!
ABOLIAMO LA CONTENZIONE!!

Abdel Latif, ragazzo tunisino di 26 anni. Era arrivato in Italia tramite una delle tante navi che cercano di approdare, fortunate per non essere state respinte. L’ “accoglienza” che gli è stata riservata, a lui come a tanti/e altre, è stata quella di essere rinchiuso in un CPR, un centro di detenzione per migranti nel quale vieni portato per un reato terribile: non avere il documento “giusto”.
Abdel rimane nel CPR svariati giorni; a un certo punto, da quanto appreso dai giornali, gli viene diagnosticato un disturbo psichiatrico (di cui non aveva mai avuto segni in Tunisia) e gli vengono dati dei farmaci. Dopo pochi giorni la “cura” pare vada rafforzata e Abdel viene trasferito al reparto di psichiatria prima del Grassi di Ostia, poi al San Camillo.
Qui viene tenuto legato al letto per 3 giorni, dal 26 al 28 novembre giorno in cui muore.
Le autorità mediche parlano di arresto cardiaco, non facendo alcun riferimento né ai farmaci somministrati né al fatto che fosse stato contenuto per almeno 72 ore.

Questa storia ci riporta a due verità purtroppo già note: nei reparti psichiatrici italiani si continua a morire di contenzione meccanica, sia in regime di degenza che durante le procedure di TSO. IL CPR è un luogo di detenzione e come tale si fonda sulla violenza e sulla sopraffazione.

La morte di Abdel non è una storia isolata, molti/e hanno subito la sua stessa sorte. Citiamo solo gli ultimi di cui siamo a conoscenza: Guglielmo Antonio Grassi morto nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Livorno; Elena Casetto, arsa viva perché legata… sempre in un reparto psichiatrico.
Ma la l’elenco sarebbe lungo nonostante di molte persone non si conoscano neanche i nomi.
Contenzione meccanica e farmacologica sono pratiche diffuse anche nei CPR, nelle carcere, nelle strutture che ospitano persone anziane e/o non autosufficienti, negli ospedali. In nessun caso la carenza di personale può giustificare il ricorso a pratiche coercitive. La logica dei “motivi di sicurezza”, dello “stato di necessità” o delle “persone aggressive”, a cui sovente si fa appello nei reparti, deve essere respinta poiché fondata sul pregiudizio ancora diffuso della potenziale pericolosità della “pazzia”. Molti ritengono, per atteggiamento culturale o per formazione, che sia giustificabile sottoporre persone diagnosticate come “malate mentali” a mezzi coercitivi, che sia nell’ordine delle cose e corrisponda al loro stesso interesse (!), rimuovendo dal loro orizzonte il valore imprescindibile della libertà della persona. Tanto più rilevante quanto più attinente alle libertà minime, elementari e naturali, come quella di movimento.
Oltre al ricorso alla contenzione meccanica e farmacologica, continua ancora oggi a prevalere nei servizi psichiatrici un atteggiamento custodialistico e l’impiego sistematico di pratiche e dispositivi manicomiali: obbligo di cura, porte chiuse, grate alle finestre, sequestro dei beni personali, limitazione e controllo delle telefonate e di altre relazioni e abitudini. Lo stato di pandemia ha inoltre rafforzato l’isolamento e la distanza tra chi è tenuto rinchiuso/a e chi non lo è, accrescendo le violenze perpetrate all’interno di quelle mura (siano esse del carcere, del CPR, dei reparti di psichiatria).

Ribadiamo la necessità di eliminare, senza alcuna eccezione, la contenzione meccanica nelle istituzioni sanitarie, assistenziali e penitenziarie italiane.

Continueremo a lottare con forza contro ogni dispositivo manicomiale e coercitivo (obbligo di cura, trattamento sanitario obbligatorio, uso dell’elettroshock, contenzione meccanica, farmacologica e ambientale, ecc.) e per il superamento e l’abolizione di ogni pratica lesiva della libertà personale.

Continueremo a lottare contro i respingimenti, i rimpatri, le espulsioni, le frontiere, per la libera circolazione di tutte le persone.

PER UN MONDO SENZA FRONTIERE, SENZA PSICHIATRIA, SENZA COERCIZIONI

https://senzanumero.noblogs.org/
https://hurriya.noblogs.org/

Le navi-quarantena e lo sviluppo di un nuovo dispositivo detentivo

“Tutti i dispositivi repressivi hanno una storia; così ogni tecnica, ogni metodo, ogni
modalità di contenimento o limitazione del corpo ha una sua evoluzione, quindi
un’origine, rintracciabile, con più o meno difficoltà, nello spazio e nel tempo. Il carcere,
ad esempio, ha una sua genesi, come tutti ben sappiamo, piuttosto recente. È meno noto
tuttavia che molti dei modi per imprigionare e contenere gli esseri umani nascano e si
sviluppino fondamentalmente come pratiche emergenziali, pratiche di polizia sopratutto.”

Testo navi in Quarantena – stampa

 

 

 

AGGIORNAMENTO dal CPR di TORINO 16.11.2020

Ieri sera sono stati portati al CPR di corso Brunelleschi 32 ragazzi di nazionalità tunisina rinchiusi tutti insieme nell’area VIOLA da poco svuotata. Due giorni fa infatti i cinque reclusi tunisini che erano all’interno dell’area VIOLA sono stati smistati tra l’area ROSSA e quella BIANCA.

Il nuovo gruppo è arrivato direttamente da una nave quarantena come era già successo ai 24 connazionali deportati la scorsa settimana con un volo speciale per la Tunisia. Sono in condizione di isolamento rispetto agli altri reclusi e non gli è stato ancora concesso di poter incontrare un medico o un avvocato.

Nel giro di due settimane sono transitate dall’area VIOLA quasi ottanta persone, tutte di nazionalità tunisina e tutte provenienti dalle prigioni amministrative galleggianti ancorate davanti ai porti delle città italiane meridionali. Decine di persone spostate forzatamente in blocco da una prigione ad un’altra, da una nave ad una gabbia, riconosciute come un valore economico “non accettabile” e quindi da respingere fuori dalla fortezza Europa.

Sabato sera un ragazzo tunisino, in sciopero della fame da nove giorni, è stato portato all’ospedale Martini a causa delle ferite che si era procurato per protestare contro le condizioni di abbandono a cui era costretto da giorni in isolamento. Domenica mattina le guardie sono andate a svegliarlo nel reparto dove era ricoverato, per riportarlo dentro al CPR. Ma fortunatamente, di lui, non c’era più traccia….

AGGIORNAMENTO dal CPR di Torino 10.11.2020

Giovedi 5 Novembre sono stati portati al CPR di corso Brunelleschi 36 ragazzi di nazionalità tunisina arrivati direttamente dalla nave GNV Rhapsody, una delle navi quarantena ancorata davanti al porto di Palermo.

Sono stati rinchiusi tutti insieme nell’area VIOLA, riaperta nuovamente per l’occasione e quindi torna ad essere di nuovo agibile, dopo esser stata chiusa dalle rivolte di inizio anno. Sono rimasti in isolamento all’interno dell’area per cinque giorni senza poter entrare in contatto con gli altri reclusi e senza poter parlare ed incontrare il proprio avvocato, senza poter ricevere dei vestiti.

Ieri notte, la celere è entrata nell’area, ha prelevato 24 ragazzi e li ha caricati su due pullman per essere deportati in Tunisia.

Sette minorenni invece sono stati trasferiti in un altro centro ma non abbiamo ancora capito purtroppo dove. Seguiranno aggiornamenti.

Attualmente sono agibili cinque aree su sei e il sovraffollamento all’interno delle unità abitative sta creando molta preoccupazione tra i reclusi a causa del rischio di un possibile contagio, in un luogo dove già normalmente non esiste nessuna assistenza medica.

La situazione è molto critica anche nella sezione dell’Ospedaletto dove le condizioni ignobili di sorveglianza e costrizione all’interno delle gabbie si scontrano quotidianamente con la rabbia dei reclusi.

Oggi un ragazzo tunisino a cui non è stata concessa “l’aria” fuori dalla cella è stato prima provocato e poi pestato dalle guardie. Subito dopo è stato portato direttamente al carcere delle

Vallette, al momento stiamo cercando di capire come si chiama e con che accuse è stato arrestato.

FUOCO A GALERE E CPR

TUTTI LIBERI, TUTTE LIBERE